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La Little Bighorn della dirigenza pubblica

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Aver tutti contro non è una bella sensazione. I giornali e i media, la politica, il mondo dell’impresa e, soprattutto, l’opinione pubblica: la categoria dei dirigenti pubblici non è mai stata così sola, accerchiata neanche fosse il Settimo Cavalleria a Little Bighorn. E come le giacche blu al comando di Custer, ormai condannate, i dirigenti non possono che attendere l’attacco finale, con la prossima, definitiva approvazione del decreto Madia sulla dirigenza. Non ci saranno morti e feriti, per carità. E la messa a regime di un sistema che si profila assai farraginoso richiederà, con tutta probabilità, almeno un anno. Infine, nessuna sorpresa: le tante dichiarazioni dell’allora sindaco di Firenze, fin da quando si apprestava a correre per la segreteria del suo partito, non lasciavano adito a dubbi circa le intenzioni che poi sarebbero state messe in pratica. Tuttavia, vanno messe in conto le possibili conseguenze di questa rivoluzione della disciplina della dirigenza pubblica. Molte voci, pressoché isolate, lo denunciano da mesi: la precarizzazione della dirigenza, risultante dal combinato delle norme del decreto, che cancella il diritto all’incarico contenuto nella contrattazione collettiva, recherà con sé un vulnus mortale al principio costituzionale di imparzialità e buon andamento dell’amministrazione. Le ricadute saranno non tanto in capo ai singoli dirigenti – tutto sommato una sparuta minoranza del cui destino importa assai poco alla stragrande maggioranza degli Italiani – ma ai cittadini stessi, i quali avranno come principali referenti donne e uomini sotto schiaffo, operanti in un perenne Purgatorio in cui l’umore della politica potrà determinarne la salita in cielo o la caduta negli inferi. Il tutto, peraltro, con ridottissimi margini di autonomia.

Diciamolo chiaramente, tuttavia: non che la politica, così come la burocrazia, sia di per sé matrigna cattiva e oppressiva. Tutt’altro. La inevitabile tensione che innerva il rapporto fra le due, ove corretto e ben interpretato da entrambe le parti, è positivo per l’efficacia ed efficienza delle politiche pubbliche e, in definitiva, per sfornare buoni servizi alla cittadinanza. Al contrario, ci troviamo oggi davanti alla risoluzione di un braccio di ferro che rischia di danneggiare tutti indistintamente e che, basato su un dibattito tutto ideologico, ha spazzato via la possibilità di ragionare su come rendere migliore la macchina pubblica. Perché, non dimentichiamolo mai, sarebbe ipocrita e intellettualmente disonesto non riconoscere che le nostre amministrazioni non sono state e non sono il Paese dei Balocchi. Si può poi discutere all’infinito – si è fatto poco e male, purtroppo – di come le tante PA siano diverse fra loro e di quale modello di manager pubblico si voglia e, soprattutto, per quali fini, ma va ribadito in ogni occasione che una pubblica amministrazione esiste per offrire servizi alla collettività che paga le tasse. Non per altro.

La prossima riforma della dirigenza, tuttavia, se il decreto al momento all’esame delle Camere e del Consiglio di Stato sarà approvato nell’attuale formulazione, molto difficilmente contribuirà a questo obiettivo. Nel tentativo dichiarato di mettere la parola fine alla estrema frammentazione di una categoria di servitori dello Stato che, a differenza di prefetti, diplomatici e magistrati, non ha mai saputo farsi corpo, si arriverà alla sua pressoché totale disintegrazione. Investire anni di studio e fatica per vincere un concorso pubblico non porterà che alla mera possibilità di ricevere i galloni da dirigente, concessi e revocati senza legame con l’effettivo operato del Monsù Travet di turno. Tanta fatica per un pugno di mosche, insomma. È, purtroppo, il risultato di una caccia al colpevole dei mali dell’Italia che ha finito per scassare ogni paletto che regolava la pur travagliata vita dei pubblici uffici, mettendo nel cassetto il fondamentale principio secondo cui la continuità dell’azione amministrativa, in un quadro di leale collaborazione fra livello politico e amministrativo, è la chiave per oliare i meccanismi terribilmente complessi – non necessariamente complicati – delle nostre burocrazie. Mettere la dirigenza nel limbo della messa a disposizione al primo schiocco di dita potrà far felici i complottisti e retropensieristi di casa nostra, o coloro che, sulla scorta di un neo pauperismo di maniera, vedono come fumo negli occhi qualsiasi emolumento superiore ai mille euro, ma certamente non darà una mano a ricostruire le fondamenta del Paese, che di una PA che funzioni e di gente in gamba che la faccia marciare ha disperatamente bisogno.

