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Cristian Movio, Luca Scatà e le idee della Repubblica italiana

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Secondo il Bild – notizia riportata in Italia dal Corriere della Sera – i due agenti della Polizia di Stato che hanno fermato e ucciso Anis Amri, il terrorista assassino che a Berlino aveva ammazzato dodici persone, non meritano di ricevere l’onorificenza che il Governo Tedesco sembra avesse in animo di conferire loro. Il motivo? Le opinioni che i due avrebbero espresso sui loro profili social, che vanno dall’esaltazione di Mussolini a commenti razzisti contro gli immigrati. In soldoni, apologia di fascismo, cosa su cui i Tedeschi non fanno sconti. Ove queste notizie corrispondessero al vero, roba difficile da digerire. Imbarazzante, certamente. Se così fosse, dovremmo tutti porci qualche domanda. Cominciando dal chiederci, in primo luogo, se sia ammissibile e tollerabile che le pagine dei social media siano inondate da deliri fascisti e razzisti, lanciati e rilanciati quasi con noncuranza. Qualcosa si sta muovendo per arginare il fenomeno, ma ancora troppo poco, evidentemente. Se una società sana non può che rifiutare derive di questo tipo, diventa ancor più grave che dei servitori dello Stato, per di più appartenenti alle forze dell’ordine, possano esprimere in libertà certe opinioni senza conseguenze. Sia chiaro: Cristian Movio e Luca Scatà devono ricevere sempre e comunque la gratitudine dei loro concittadini, per aver compiuto il loro dovere a rischio della vita. Ed hanno il diritto, come tutti gli Italiani, a dar voce in piena libertà alle loro opinioni, tutelate dall’articolo 21 della nostra Costituzione. Può, però, un civil servant, impegnato nella difesa delle Istituzioni democratiche, sostenere idee che sono in aperto contrasto con la Carta fondamentale del Paese? La risposta, evidentemente, è no. Par di capire che i profili dei due ragazzi siano stati oscurati e non siano più consultabili: la tutela della loro sicurezza personale assume, ovviamente, carattere imperativo. Occorre, tuttavia, fare uno sforzo ed astrarsi dal caso specifico che riguarda Cristian e Luca e porsi seriamente il problema della fibra democratica di chi ha la funzione fondamentale di tutelare l’ordine pubblico e la sicurezza dello Stato. Mai generalizzare, certamente. Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e tutte le donne e gli uomini che hanno il compito di difendere le Istituzioni sono una ricchezza di questo Paese: basti citare gli sforzi compiuti in ogni occasione, dalla lotta al terrorismo, al contrasto alle mafie, all’aiuto nelle situazioni di disastro ed emergenza. C’è da essere orgogliosi delle nostre divise. Per indossarle, però, occorre sposare fedelmente la Repubblica. Non contano le idee politiche, tutte legittime se di casa nell’alveo del dibattito democratico. Pulsioni antisistema, tuttavia, che inneggino a ideologie totalitarie o alla supremazia razziale vanno non solo condannate, ma isolate ed espulse. A tutela delle stesse forze di sicurezza e, dunque, del Paese. Su certe cose la Germania non scherza. Dovremmo far sul serio anche noi.

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Riforma Madia, cosa succederà con la dirigenza a chiamata?

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È arrivato in Parlamento, per il previsto parere, il testo del decreto legislativo in materia di dirigenza approvato lo scorso 25 agosto, fortemente voluto dal governo quale uno dei capisaldi della complessiva riforma della pubblica amministrazione. Se molte sono le voci che si levano a sottolineare le virtù quasi taumaturgiche del decreto, da ultimo Sabino Cassese sul Corriere (parlando addirittura di fine del feudalesimo burocratico), i dubbi non mancano. Lo diamo acquisito per relationem: sono molti gli aspetti, già delineati nella legge delega, che sono di indubbia positività, primo fra tutti l’istituzione dei ruoli unici della dirigenza (Stato, Regioni ed Enti Locali), con lo scopo dichiarato di dar vita ad un corpo di dirigenti della Repubblica, abbattendo gli steccati dei ruoli delle singole amministrazioni. Pur tuttavia, non si può far a meno di evidenziare le criticità nella messa in opera di un tale salutare principio, fra le quali troneggia la voluta precarizzazione della dirigenza, di fatto soggetta da domani – molto più di oggi – all’umore della politica.

