Dirigenti pubblici e riforma PA: una replica sul Corriere della Sera

Pubblico qui di seguito la lettera, apparsa oggi sul Corriere della Sera, che ho firmato come Presidente dell’Associazione degli ex allievi della Scuola Nazionale dell’Amministrazione (SNA), in replica all’ottimo articolo di Antonella Baccaro di qualche giorno fa su riforma della PA e dirigenza pubblica. Buona lettura.

Caro Direttore,
l’amministrazione pubblica rischia di diventare clientelare per legge e nessuno dice niente, pare. Poi, però, non vogliamo più sentire nessuno incolpare la “burocrazia” di tutti i mali del Paese.
L’articolo di Antonella Baccaro (“Dirigenti statali e incarichi esterni. Così il governo punta al ricambio”, Corriere dell’8 marzo) spiega bene tecnicamente cosa si sta preparando. Ma la cosa non riguarda “noi”, i dirigenti pubblici. Riguarda voi. Riguarda tutti.
Eh sì, perché dopo anni di bocche riempite di “meritocrazia”, di invettive contro stipendi troppo alti e l’invasione della politica nella PA, ci troviamo davanti una riforma che potrebbe arrivare a fare tutto il contrario: la professionalità diventa a chiamata, non solo per ruoli di staff, e la selezione dei dirigenti potrebbe diventare un affare privato. Se proviamo a parlarne siamo tacciati di interesse corporativo, usando persino la Costituzione come paravento (la Costituzione dice cose un po’ diverse, in effetti, chissà poi perché).
Quando si prospetta il rischio concreto che la classe dirigente non serva la Nazione ma il politico di turno, a prescindere da risultati e competenze, si apre uno scenario clientelare senza precedenti. Di cose da aggiustare nella macchina pubblica ce ne sono tante. Siamo noi per primi ad arrabbiarci quando l’inefficienza diventa disservizio al cittadino, e come Associazione dei dirigenti provenienti dalla Scuola Nazionale di Amministrazione abbiamo portato le nostre proposte alla Commissione Affari Costituzionali del Senato.
Se qualcuno fra noi non è capace, vada pure a casa. Siamo noi stessi a chiederlo, anche a pretenderlo, per la verità. Se però adesso si rinuncia alla qualità e autonomia della dirigenza, chi ne subirà le conseguenze saranno i cittadini.
Poi non dite che non l’avevamo detto.
Alfredo Ferrante
Presidente AllieviSNA

Quella polvere sulle spalle della dirigenza pubblica

In un recente post su Formiche ho cercato di individuare alcuni dei punti deboli della riforma della Pubblica Amministrazione che, a mio avviso, richiedono una riflessione da parte del Governo e del Parlamento, allo scopo di mantenere saldi i pilastri della buona azione amministrativa, ovvero selezione dei migliori con modalità concorsuali e autonomia della dirigenza dalla politica contro ogni tentativo di spoils system più o meno mascherato. Resta, tuttavia, l’altra faccia della medaglia: cosa deve fare la dirigenza per essere parte attiva in un processo di riforma a favore del Paese?

Se l’Italia soffre di una crisi profonda, che investe famiglie ed imprese, come dirigenti pubblici non possiamo tirarcene fuori ed non assumerci le nostre responsabilità. Va detto chiaro: nella barca Italia politici, imprenditori e burocrati (così come professionisti e giornalisti, per citarne altri) stanno assieme, ed assieme rischiano di andare a fondo. Inutile ripercorrere le decennali mancanze di certa politica o la poca voglia di rischiare di fette dell’imprenditoria italiana. Ognuno faccia i conti con la propria storia. Noi dirigenti pubblici abbiamo il dovere di difendere il nostro ruolo, soprattutto oggi che possiamo dire di non essere in cima alla lista dei simpatici. Ma, allo stesso tempo, dobbiamo guardarci allo specchio e fare quattro conti. Intanto, non siamo mai stati in grado di fare corpo e di accreditarci come forza vitale del Paese: spesso con la testa piegata su una scrivania e con lo sguardo rivolto al passato, abbiamo preferito coltivare orticelli di piccolo potere quotidiano invece di capire che le energie vanno messe assieme. Lo scambio, il mettersi in gioco, il confronto sono stati messi in secondo piano rispetto alla diffidenza dell’altro e alla resistenza al cambiamento. A prescindere, avrebbe detto qualcuno. Eppure non siamo tutti uguali: ci sono versatilità, capacità e approcci diversi che vanno messi sulla bilancia. Ma essere valutati ci ha fatto sempre paura, col risultato che tutte le vacche pubbliche sono state sempre nere, Anzi, grigie. Abbiamo accettato per anni un sistema di valutazione comodo, forse inutile, basato su obiettivi condivisi, con la paura di avere valutazioni diversificate, invece di chiedere di essere valutati nella nostra capacità di far funzionare la macchina e di relazionarci con gli attori che, in tanti, bussano alle nostre porte.