Pubblicato su Formiche

 

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La nipotina e il Commissario

No, non si tratta di un B movie anni ’70 con una delle procaci attrici italiane dell’epoca. Molto più banalmente, quello che segue è il breve resoconto di una serie di telefonate che, a leggere quello che riportano i quotidiani, sarebbero state mirate a favorire l’ingresso in amministrazione comunale di Roma Capitale della nipote dell’ormai celeberrimo Salvatore Buzzi, e che vedono protagonisti la giovane aspirante, lo zio amorevole, il Commissario di commissione di concorso solerte e premuroso. Una edificante lettura, di esempio per i giovani che studiano.

Il 29 ottobre 2013 il cellulare di Buzzi squilla, dall’altro capo del telefono c’è il cognato, Maurizio Turchetti. Gli ricorda che la figlia Irene «c’aveva quella visita… da quel dottore», specificando «il sette me pare (…) va beh, insomma… un appuntamento pigliaglie». In effetti, Buzzi chiama subito Angelo Scozzafava, all’epoca dirigente all’ospedale Sant’Andrea e componente della commissione esaminatrice, per fissare un appuntamento l’indomani alle 13 in un ristorante sulla via Flaminia. A conferma che l’incontro è avvenuto, c’è una telefonata del 30 novembre sera in cui Annamaria Buzzi si offre di pagare «il pranzo di oggi» e il fratello Salvatore la tranquillizza: «È un regalo mio (…) ho fatto pagà la cooperativa». Il giorno prima degli orali, alle 20,15 Irene Turchetti manda un sms a Buzzi: «Ziooo ti ricordi di domani? Che ansia!!! Baci». E lui: «Tranquilla vai a dormire o meglio…». Subito dopo invia un messaggio a Scozzafava: «Ti ricordi di domani? Grazie». Il commissario del concorso risponde: «Certo». La mattina del 7 novembre Buzzi scrive alla nipote: «Tutto avvisato, vai tranquilla. Al massimo ti bocciano. In bocca al lupo». Alle 14,25 la chiama per sapere l’esito dell’esame e la 28enne gli dice di aver ottenuto il punteggio di «9,8». «Quindi che vuol dire?», le chiede lo zio, e la ragazza: «Quindi vuol dire buonissimo, su dieci…». «Eh, allora che cazzo vuoi de più… brava!». Subito dopo Scozzafava invia un messaggio a Buzzi per sapere se fosse rimasto soddisfatto dell’esito della prova e lui gli risponde: «Sei un grande, ci vediamo presto. Grazie». Ecco, grazie.

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Tre consigli per rottamare i Mondi di Mezzo nella P.A.

E siamo al punto di partenza: corruzione e malaffare, con inquietanti intrecci fra criminalità, politica e burocrazia, sono di nuovo l’argomento del giorno. Le notizie su Mafia Capitale, tuttavia, gettano ombre pesanti non tanto sulle singole persone, le cui oggettive responsabilità sono tutte da accertare, ma sull’effettivo funzionamento di una impalcatura legislativa ed amministrativa contro la corruzione. Lo spaccato che esce dalle indagini ci rivela, purtroppo senza grosse sorprese, che siamo di fronte ad un problema di sistema che, oltre a preoccupare per lo strapotere di certa criminalità, rivela la drammatica debolezza di pezzi dello Stato e della società civile. Sbaglia chi declassa questa brutta storia a problema romano: è solo lo specchio dell’Italia. Fa bene Raffaele Cantone, Presidente dell’Anticorruzione, a invitare tutti a mantenere la calma e a non reagire sulla base dell’emotività, rifiutando facili generalizzazioni. Tuttavia, servirebbe ricostruire la tenuta civile di una società intera, nella quale siamo da un lato pronti a denunciare le malversazioni di politici, burocrati ed imprenditori ma, dall’altro, non esitiamo ad accettare una raccomandazione, una spintarella, un aiutino. Inutile cercare santi: è davvero illusorio aspirare ad una politica di puri ideali, ad una imprenditoria illuminata, ad un apparato amministrativo da orologio svizzero. Possiamo urlare a squarciagola come certo movimentismo, e fare un po’ di populismo di maniera, ma non cambieremmo la realtà delle cose.