Rimandando a quanto già trattato proprio su Formiche.net, un altro aspetto, a questo collegato, merita un approfondimento: si tratta della cosiddetta dirigenza “a chiamata”. Come noto, sono tre le modalità con cui si assumono funzioni dirigenziali: attraverso la selezione del corso-concorso della Scuola Nazionale dell’Amministrazione, dietro concorso riservato a chi già lavora nelle PA e, infine, grazie ad una chiamata diretta da parte della politica (per gli apicali) o di un dirigente generale (per i dirigenti oggi definiti di seconda fascia). La terza fattispecie ha da sempre generato qualche perplessità: se da un lato è in principio corretto ed auspicabile che in una amministrazione pubblica ci si possa avvalere di professionalità di particolare specializzazione, dall’altro l’utilizzo fatto dell’istituto è stato spesso assai spregiudicato, ponendo a carico del pubblico erario il mantenimento di amici e sodali, talvolta persino di qualche trombato da ricollocare. Correttamente, quindi, l’allora Ministro Brunetta aveva introdotto una specifica norma tesa a garantire l’obbligo per il nominante di ricercare in casa propria, prima di poter beneficiare chicchessia senza passare per un concorso, quelle particolari competenze di cui l’amministrazione abbisognasse. Un piccolo argine che, in qualche caso, è servito a limitare abusi e a scoraggiare colpi di mano.

Per essere chiari: sarebbe ingeneroso non riconoscere che non sono mancati dirigenti nominati che hanno dato buona prova di sé, talvolta anche ottima. È, però, intuitivo il confine sottile che occorre avere molta cura nel non attraversare. Desta allora preoccupazione che il decreto di riforma, pur mantenendo l’asticella delle percentuali fissate per la chiamata diretta, cancelli del tutto il principio della previa ricognizione dentro gli uffici: da domani, dunque, una nomina di un esterno prescinderà del tutto dall’indagine circa la presenza in quel tal Ministero o quel tal Comune delle professionalità che si cercano. E non finisce qui. A voler essere maliziosi, potrebbe scorgersi una certa qual connessione con la creazione della nuova figura del “dirigente-precario”, il quale, pur vincitore di concorso, rischia di perdere il posto per il sol fatto di non ricevere un incarico, a prescindere dalla valutazione sul suo operato. Il paradosso che potrebbe crearsi, al netto della dichiarata promozione di valori meritocratici, di mobilità e di valorizzazione del risultato è che, mentre un vincitore di concorso può essere accompagnato alla porta pur avendo ottenuto dei risultati, chi un concorso non l’abbia vinto e sia stato beneficiato di una nomina dall’alto prosegua tranquillamente una carriera che può trascinarsi, rinnovo dopo rinnovo, fra i diversi ruoli, ormai comunicanti.

Anche chi non mastichi di amministrazione potrà concordare su un aspetto quasi banale: se gli alti recinti in cui prima si trovavano quasi isolati i diversi settori pubblici (ministeri, enti pubblici, regioni e comuni) fornivano una ragione in più per rivolgersi all’esterno in cerca di determinate, specifiche professionalità, la creazione di un grande calderone dei dirigenti della Repubblica dovrebbe far venir meno questa esigenza. Diventa, infatti, difficile sostenere che in un bacino di decine di migliaia di professionisti pubblici non si trovi quel profilo o quella competenza. Eppure, a leggere la relazione parlamentare che accompagna il provvedimento, “avendo la delega confermato la volontà di avvalersi di aliquote di dirigenti assunti dall’esterno della pubblica amministrazione, viene meno la necessità di esperire una previa ricognizione tra i dirigenti iscritti nel ruolo unico (in possesso delle competenze richieste per l’incarico) in quanto sarebbe difficoltoso effettuare la predetta ricognizione sull’ampio numero di dirigenti iscritti nel ruolo stesso”. Traduco: poiché sarebbe complicato scartabellare i curricula dei dirigenti in servizio, passo oltre e pesco da fuori. Curioso, visto anche che il decreto prevede meritoriamente la creazione di una banca dati dei dirigenti, così da avere sott’occhio, in qualsiasi momento, la situazione della forza lavoro dirigenziale. Se a pensar male si commette peccato, qualcuno potrebbe azzardare che si possano aprire strade nuove per chi venga nominato dalla politica a scapito di chi, pur essendosi guadagnato il titolo, venga espulso perché scomodo o, semplicemente, per far posto. Chissà se quel qualcuno ci azzeccherebbe pure.