Ci siamo lamentati degli sbagli della politica, è vero: riforme poco incisive, invadenza, diffidenza. Ma non siamo stati capaci di iniziativa autonoma, impegnati in difese anche corrette e coerenti, ma senza riuscire a proporre visioni alternative di lungo respiro. Troppo spesso siamo stati chiusi nei nostri uffici, mostrando aperta diffidenza verso tutto quello che potesse farci uscire allo scoperto e guardare in faccia chi abbiamo il dovere e l’onore di servire: i cittadini. Abbiamo talvolta preferito contrattare con la politica posti e incarichi invece di pretendere che la politica decidesse sulla base di criteri chiari e selettivi, scegliendo di andarci a braccetto invece di esserne controparte leale ma autonoma. Ed infine, non siamo mai stati in grado di parlare con gli Italiani: persi dietro l’anima tutta formalistica della nostra azione, abbiamo fatto parlare per noi le carte, scritte in un linguaggio per iniziati, senza mai prendere posizioni chiare e definitive, ma parandoci dietro l’onnipresente vizio della prudenza a tutti i costi. Non sia mai che un giorno qualcuno ci venga a rendere conto di quello che abbiamo deciso! E rinunciando, così, alla possibilità di incidere realmente su quello che facciamo tutti i giorni, magari schiacciati da un sistema che disincentiva l’iniziativa personale. In una formula: ci siamo accontentati.

Non tutta la dirigenza ha peccato, come non tutti i dipendenti pubblici. E non tutti allo stesso modo. Come la buona politica e l’impresa sana, c’è la PA che fa il suo dovere, e lo fa bene. E se il Paese è rimasto a galla, un merito va riconosciuto anche a quei burocrati che hanno lavorato a tappare le falle. E, tuttavia, se abbiamo l’aspirazione di essere forza che partecipi al rilancio e allo sviluppo del Paese, non può bastare. Serve cambiare. Cambiare per non morire, perché non è più il tempo di tirare a campare. Recuperando e valorizzando tutta quella competenza, esperienza e dedizione che tanti di noi hanno da sempre messe in campo e scrollandoci di dosso quella insopportabile coltre di polvere che ha fatto il suo tempo. Alla difesa dei pilastri dell’amministrazione imparziale va affiancata la capacità di partecipare al processo di riforma, e di farlo con lo spirito giusto. Non tutte le riforme sono buone solo per il fatto di introdurre un cambiamento: e sta a noi essere in grado di non dire dei semplici no ma proporre la nostra visione di una PA al passo coi tempi, contrapponendo alle ricette dei tanti, troppi Soloni esperti delle cose di amministrazione l’esperienza di chi sta sul pezzo. Non dimenticando mai una cosa: facciamo il lavoro più bello del mondo, quello di servire.

Pubblicato su Formiche

Un insulto al Paese

“La Giunta, respingendo a maggioranza la proposta del relatore Crimi messa ai voti dal Presidente, propone quindi all’Assemblea di ritenere che il fatto, per il quale è in corso il procedimento a carico del senatore Calderoli, concerne opinioni espresse da un membro del Parlamento nell’esercizio delle sue funzioni e ricade pertanto nell’ipotesi di cui all’articolo 68, primo comma, della Costituzione”: così, testualmente, il verbale della seduta del 4 febbraio scorso della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato della Repubblica. La maggioranza dei senatori della Giunta, in altre parole, ha ritenuto che Roberto Calderoli, senatore della Lega Nord, che nel luglio del 2013 aveva paragonato l’allora Ministro per l’Integrazione del Governo Letta, Cécile Kyenge ad un orango, esprimesse una sua legittima opinione politica.

Il compito della Giunta era, infatti, quello di valutare la sussistenza o meno nel caso di specie del cosiddetto “nesso funzionale”, al fine di verificare se le dichiarazioni rese extra moenia (cioè fuori dalle aule parlamentari) dal senatore Calderoli potessero o meno assumere una funzione “divulgativa” rispetto ad attività parlamentari espletate dallo stesso. Nel novembre 2014 il Tribunale di Bergamo – Sezione penale – aveva trasmesso al Senato copia degli atti relativi al procedimento penale aperto a carico di Calderoli per accertare, da parte del Senato, se le parole del senatore integrassero o meno l’ipotesi di espressione di opinioni insindacabili a norma dell’articolo 68, primo comma, della Costituzione, in quanto connesse all’esercizio delle funzioni svolte da parte di un membro del Parlamento. In caso contrario, sarebbe scattata l’accusa per i reati di cui agli articoli 595, comma 3, del codice penale e 3 della legge 25 giugno 1993, n. 205, ovvero diffamazione con mezzo di pubblicità, aggravata da finalità di discriminazione razziale. Solo due i democratici a favore del via a procedere contro Calderoli, Doris Lo Moro e Stefania Pezzopane, insieme ai 5 Stelle, unico gruppo a favore. Terremoto nel PD, che si affretta a precisare che l’Aula del Senato si esprimerà contro Calderoli. Al momento, tuttavia, per i senatori della Repubblica è perfettamente normale che un membro del Parlamento dia dell’orango ad una Ministra nera. Non di colore: nera. Al massimo è diffamazione, come ha successivamente dichiarato il senatore PD Cucca, ma il razzismo non c’entra.

Non ci credete, vero?