Occorre, invece, lavorare sulle regole di sistema, migliorando la tenuta complessiva della comunità, che si regge proprio su quei pilastri che sembrano vacillare. Si regge sulla politica che contempera ambizione personale e ricerca del bene comune, sulle aziende che fanno profitto rispettando le leggi, sugli apparati burocratici che nel fare il loro dovere non si asserviscono alla politica o, peggio, ad altri interessi. Perché è bene ricordare che noi romani, noi Italiani, non possiamo permetterci di gettar via il bambino con l’acqua sporca. Il rischio è di precipitare sempre più nel vortice del rifiuto generalizzato alla partecipazione pubblica, lasciando – definitivamente – la cosa di tutti nelle mani di chi ha interesse a manovrarla per fini personali e criminali. Ma come si ricostruisce una casa comune? Intanto prendendosi ognuno le proprie responsabilità per intero, senza sconti e scaricabarile sul vicino di cordata. Cominci la politica, certamente, mettendo fine a quei comportamenti che, perseguibili o meno, corrodono il vivere civile. Siano gli imprenditori onesti i primi a rifiutare e denunciare comportamenti illegittimi e fraudolenti. E siano gli amministratori pubblici a tenere sempre la schiena dritta, dicendo quei no che costano ma che sono indispensabili. Eppure non basta ancora. Non è sufficiente affidarsi all’onestà e alla buona volontà dei singoli, pure preziosa. Si devono creare quelle condizioni per le quali l’illecito non sia conveniente. Basterebbe rifarsi alle tante sollecitazioni delle istituzioni internazionali, ONU in testa, introducendo, ad esempio, meccanismi di tutela e di anonimato per chi fa soffiate dall’interno (il cosiddetto whistleblowing). Ma, aldilà di questo, ci sono altre leve, nel legame politica-amministrazione, su cui lavorare.

La prima: rendere forte, capace e autonoma la classe dirigente amministrativo-burocratica di questo Paese. Reclutare e formare per la dirigenza pubblica giovani con voglia di fare attorno a valori comuni, moderni e repubblicani è la base irrinunciabile per ricominciare. Tuttavia, ogni Governo tentenna sul ruolo da dare alla Scuola Nazionale dell’Amministrazione la quale, pure tra mille difficoltà, in quindici anni ha sfornato un corpo di circa cinquecento dirigenti, quasi una anomalia nella storia amministrativa italiana. Non nascondiamoci dietro un dito: se ci sono tanti, tantissimi servitori dello Stato preparati e consapevoli della loro missione istituzionale, per tanti la domanda sorge spontanea, per citare un noto motto: “Ma chi te lo ha fatto vincere un concorso pubblico?“. La vicenda relativa al concorso di Roma Capitale, in cui dalle intercettazioni emergerebbe che un dirigente pubblico, membro di una Commissione di Concorso, si sarebbe “adoperato” per una facile promozione, merita tutto il nostro sdegno. E ancora, per citare un lapidario Sabino Cassese: “Troppi posti amministrativi sono coperti da persone scelte senza concorso, non per il loro merito, ma per «meriti politici». Costoro non si sono guadagnati il posto con le loro forze, ma l’hanno avuto grazie ad appoggi di partito o di fazione. Quando chiamati, debbono «contraccambiare» il favore reso loro da quel sottobosco di vassalli che si nasconde sotto il manto della buona politica”. Banale, ma indigeribile da certa politica che, invece, aumenta i posti di nomina fiduciaria proprio negli enti locali.