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E riforma della dirigenza fu: contenti adesso?

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Cari concittadini,

negli ultimi due anni, a fronte di una assai bene orchestrata campagna avverso i dirigenti pubblici, non molte sono state le voci che si sono alzate a denunciare i rischi di un’operazione che si annunciava spregiudicata. Con il varo del decreto attuativo dello scorso 25 agosto, quei timori di pochi sono divenuti realtà, con potenziali conseguenze assai nefaste per il funzionamento della macchina pubblica. Non mi affannerò a ripetervi i perché ed i percome di amministrazioni pubbliche che vedono al loro interno segmenti di assoluta eccellenza e aree di grande inefficienza. E neppure mi interessa fare difesa d’ufficio dei dirigenti pubblici i quali, sempre più schiacciati dal principio fare di più con minori risorse, non sono stati capaci, tranne poche salutari eccezioni, di far massa critica e parlare al Paese. Sia però chiaro e messo a verbale: sono stati, pian pianino, demoliti tutti i puntelli di un sistema che, fra molte disfunzionalità, assicurava, tuttavia, un minimo livello di autonomia alla dirigenza, a tutela primaria dell’interesse pubblico.

Il concorso pubblico? Un orpello ottocentesco che garantisce solo i raccomandati. L’autonomia dalla politica? Al diavolo, tanto è già tutto un magna magna. Lo stipendio a fine mese? Lo vadano a raccontare a chi fatica ad arrivare all’ultima settimana. Le competenze necessarie per gestire sistemi complessi? Basta remare contro: velocità, velocità, velocità. E via di questo passo. Un perfetto meccanismo comunicativo, sostenuto con foga da tanti illustri commentatori dei mass media, che è riuscito a spostare l’asse dell’opinione pubblica dai dipendenti pubblici fannulloni (sempre mangiapane a tradimento restano, per carità) al dirigente pubblico inamovibile, straricco e controllore degli umani destini a scapito della politica, vittima delle macchinazioni dei burocrati e immacolata come un giglio. Unta dal Signore, si sarebbe detto qualche anno fa. Al macero l’idea che dirigenza e politica debbano lavorare in un clima di leale cooperazione con regole certe e garantiste. Senza farsi le scarpe. Si è preferito un braccio di ferro che ha fatto leva su esperimenti di neolingua da fare invidia al 1984 Orwelliano. Quella parte di stipendio legata al risultato è diventata, nel lessico comune, premio, come fosse qualcosa di ulteriore invece di una quota della retribuzione. Si è spacciato come dogma l’inamovibilità del dirigente, mentre i ruoli delle amministrazioni hanno da sempre tenuto inchiodati i dirigenti alle loro strutture, salvo rivolgersi al santo di turno. Si sono sbandierati inesistenti stipendi favolosi, ammantando di ipocrita pauperismo l’istigazione all’invidia sociale. Si è denunciata la commistione fra burocrati e politici, ma si sono indeboliti i paletti per le nomine di amici e sodali. Chapeau!