Ecco dal resoconto sommario del dibattito alcuni estratti. Giovanardi (NCD-UDC): “le opinioni espresse nel caso di specie dal senatore Calderoli vanno inquadrate in un contesto meramente politico, avulso da qualsivoglia profilo di tipo giudiziario. Nella storia politica italiana sono ravvisabili numerosi casi nei quali sono state espresse critiche, anche attraverso locuzioni aspre, rispetto ad avversari politici”. Malan (FI): “nel caso di specie il senatore Calderoli, nell’ambito di un comizio politico, ha svolto delle critiche rispetto agli indirizzi politici per le immigrazioni seguiti dal ministro Kyenge, effettuando altresì talune battute a scopo satirico”. Moscardelli (PD): “nel caso di specie l’espressione usata dal senatore Calderoli non ha dato luogo ad alcuna querela da parte dell’interessata” e “le accuse relative alle incitazioni all’odio razziale risultano infondate, atteso il contesto politico nel quale le frasi in questione sono state pronunciate e attesa anche la configurazione del movimento della Lega, nel cui ambito operano anche diverse persone di colore (sic!)”. Cucca (PD): “le parole pronunciate dal senatore Calderoli vanno valutate nell’ambito di un particolare contesto di critica politica, evidenziando altresì che spesso nella satira si paragonano persone ad animali, senza che tali circostanze diano luogo a fattispecie criminose”. Buemi (Autonomie): “nell’attuale contesto storico la critica politica assume spesso toni aspri, evidenziando tuttavia che tale circostanza non può essere trasposta sul piano penale”.

Ecco: critica politica, satira, locuzioni aspre. Forse qualcuno potrebbe azzardarsi a pensare che certuni senatori siano degli asini, tanto per restare nell’ambito animale. Ma non ricoprendo la carica di parlamentare, quel qualcuno farebbe meglio ad astenersi. Quel qualcuno non può, tuttavia, non trovarsi d’accordo con Cécile Kyenge quando afferma: “Sono stata sorpresa. Poi triste. Non per me. Vorrei uscire da questa logica perché non stiamo valutando Calderoli come persona. Io lui l’ho perdonato. Quello che bisogna capire è se queste parole possano essere usate in un dibattito politico normale o se siano semplicemente espressioni razziste. Non è compito del Senato assolvere Calderoli. È come se quell’insulto fosse stato fatto a un paese intero per la seconda volta“. La parola all’Aula del Senato adesso.

A proposito di libertà di espressione

Da qualche anno tengo questo blog, dove scrivo di amministrazione pubblica, politica, attualità: sostanzialmente scrivo di qualsiasi cosa mi passi per la testa, con l’unica cautela di usare il cervello e non calunniare nessuno. Considero utilizzare le opportunità che mi offre la tecnologia un dovere civico, prima che un diritto. Credo che lo stesso fosse per Raif. Con qualche piccola differenza. Chi è Raif? Oggi, venerdì 9 gennaio, Raif Badawi, blogger saudita, riceverà le prime 50 delle 1000 frustate cui è stato condannato. Le frustate, oltre a ben 10 anni di carcere e una multa di un milione di rial sauditi, sono la conseguenza di un reato gravissimo, almeno per le autorità saudite: l’esercizio del diritto alla libertà d’espressione, attraverso la creazione e gestione del forum di discussione “Liberali dell’Arabia Saudita”. Riporta il Corriere della Sera che le 50 frustate saranno somministrate in pubblico a Gedda dopo la preghiera del venerdì, all’esterno della moschea di al-Jafali. Le restanti 950 frustate saranno eseguite nelle 19 settimane successive. La punizione a Raif, riportano fonti della Associated Press, servirà da esempio ad altri, secondo le autorità. Ne ha dato notizia Amnesty International che segue il caso del blogger dal giorno del suo arresto, il 17 giugno del 2012. Ricorda il Corriere che l’Arabia Saudita aveva condannato la strage di Parigi del settimanale satirico Charlie Hebdo. Ecco, così per ricordarci di quanto sia prezioso quello che spesso diamo per scontato.