Insomma, si è compiuta la totale destrutturazione del valore della competenza dei tecnici, riuscendo per di più a farlo invocando il merito, l’indipendenza e il risultato. Non nascondiamoci dietro un dito, tuttavia: il passato non è stato rose e fiori. Merito e competenza nel settore pubblico hanno fatto a pugni con lobbysmo sotterraneo e patti scellerati con la politica, esattamente come accade in tanti pezzi della nostra società, dove lo sport preferito è sempre il solito: chiagnere e fottere. Pur tuttavia, a fronte di tanti, troppi problemi, denunciati spesso dalla stessa dirigenza, voi, cari concittadini, avevate la ragionevole aspettativa di essere trattati con la medesima attenzione e giudizio rivolgendovi al dirigente Tizio o al direttore Caio, nel tal ministero o in quel tal ente. Ora si aprono scenari inediti. E sapete perché? Perché il dirigente pubblico, nel fare il proprio dovere e barcamenandosi fra la legge e l’indirizzo politico del vertice di riferimento, poteva sempre farsi forza del posto fisso. Sì, il posto fisso, chiamiamolo così che ci capiamo, voi ed io. E quel posto fisso lo tutelava in caso dovesse opporre dei no sgraditi a qualcuno o dire, senza troppi timori, che quella tale idea era balzana e che era meglio muoversi in altro modo. Certo, il dirigente era licenziabile per una valanga di motivi (Carramba, che sorpresa, eh?) ma poteva fare il suo mestiere con relativa autonomia e dignità. Domani? Sui tecnicismi tornerò. Oggi vi basti sapere che nel prossimo futuro il dirigente dovrà girare col cappello in mano, sotto perenne ricatto di non vedersi confermato e mandato a casa senza relazione alcuna con l’essere stato valutato positivamente o meno. E chi pensate subirà le conseguenze ultime di questa tanto agognata rivoluzione? Ecco, siete contenti adesso?

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Rue de la Loi è dietro l’angolo

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La notizia arriva nel mezzo di una conferenza internazionale in materia di diritti umani per le persone con disabilità. Arriva via social network, naturalmente. Siamo a più di 2000 chilometri da Bruxelles ma la sala è piena di colleghe e di colleghi di paesi diversi che vanno e vengono da Bruxelles con assiduità, tutta gente che frequenta i palazzi e le sale di Rue de la Loi e che là ha colleghi e amici. Vicino a me c’è la collega belga – vallona – del Ministero del Lavoro, alla quale mostro le notizie sul cellulare. Sbianca e chiama marito e figli: linee intasate, naturalmente. Si tranquillizzerà solo mezz’ora dopo quando riuscirà finalmente a contattarli. Mi tocca fare una presentazione con qualche diapositiva spiritosa che ora è del tutto fuori luogo e apro il mio intervento ricordando le vittime dell’aeroporto (solo in seguito sapremo delle esplosioni nella metro). In pochi minuti sono tutti al telefono in corridoio per sapere se chi conoscono in quelle strade e in quei palazzi al centro dell’Europa stanno bene. Sì, perché Bruxelles è un crocevia di burocrati da tutta Europa. Ci sono quelli che vivono e lavorano stabilmente nelle Istituzioni, sono gli expats. Chi ci lavora per un periodo di tempo e torna a casa. Chi – come i colleghi seduti attorno a questo enorme tavolo riunioni – va e viene periodicamente, persi nel frullato del calendario delle riunioni della presidenza europea di turno. Ogni volta è la stessa trafila: corsa a Fiumicino per un aereo dopo il lavoro e l’arrivo in quell’aeroporto ormai familiare dove anni fa ti accoglieva un razzo gigante rosso e bianco di una delle più belle storie di Tin Tin. Ti trascini un trolley e uno zaino per il portatile ed i documenti che serviranno per la riunione del giorno dopo e prendi al volo l’autobus o il treno che ti porta rapidamente in centro città, sognando una pizza del ristorante italiano a Schuman, nel cuore del quartiere europeo, o una birra trappista alla Grande Place e poi il letto nel solito albergo. Sveglia presto, giacca e cravatta e si va nelle sale ovattate della Commissione o delle altre istituzioni dove ti aspettano litri di quello che si ostinano a chiamare caffè. Si incontrano amici e colleghi, euroburocrati inclusi, quelli dalle camicie lilla e le cravatte improbabili, con cui ormai da anni si condividono discussioni e qualche cena, e verso le sei si riparte: bus, aeroporto, atterraggio, casa. E via di nuovo in ufficio. Ecco, per dire che questi schifosi assassini stavolta non hanno colpito in paesi o città che pure conosciamo e amiamo ma che ci illudiamo di considerare altro rispetto al nostro quotidiano. Oggi c’è di mezzo un pezzo della nostra vita di tutti i giorni e del nostro lavoro. Della nostra storia. Della convinzione che, con tutte le difficoltà e gli intoppi e le storture che ci sono, ogni volta si va lassù per il nostro Paese e per gli ideali di integrazione e solidarietà che hanno portato a questo continente un inusitato periodo di pace. Ed è qualcosa che, se possibile, picchia ancora più a fondo. Soluzioni e proposte verranno. Per ora una cosa va detta: la risposta migliore a questa gente è riaffermare, oggi come non mai, come servitori dello Stato, i valori democratici della costruzione europea. Per oggi basta.

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Dopo Parigi: i nemici di tutti

La prima riflessione, a caldo, dopo gli attacchi terroristici a Parigi è la paura. Paura che possa accadere di nuovo, magari a casa nostra, una paura che ci fa richiudere in noi stessi. Scontiamo, tuttavia, il fatto che noi europei siamo terribilmente ignoranti: non sappiamo cosa accade a poche ore di aereo dai nostri confini, addirittura ad un bracco di mare dalla Sicilia. Decapitazioni, kamikaze e lotte tribali entrano in un frullatore dal quale esce poco o nulla. Uno dei risultati di questa situazione è che rischiamo di non capire il fenomeno in corso e di soccombere alla reazione indiscriminata contro un fantomatico “Islam”. Le deprecabili prove di questa reazione di pancia o spacciata per tale – la copertina di Libero è paradigmatica, da questo punto di vista – sono la migliore risposta che il fanatismo attende. Non si tratta di invocare un appeasement, quella che di fronte al nazismo si rivelò una drammatica forma di debolezza. Si tratta di capire che il movimento criminale (i movimenti, meglio) di fanatici ammantati di religione sono i nemici di tutti, indipendentemente da nazionalità o credo. Il patrimonio di civiltà di cui l’Europa, con tutti i suoi difetti, è custode, vede nella Francia il suo epicentro: rinunciare a quei principi che sono una conquista dell’umanità sarebbe una grave sconfitta, morale prima che politica e militare. Si tratta allora di negare l’evidenza? No affatto. Ha ragione il Presidente francese quando parla di atto di guerra: è una guerra che va avanti da anni contro uno stile di vita che per molti è odioso. La libertà delle donne e degli uomini, la libertà di pensiero e di dissenso, la libertà dei costumi e delle opinioni è un qualcosa di intollerabile per chi immagina uno stato totalitario di dimensione globale. Difficile capire i perché. La reazione deve essere forte. Ma quel che conta ora è ricordare chi siamo: e che, anzi, la libertà non è una conquista duratura, ma può vacillare. Quei maledetti colpi di kalashnikov che hanno ammazzato più di cento persone, a dispetto della loro etnia o religione, non ce li dobbiamo dimenticare. E, allo stesso tempo, non dobbiamo perdere il lume della ragione, quel lume fra i lumi che la Francia ha donato alla civiltà moderna. Far levare i jet e sterminare l’Isis, come chiede un alto rappresentante delle Istituzioni Italiane, al di là della sua perfetta improprietà, è l’esempio di scuola della reazione che si aspettano i fanatici d’ogni risma. È un quadro terribilmente complicato che fa tremare i polsi, in cui entra a forza anche l’emergenza migrazione: molto bello twittare ossessivamente #iononhopaura, ma inutile negare che il solo pensiero che qualcosa del genere possa accadere in Italia è terrorizzante, soprattutto in vista del prossimo Giubileo. Ed è un quadro di cui ignoriamo la complessità, nel quale giocano elementi religiosi, economici, geopolitici. In questo momento occorre essere consapevoli che uno Stato democratico ha la forza per difendersi e reagire, salvaguardando i propri valori. Ne ha la forza militare e di ordine pubblico, come quella dei propri valori fondanti.Gli apparati di sicurezza lavorano febbrilmente e va riposta ogni fiducia nel loro operato. Ma non dimentichiamo che aldilà di ogni recinto o muro la partita è globale, e che a livello globale va giocata, in ogni possibile arena e con ogni possibile partner che rifiuti il terrorismo. Il resto è fuffa.