La libertà di sfottere

Non sono un esperto di dinamiche internazionali, né troppo ferrato in questioni religiose. Non mi aggrego, quindi, a coloro che si lanciano in speculazioni che volino alto su quanto accaduto ieri a Parigi. Il punto su cui tanti oggi, come in recenti occasioni, stanno facendo i conti è cosa fare. Anzi, come brutalmente ha sparato in prima pagina un quotidiano italiano, questo è l’Islam? In tv e sui giornali avremo modo di ascoltare i sì e i no, fino alla nausea. Io, da europeo, mi rifiuto di accettarlo. Mi rifiuto di accettare che le gesta di pochi – sempre troppi – criminali fanatici portino ad una dichiarazione di guerra contro un miliardo di persone. Mi rendo conto che i rispettivi pilastri del vivere quotidiano sono profondamente in conflitto, a partire dal ruolo della donna e del suo diritto di godere pienamente degli stessi diritti degli uomini. E mi rendo conto che se per noi europei o occidentali la religione è – prevalentemente – fatto privato, per un musulmano essa ha dimensione – anche e prevalentemente – globale. Eppure la forza della democrazia occidentale è sempre stata quella di mantenere forti i suoi principi anche nei momenti di crisi. L’Europa, con tutte le sue profonde contraddizioni, è riuscita a superare due conflitti mondiali inventando le istituzioni comunitarie, pure oggi in discussione. La forza della democrazia è quella di consentire a chiunque di esprimere a voce alta e con tutti i mezzi le proprie convinzioni, di qualsiasi natura, anche e soprattutto quelle che ci ripugnano, e di proteggere la libertà di pensiero, di espressione, di stampa. Anzi: la libertà di sfottere tutto e tutti. Ecco perché l’assassinio di coloro che facevano della satira la loro bandiera suscita il nostro sdegno civile profondo. Ed è questo il motivo per il quale non possiamo e non dobbiamo farci trascinare nel corto circuito del muro contro muro. Ma quale chiave occorre usare? Il modello francese della laicità repubblicana, che a me piace moltissimo, mostra evidentemente molte crepe. Certamente, se dobbiamo garantire in ogni modo la libertà religiosa e politica di tutti coloro che si trovano sul nostro territorio nazionale, dobbiamo essere consci che i principi di difesa della libertà sono interpretati da qualcuno come segnali di debolezza o, peggio, sono oggetto di odio e disprezzo. Questo, aldilà di ogni ipocrisia, dobbiamo dirlo. Occorre quindi che gli Stati impongano all’interno dei propri confini il più rigido rispetto di diritti e doveri democratici e costituzionali. Senza eccezione alcuna. Facciamo le moschee a casa nostra? Facciamone anche mille. Ma senza nessuna tolleranza per chi in qualsiasi modo, con qualsiasi scusa, sotto qualsiasi forma pretenda di sovvertire l’ordine democratico. Altro, onestamente, non so.

Tre consigli per rottamare i Mondi di Mezzo nella P.A.

E siamo al punto di partenza: corruzione e malaffare, con inquietanti intrecci fra criminalità, politica e burocrazia, sono di nuovo l’argomento del giorno. Le notizie su Mafia Capitale, tuttavia, gettano ombre pesanti non tanto sulle singole persone, le cui oggettive responsabilità sono tutte da accertare, ma sull’effettivo funzionamento di una impalcatura legislativa ed amministrativa contro la corruzione. Lo spaccato che esce dalle indagini ci rivela, purtroppo senza grosse sorprese, che siamo di fronte ad un problema di sistema che, oltre a preoccupare per lo strapotere di certa criminalità, rivela la drammatica debolezza di pezzi dello Stato e della società civile. Sbaglia chi declassa questa brutta storia a problema romano: è solo lo specchio dell’Italia. Fa bene Raffaele Cantone, Presidente dell’Anticorruzione, a invitare tutti a mantenere la calma e a non reagire sulla base dell’emotività, rifiutando facili generalizzazioni. Tuttavia, servirebbe ricostruire la tenuta civile di una società intera, nella quale siamo da un lato pronti a denunciare le malversazioni di politici, burocrati ed imprenditori ma, dall’altro, non esitiamo ad accettare una raccomandazione, una spintarella, un aiutino. Inutile cercare santi: è davvero illusorio aspirare ad una politica di puri ideali, ad una imprenditoria illuminata, ad un apparato amministrativo da orologio svizzero. Possiamo urlare a squarciagola come certo movimentismo, e fare un po’ di populismo di maniera, ma non cambieremmo la realtà delle cose.

Occorre, invece, lavorare sulle regole di sistema, migliorando la tenuta complessiva della comunità, che si regge proprio su quei pilastri che sembrano vacillare. Si regge sulla politica che contempera ambizione personale e ricerca del bene comune, sulle aziende che fanno profitto rispettando le leggi, sugli apparati burocratici che nel fare il loro dovere non si asserviscono alla politica o, peggio, ad altri interessi. Perché è bene ricordare che noi romani, noi Italiani, non possiamo permetterci di gettar via il bambino con l’acqua sporca. Il rischio è di precipitare sempre più nel vortice del rifiuto generalizzato alla partecipazione pubblica, lasciando – definitivamente – la cosa di tutti nelle mani di chi ha interesse a manovrarla per fini personali e criminali. Ma come si ricostruisce una casa comune? Intanto prendendosi ognuno le proprie responsabilità per intero, senza sconti e scaricabarile sul vicino di cordata. Cominci la politica, certamente, mettendo fine a quei comportamenti che, perseguibili o meno, corrodono il vivere civile. Siano gli imprenditori onesti i primi a rifiutare e denunciare comportamenti illegittimi e fraudolenti. E siano gli amministratori pubblici a tenere sempre la schiena dritta, dicendo quei no che costano ma che sono indispensabili. Eppure non basta ancora. Non è sufficiente affidarsi all’onestà e alla buona volontà dei singoli, pure preziosa. Si devono creare quelle condizioni per le quali l’illecito non sia conveniente. Basterebbe rifarsi alle tante sollecitazioni delle istituzioni internazionali, ONU in testa, introducendo, ad esempio, meccanismi di tutela e di anonimato per chi fa soffiate dall’interno (il cosiddetto whistleblowing). Ma, aldilà di questo, ci sono altre leve, nel legame politica-amministrazione, su cui lavorare.

La prima: rendere forte, capace e autonoma la classe dirigente amministrativo-burocratica di questo Paese. Reclutare e formare per la dirigenza pubblica giovani con voglia di fare attorno a valori comuni, moderni e repubblicani è la base irrinunciabile per ricominciare. Tuttavia, ogni Governo tentenna sul ruolo da dare alla Scuola Nazionale dell’Amministrazione la quale, pure tra mille difficoltà, in quindici anni ha sfornato un corpo di circa cinquecento dirigenti, quasi una anomalia nella storia amministrativa italiana. Non nascondiamoci dietro un dito: se ci sono tanti, tantissimi servitori dello Stato preparati e consapevoli della loro missione istituzionale, per tanti la domanda sorge spontanea, per citare un noto motto: “Ma chi te lo ha fatto vincere un concorso pubblico?“. La vicenda relativa al concorso di Roma Capitale, in cui dalle intercettazioni emergerebbe che un dirigente pubblico, membro di una Commissione di Concorso, si sarebbe “adoperato” per una facile promozione, merita tutto il nostro sdegno. E ancora, per citare un lapidario Sabino Cassese: “Troppi posti amministrativi sono coperti da persone scelte senza concorso, non per il loro merito, ma per «meriti politici». Costoro non si sono guadagnati il posto con le loro forze, ma l’hanno avuto grazie ad appoggi di partito o di fazione. Quando chiamati, debbono «contraccambiare» il favore reso loro da quel sottobosco di vassalli che si nasconde sotto il manto della buona politica”. Banale, ma indigeribile da certa politica che, invece, aumenta i posti di nomina fiduciaria proprio negli enti locali.

La seconda leva è sulle leggi: i fatti ci dicono che tutto quel complesso di norme, decreti legislativi, decreti ministeriali, circolari e atti di indirizzo che dal 2009 in poi hanno inondato le scrivanie dei dirigenti pubblici in materia di performance, trasparenza e lotta alla corruzione non hanno funzionato come dovevano. La nuova ondata di innovazione e apertura della macchina pubblica avrebbe dovuto fare una rivoluzione: è diventata, immancabilmente, adempimento, peraltro oneroso in termini di tempo, costi ed energie. Come rileva Luigi Oliveri, la legge 190 del 2012 contro la corruzione “nella sua prima parte, quella dedicata alla prevenzione di tipo amministrativo della corruzione, non dedica nemmeno una virgola agli organi politici e prende in considerazione solo i dipendenti pubblici. Come se i corrotti fossero o possano essere solo questi”: qualche domanda vogliamo porcela? D’altronde, continuiamo a bearci del miraggio che una norma di legge faccia di per sé scattare una modifica della realtà che ci circonda: è un equivoco che drammaticamente accomuna tanta politica e tanta pubblica amministrazione, aggravato dalla illusione per la quale, approvata quella tal legge o firmato quel tal atto, abbiamo fatto il nostro dovere, la palla passa a qualcun altro. Quante volte, poi, ci siamo stracciati le vesti contro l’eccesso di leggi in Italia, che non fa altro che dare agio all’elusione dei soliti furbi? Non si sfugge, ad ogni problema si porta la medesima, schizofrenica soluzione: una nuova legge. Se poi tutto crolla, la via maestra è quella di affidarci al potere taumaturgico dei giudici, chiamati a salvare la Patria sia con la toga che senza. Stato di emergenza o prassi quotidiana, siamo ormai persuasi che affidare un incarico ad un magistrato risolva d’incanto i problemi. Alla bulimia normativa si aggiunge una vera e propria abdicazione dello Stato-Istituzione e dello Stato-Apparato ai propri doveri costituzionali.

E siamo alla terza leva: senza una vera ed efficace trasparenza non otterremo mai risultati concreti in termini di lotta alla corruzione ed efficacia dell’azione pubblica, che sono inscindibilmente legate. Mettere in grado i cittadini di esercitare un controllo diffuso, maturo e consapevole sui comportamenti di chiunque abbia responsabilità pubbliche è il primo antidoto al malaffare: assoluta trasparenza dei finanziamenti alla politica, controllo serrato sulla concludenza dei comportamenti, politiche pubbliche chiare e misurabili, con individuazione del chi, del cosa e del come. Siamo, purtroppo, ancora nella fase neonatale. Sinora ci siamo baloccati con lo stipendio dei burocrati o con l’annuncio ed i primi timidi passi della stagione della trasparenza 2.0, ma in un Paese dove ancora il 41,7% delle famiglie dichiara di non possedere l’accesso a internet perché non ha le competenze per utilizzarlo, diventa davvero difficile parlare di trasparenza assoluta. Se, tuttavia, aprire tutti i cassetti è un imperativo,la trasparenza, quella vera, è uno strumento potente: difficile da mettere in piedi, ancora più difficile da maneggiare da parte dei cittadini. Perché solo quando saremo in grado di passare dal controllo fine a sé stesso all’utilizzo della trasparenza per compartecipare alle scelte pubbliche e contribuire alla costruzione delle politiche avremo compreso che la trasparenza non è un fine: è un mezzo per compiere scelte consapevoli e mirate, esercitando una cittadinanza attiva che alimenti la vita democratica di un Paese. Perché mettere una scheda in un’urna una volta ogni cinque anni e poi farsi gli affaracci propri non è essere cittadini: è essere complici.