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Nozze gay? Lasciamo stare l’obiezione di coscienza

Sono di questi ultimi giorni due casi di manifestata obiezione di coscienza da parte di due donne pubblici ufficiali avverso delle nozze fra persone dello stesso sesso, avvenuti ad un oceano di distanza. In USA una funzionaria comunale del Kentucky è stata arrestata per il suo rifiuto di emettere licenze matrimoniali per le coppie gay come imposto dalla legge a seguito di una pronuncia della Corte Suprema americana, mentre in Francia una vicesindaco aggiunto di Marsiglia è stata condannata a cinque mesi di carcere con la condizionale per essersi rifiutata di sposare una coppia omosessuale. Entrambe le donne avevano fatto appello all’obiezione di coscienza in base alle loro convinzioni religiose, di matrice cristiana per la prima, musulmana per la seconda. Colpisce senza dubbio il fatto che l’obiezione di coscienza, tradizionalmente legata a movimenti nonviolenti contro il servizio militare o la coscrizione obbligatoria o, fenomeno ben noto in Italia, alla pratica dell’interruzione della gravidanza, venga evocata per un atto che investe semplicemente la vita privata e affettiva di altri individui, i cui diritti sono garantiti dalla legge. E se appare probabilmente sproporzionata la cella, certamente una sanzione disciplinare o l’allontanamento appaiono i mezzi più efficaci per contrastare questo fenomeno. È davvero curioso come certa interpretazione del credo religioso possa portare alla imposizione di propri comportamenti, certamente legittimi, ad altri cittadini che, per motivi propri ed altrettanto legittimi, intendono condurre la propria vita privata come meglio gli aggrada. Non stupisce, in fondo, che Papa Francesco abbia voluto incontrare la funzionaria americana durante la sua visita negli Stati Uniti: la Chiesa Cattolica, come le altre confessioni religiose, è un club esclusivo con proprie regole che i membri possono impegnarsi a seguire. Eppure, l’elemento assolutamente sconcertante è che la pretesa di non contribuire ad un comportamento che per una determinata religione viene considerato, diciamo così, inappropriato, mentre costituisce solo un atto d’amore per molti altri, invada la sfera pubblica propria dello Stato, venendo meno ai doveri di legge di un funzionario pubblico. Professarsi obiettori di coscienza alle nozze gay da parte di coloro che sono tenuti a celebrarle non implica la difesa del valore della vita umana: proprio mentre trova spazio nei media la crociata contro la cosiddetta teoria gender (bene ha fatto il Ministro dell’Istruzione a imporre uno stop), va detto chiaramente che questo singolare atteggiamento ha il solo scopo di arrogarsi la pretesa di regolare l’insindacabile vita privata degli individui. Non serve scomodare Cavour per rigettare certi comportamenti: almeno, però, evitiamo di tirare in ballo l’obiezione di coscienza. Per favore.

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L’Italia della discriminazione e della paura

Ricordate il fattaccio avvenuto nel corso di un comizio a Treviglio nel luglio del 2013? In quella occasione il senatore della Lega Nord Roberto Calderoli, attuale Vice-Presidente del Senato della Repubblica, aveva dato senza troppi problemi dell’orango alla allora Ministra per l’integrazione Cécile Kyenge, di origine congolese. Dopo una incredibile pronuncia della Commissione Affari Costituzionali del Senato, che a maggioranza aveva ritenuto lo scorso febbraio le parole di Calderoli protette dalla insindacabilità parlamentare in quanto opinioni di natura politica rese nell’esercizio delle proprie funzioni (qui il sunto della vicenda con le opinioni dei Commissari), si scatenava un terremoto nel PD, che si affrettava a precisare che l’Aula del Senato si sarebbe poi certamente espressa contro Calderoli. Passiamo alla seduta n. 505 (antimeridiana) del 16 settembre 2015, soli sette mesi dopo: la maggioranza dell’aula del Senato vota con 196 voti a favore e 45 contrari (ecco l’elenco dei nomi e cognomi per la votazione n. 2) e respinge l’autorizzazione per il reato di istigazione all’odio razziale, pur dando il via libera a procedere nei confronti del senatore della Lega per diffamazione. Secondo la legge, peraltro, non essendoci stata una querela diretta da parte della Kyenge, ma da una parte terza, il procedimento penale in corso a Bergamo si reggeva grazie all’aggravante dell’istigazione all’odio razziale: venuta meno questa, l’intero processo, che si baserebbe solo sul reato di diffamazione senza dunque l’aggravante, non reggerebbe più.