Pubblicato (tranne qualche aggiornamento) su Formiche.net

Le sentinelle della morale

E abbiamo anche le sentinelle, anzi le #sentinelleinpiedi, per essere alla moda. Ma chi sono? Dal loro sito si legge che “Sentinelle in Piedi è una resistenza di cittadini che vigila su quanto accade nella società e sulle azioni di chi legifera denunciando ogni occasione in cui si cerca di distruggere l’uomo e la civiltà”. Nientedimeno! Quindi, ad occhio, questi cittadini si adoperano per difendere l’ecosistema dall’inquinamento, il pianeta dalla sovrappopolazione, gli onesti dalle mafie, donne e bambini dalla violenza, giusto? Sbagliato: invece “ritti, silenti e fermi – dichiarano – vegliamo per la libertà d’espressione e per la tutela della famiglia naturale fondata sull’unione tra uomo e donna”. Ok, ora è più chiaro. Ma perché, mi chiedo? Chi è che vuole distruggere la famiglia naturale uomo/donna? Continuando a leggere, si scopre che il marrano ha un nome: è Ivan Scalfarotto, sottosegretario del Governo Renzi, gay dichiarato, affermato professionista e promotore del disegno di legge in materia di contrasto all’omofobia e alla transfobia. “Con questa legge – sostengono le sentinelle – chiunque faccia rifermento ad un modello di famiglia fondato sull’unione tra un uomo ed una donna, o sia contrario all’adozione di bambini da parte di coppie formate da persone dello stesso sesso, potrebbe essere denunciato e rischiare fino a un anno e sei mesi di carcere”.

Facciamoci qualche domanda da cacadubbi, adesso. La prima: ma chi sono davvero le sentinelle? Chi organizza, chi paga per il sito, chi promuove queste iniziative, chi è che ha avuto l’idea di replicare l’azione di veglia lanciata in Francia? Non è dato saperlo: a scartabellare il sito internet, almeno, non esiste nessun riferimento a chicchessia. Movimento acefalo e spontaneo dal basso, sembrerebbe. Difficile da credere. Attenzione, però: anche così mi sta bene. Come diceva quel tale, sono disposto a difendere fino all’ultimo il tuo diritto di dire quel che pensi, pure fosse un’idea lontana anni luce da me. Andiamo allora alla seconda domanda: ma questo ddl è davvero così liberticida? Davvero, come sostengono, è minacciata la libertà di sostenere a viso aperto che la coppia per antonomasia è quella fra uomo e donna e che non si vuole l’adozione di coppie dello stesso sesso? Prima di andare a vedere le norme (l’avranno fatto le sentinelle?), una cosa va chiarita: ma chi l’ha detto che una coppia gay di per sé minacci la coppia etero? Chi l’ha detto che volersi sposare fra gay o lesbiche o essere una trans pre-op o post-op sia un contributo alla distruzione dell’uomo (sic!) e della società? E chi l’ha detto che il desiderio di adottare da parte di una coppia gay sia di per sé un male? Diamo acquisite per relationem tutte le cautele a tutela del benessere del minore, ovviamente, ma basta andarsi a leggere i casi di cronaca di violenza contro donne e minori nelle famiglie “naturali” per capire che le persone sono sé stesse indipendentemente dall’orientamento sessuale. E poi: se due uomini o due donne ottengono di potersi sposare (e la Corte suprema USA ha dato luce verde in questo senso proprio ora), questo influenzerà negativamente chi vuole sposarsi con l’innamorato o l’innamorata di sesso opposto? Mi dispiace deludere qualcuno, ma non si diventa gay per infezione, né la libertà di scelta sessuale di taluni ha diretti effetti sugli altri: tranquilli.

Questo è elementare buon senso che, tuttavia, sembra obnubilato nella visione di un mondo in bianco e nero anni ’50 da parte di qualcuno, che dovrebbe magari andare a rileggersi i saggi di Eva Cantarella sulla dimensione sessuale dei greci e dei romani che, a occhio, sono i nostri diretti ascendenti in termini di storia, cultura, poesia, arte, diritto e chi più ne ha ne metta. Ma torniamo al pericoloso criminale Scalfarotto: che diavolo ha macchinato costui? Ad andarsi a leggere il testo fiammeggiante del ddl, appare evidente un principio semplice semplice: si individuando e puniscono condotte che vanno ben al di là della semplice manifestazione di un’opinione. Si colpisce, in realtà, per la sfera dell’orientamento sessuale così come per quella razziale, l’istigazione a commettere una discriminazione o una violenza, e non mere opinioni, quand’anche esse esprimano un pregiudizio, sostanzialmente estendendo le previsioni della Legge Mancino sull’odio razziale alla dimensione dell’orientamento sessuale. Insomma, amiche sentinelle, voi potrete benissimo continuare a contestare l’opportunità che due uomini o due donne o una transessuale si sposino o possano adottare un bambino, tranquille. Ed anzi, sarò in prima fila a difendere il diritto ad avere e manifestare le vostre opinioni, condannando in ogni momento manifestazioni di intolleranza come quelle che si sono verificate in questi giorni. Tuttavia, è segno di civiltà punire chi incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi o motivati dall’identità sessuale della vittima. Tutto qui. E, per carità, lasciamo stare il fake nazista dell’Illinois!