È interessante scorrere il resoconto stenografico della seduta per farsi un’idea del dibattito, ma sono significative le dichiarazioni di Calderoli, che in aula dice: “sbagliando ho proferito una battutaccia estremamente infelice, che solo dopo ho compreso poter essere offensiva, ma vi giuro sul mio onore che in quel momento la mia volontà era solo quella di fare una battuta”. E continua: “il Ministro ha dimostrato con i fatti di aver accettato veramente le mie scuse visto che, diversamente da eventi analoghi, non ha presentato querela contro di me, né si è costituita come parte civile nel procedimento”. “La mia battuta era ed è sicuramente censurabile – prosegue – e sono il primo a riconoscerlo ma tirare in ballo l’istigazione all’odio razziale della legge Mancino mi sembra francamente eccessivo. Ho detto una sciocchezza di cui mi sono pentito, scusato, strascusato e per qualche mese sono stato tenuto in panchina come Presidente”. Insomma per Calderoli, ed evidentemente per la maggioranza dei senatori della Repubblica, paragonare ad un orango una donna nera è una battuta di spirito. E sapete una cosa? Io sono pronto a credere che egli ne sia davvero convinto, come probabilmente molti di coloro che hanno votato a suo favore. Ed è questa la vera tragedia culturale che emerge dalla vicenda: una classe politica si qualifica come totalmente analfabeta rispetto alle più elementari norme di civiltà che abbiamo faticosamente conquistate, incapace di comprendere come quell’insulto portasse con sé una infame eredità di disprezzo per l’altro, considerato subumano, di rango inferiore, sullo stesso piano di un animale. Costoro, pur sedendo in uno dei luoghi più alti in cui si fa la democrazia, ne ignorano – volutamente o per crassa ignoranza – le fondamenta, come l’articolo 3 della nostra Costituzione, secondo cui “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

È stata una ben triste mattinata quella in Senato, conferma del fatto che in questo Paese, al centro di una crisi migratoria che ha tratti geopolitici e umanitari di respiro mondiale, si sia sfacciatamente convinti che la libertà di opinione, garantita dalla Costituzione, sia svincolata da ogni limite di rispetto della persona e dei suoi diritti. La grottesca votazione al Senato segue di poco la vicenda relativa alla campagna montata contro l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) per la presunta censura contro le dichiarazioni rese dall’On.Giorgia Meloni, parlamentare dei Fratelli d’Italia. Quello che per molti è arduo comprendere è che azioni o dichiarazioni che violino la legge della Repubblica che disciplina la parità di trattamento e la lotta al razzismo non possono (e non devono) passare sotto silenzio, neppure – anzi, soprattutto – se ad opera di rappresentanti delle Istituzioni: regola aurea che vale per il caso Unar come per il caso Calderoli. Sono stati inferti colpi micidiale alla cultura antirazzista che pure fatica ad affermarsi, passando come ragionevoli dichiarazioni che mettano all’indice popolazioni che professino una determinata religione e sancendo incredibilmente che d’ora in poi un nero possa essere chiamato scimmia senza conseguenza alcuna. E magari un ebreo caratterizzato col naso adunco, un gay apostrofato come frocio, una donna additata come puttana. Sono battute, si sa: non fanno ridere?

Parzialmente rielaborato da post su Linkiesta

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