Noi e il nostro latinorum

Volete voi che sia abrogato l’art. 23 bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto legge 25 giugno 2008 n. 112 “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”, convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n. 133, come modificato dall’art. 30, comma 26, della legge 23 luglio 2009, n. 99, recante “Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia” e dall’art. 15 del decreto legge 25 settembre 2009, n. 135, recante “Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della Corte di giustizia delle Comunità europee”, convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n. 166, nel testo risultante a seguito della sentenza n. 325 del 2010 della Corte costituzionale ?

Ecco, ricorderete con orrore uno dei quesiti referendari su cui noi Italiani siamo stati chiamati a dire la nostra nel giugno del 2011, mettendo una croce sul “si” per la cancellazione delle norme e sul “no” per il loro mantenimento. Ed ecco: devo dare – con l’amaro in bocca – ragione piena a Michele Serra che oggi su Repubblica ricorda che in Italia la pompa e la frase imparruccata sono la paradossale garanzia della dignità del potere. Allora almeno noi, noi mezzemaniche che stiamo sul pezzo negli uffici e sulle scrivanie, ce lo dobbiamo dire: a fronte di un referendum sull’indipendenza scozzese in cui ci si trova davanti una domanda secca (“La Scozia dovrebbe essere indipendente?”) sembriamo dei matti da legare. Sì, certo, la questione della scrittura delle leggi è uno dei veri, grandi problemi dell’arretratezza dell’Italia con una storia di secoli e su questo si giocano grandi equivoci, ma se persino chi deve applicare le norme si trova in difficoltà a comprenderle appieno (sì, mea culpa), è un problema di sistema che investe tutti. E allora, cari amici e colleghi burocrati, siamo noi a doverci rimboccare le maniche per primi, a rifiutare per primi questa forma mentale per cui il brodo va allungato a tutti costi, in cui una risposta o una posizione chiara è temuta come una condanna a morte perché poi qualcuno – chissà chi, chissà quando – potrà venire a chiederci conto di quella nostra modesta assunzione di responsabilità di fronte a qualche giudice contabile o amministrativo. Ma non sentite questo insopportabile tanfo di vecchio, di stantio? Non siete stanchi di questa prudenza a tutti i costi e di doversi mettere al riparo dietro quel tal comma di quel tal articolo di quella tal legge rivista, modificata riformata da qualcuno chissà quando?

Non sarò io a dimenticare le tante, troppe colpe che la politica ha sulla questione. Ma il povero Renzo non aveva tutti i torti quando rimproverava a don Abbondio di prendersi gioco di lui: “Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?”. E allora sta – anche – a noi maledetti burocrati. Con l’esempio, giorno per giorno, lettera per lettera, dossier per dossier: o vi aspettate che risolviamo tutto con l’ennesima, bella legge?

Quei maledetti, puzzolenti, fastidiosi “vu cumpra’”

Siamo e restiamo un’Italietta. Un popolo di provincialotti timorosi della propria ombra che – ingenuamente o maliziosamente, non saprei – si concentra sul dito invece di inquadrare la luna. Un’estate densa di figurette, questa del 2014: a partire dall’ormai celebre Tavecchio, incartato in quel mangiabanane che lo accompagnerà a vita, fino al Ministro dell’Interno che parte lancia in resta contro la ghenga criminale dei “vu cumpra’” per garantire spiagge sicure agli Italiani in vacanza, per arrivare alle scritte e ai manifesti antisemiti a Roma. Un quadretto memorabile. Il primo viene eletto da un gruppetto di anziani affaristi del calcio (“Me lo so’ messo sulle spalle”, gongola Lotito), che se ne impippano altamente del fatto che gli stadi sono sempre più lasciati a loro stessi, abbandonati da famiglie e tifosi che amano questo sport. Il secondo, inconsapevole emulo del Benigni di “Johnny Stecchino”, fa la faccia feroce e trova al primo colpo quale sia il problema dell’Italia (oltre al traffico, beninteso): le molestie ai bagnanti in spiaggia ad opera degli stramaledetti “vu cumpra’”, che si arricchiscono come Cresi alle spalle di chi si gode il meritato riposo, riuscendo magistralmente a mettere in secondo piano il vero problema delle cricche criminali che si arricchiscono col mercato della contraffazione e dello sfruttamento (qui il comunicato stampa). Entrambe le vicende, ammettiamolo, hanno un quid (sic!) di comico, di farsesco, ma inevitabilmente degenerano in tragedia. Ed è in questo clima che possono agire quelle frange di razzisti fascistelli d’accatto che hanno imbrattato la capitale d’Italia con scritte antisemite e liste di proscrizione di negozianti, facendosi scudo degli accadimenti di Gaza, specchio per gonzi.

Vicende molto lontane fra di loro, naturalmente, ma che trovano alimento e nutrimento dalle medesime radici razzistucole di cui non riusciamo a liberarci. Nulla di cui stupirsi, d’altronde: è questo il linguaggio, l’immaginario e il brodino culturale di tanta parte degli Italiani, la culturetta fracassona da baretto che ancheggia per sterotipi e per sentito dire, facendoli propri a mò di dogmi incrollabili, mettendo in un unico, ribollente calderone negri e giudei. E froci, che fanno colore. Possiamo indignarci a volontà, ma è quando questo approssimativo linguaggio viene fatto proprio da chi è classe dirigente del Paese che dobbiamo preoccuparci sul serio. Chi ha responsabilità pubbliche nella politica, nell’impresa, nell’amministrazione, nello sport, dovrebbe sapere e comprendere che le sue parole pesano, pesano molto di più delle chiacchiere da osteria. Parlare in libertà senza mordersi la lingua equivale a legittimare quel coacervo di luoghi comuni razzisti che appestano la nostra società, fatto di tali schifezze che ci sarebbe da chiedersi come si sia potuto dimenticare che molti dei nostri padri e dei nostri nonni vivevano da puzzolenti emigrati solo una manciata di decenni fa. Padri di famiglia che andavano per anni, se non per decenni, a vivere a migliaia di chilometri lontano da casa a fare lavori infernali, sottopagati e in nero, e a dividersi la brandina col compagno alternandosi col turno di giorno e di notte, il tutto per far campare la famiglia quaggiù. In questa estate che è arrivata con due mesi di ritardo ce li meritiamo i Tavecchio da barzelletta, gli Alfano che ci ricacciano indietro ai tempi dei bingo bongo leghisti. E ci meritiamo coloro che li sostengono, li tollerano, li applaudono. Ce ne vorrà ancora per crescere, per avere una società che sia capace di avere un sistema di regole certe e che sia in grado di condannare chi commette un reato – reato! – senza distinzione di cittadinanza e di pelle, ma che abbia la forza e l’onesta di riconoscere quali siano i disperati, i diseredati, quelli che non abbiamo il coraggio di guardare negli occhi per paura di riconoscerci. Fino ad allora, potremo restare tranquillamente sul nostro lettino a leggere il nostro periodico gossipparo e a sentirci finalmente liberi dal cancro della società moderna: i maledetti, puzzolenti, fastidiosi “vu cumpra’”.

Una replica ai commenti dei lettori

Intanto grazie ai lettori che hanno voluto esprimere le loro osservazioni al mio articolo su “Lavoce.info” in materia di reclutamento della dirigenza pubblica. Provo ad articolare qualche replica.

E’ vero, leggere le nostre leggi è un’impresa titanica, da latinorum manzoniano. Ecco perché molto spesso gli stessi dirigenti e funzionari si trovano in forti difficoltà nell’applicarle. Sta al Parlamento riappropriarsi una funzione legislativa oggi lasciata agli Uffici Legislativi dei ministeri e, quindi, al Governo: meno leggi, scritte meglio. Sul lato economico-finanziario, invece, non sono d’accordo: proprio perché i soldi sono “degli altri” un funzionario pubblico deve esercitare grande cautela. E dirò di più: anche se non cerchiamo il profitto, questo non vuol dire che l’azione pubblica non debba essere efficace e, per quanto possibile in relazione agli scopi, economica. È come sempre una questione di regole. Ed una delle regole importanti credo sia formare i dirigenti in modo coerente e attuale con i bisogni di una società che evolve.

Un dirigente dovrebbe scegliersi la propria squadra? Magari! Il sistema, come lo descrive Valerio, è certamente opprimente: tuttavia, dobbiamo essere noi, aldilà di tutte le piccole grandi astruserie quotidiane, a imporre – imporre! – il cambiamento. È dura, lo so.

Sui “dirigenti istituzionali selezionati dall’oligarchia” non ho capito. Il senso della mia proposta è quello di rendere più forte la classe dirigenziale pubblica, autonoma e formata sui medesimi valori repubblicani: l’esatto contrario di quello che molti denunciano stia per accadere con alcune parti della riforma del Governo, ovvero rendere più influenzabile il dirigente dal vertice politico, di qualsiasi colore esso sia.

Infine, il rimprovero sulla trasparenza: vero, sono Presidente dell’Associazione degli ex allievi della Sna, un’associazione culturale che si rivolge a coloro che provengono dall’esperienza del corso-concorso. Non siamo un sindacato. E nulla ci verrebbe in tasca dal mantenere, rafforzare o cancellare l’istituto del reclutamento tramite Sna: parlo per il futuro, convinto che migliorarlo ed estenderlo sia un vantaggio per un’amministrazione che voglia dirsi moderna. Tuttavia, premesso che spero questo non tolga valore argomentativo alla mia proposta, si trattava solo di un mancato aggiornamento della bio, ora invece on line. Quindi parziale, ma spero intellettualmente onesto. Sul sistema romanocentrico, non colgo il problema: se la Sna (ex Sspa) ha avuto un merito, è stato quello di mettere assieme, giorno dopo giorno, caso unico nella storia amministrativa di questo Paese, neolaureati e funzionari da tutto il Paese, formandoli su valori e indirizzi comuni e creando legami che durano nel tempo. E questo, di per sé, in una Italia dominata dalla sindrome di Guelfi e Ghibellini, è già un risultato enorme (da lavoce.info).

Ah, per i feticisti del genere, imperdibile un serrato botta e risposta coi lettori del Fatto Quotidiano, che hanno commentato l’articolo ripubblicato su ilfattoquotidiano.it. Pepati, direi. Ma grazie comunque.