La seconda leva è sulle leggi: i fatti ci dicono che tutto quel complesso di norme, decreti legislativi, decreti ministeriali, circolari e atti di indirizzo che dal 2009 in poi hanno inondato le scrivanie dei dirigenti pubblici in materia di performance, trasparenza e lotta alla corruzione non hanno funzionato come dovevano. La nuova ondata di innovazione e apertura della macchina pubblica avrebbe dovuto fare una rivoluzione: è diventata, immancabilmente, adempimento, peraltro oneroso in termini di tempo, costi ed energie. Come rileva Luigi Oliveri, la legge 190 del 2012 contro la corruzione “nella sua prima parte, quella dedicata alla prevenzione di tipo amministrativo della corruzione, non dedica nemmeno una virgola agli organi politici e prende in considerazione solo i dipendenti pubblici. Come se i corrotti fossero o possano essere solo questi”: qualche domanda vogliamo porcela? D’altronde, continuiamo a bearci del miraggio che una norma di legge faccia di per sé scattare una modifica della realtà che ci circonda: è un equivoco che drammaticamente accomuna tanta politica e tanta pubblica amministrazione, aggravato dalla illusione per la quale, approvata quella tal legge o firmato quel tal atto, abbiamo fatto il nostro dovere, la palla passa a qualcun altro. Quante volte, poi, ci siamo stracciati le vesti contro l’eccesso di leggi in Italia, che non fa altro che dare agio all’elusione dei soliti furbi? Non si sfugge, ad ogni problema si porta la medesima, schizofrenica soluzione: una nuova legge. Se poi tutto crolla, la via maestra è quella di affidarci al potere taumaturgico dei giudici, chiamati a salvare la Patria sia con la toga che senza. Stato di emergenza o prassi quotidiana, siamo ormai persuasi che affidare un incarico ad un magistrato risolva d’incanto i problemi. Alla bulimia normativa si aggiunge una vera e propria abdicazione dello Stato-Istituzione e dello Stato-Apparato ai propri doveri costituzionali.

E siamo alla terza leva: senza una vera ed efficace trasparenza non otterremo mai risultati concreti in termini di lotta alla corruzione ed efficacia dell’azione pubblica, che sono inscindibilmente legate. Mettere in grado i cittadini di esercitare un controllo diffuso, maturo e consapevole sui comportamenti di chiunque abbia responsabilità pubbliche è il primo antidoto al malaffare: assoluta trasparenza dei finanziamenti alla politica, controllo serrato sulla concludenza dei comportamenti, politiche pubbliche chiare e misurabili, con individuazione del chi, del cosa e del come. Siamo, purtroppo, ancora nella fase neonatale. Sinora ci siamo baloccati con lo stipendio dei burocrati o con l’annuncio ed i primi timidi passi della stagione della trasparenza 2.0, ma in un Paese dove ancora il 41,7% delle famiglie dichiara di non possedere l’accesso a internet perché non ha le competenze per utilizzarlo, diventa davvero difficile parlare di trasparenza assoluta. Se, tuttavia, aprire tutti i cassetti è un imperativo,la trasparenza, quella vera, è uno strumento potente: difficile da mettere in piedi, ancora più difficile da maneggiare da parte dei cittadini. Perché solo quando saremo in grado di passare dal controllo fine a sé stesso all’utilizzo della trasparenza per compartecipare alle scelte pubbliche e contribuire alla costruzione delle politiche avremo compreso che la trasparenza non è un fine: è un mezzo per compiere scelte consapevoli e mirate, esercitando una cittadinanza attiva che alimenti la vita democratica di un Paese. Perché mettere una scheda in un’urna una volta ogni cinque anni e poi farsi gli affaracci propri non è essere cittadini: è essere complici.

Pubblicato (tranne qualche aggiornamento) su Formiche.net

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I valvassori della politica

Nel mare magnum delle tante riflessioni su Mafia Capitale, mi piace riportare, per la semplicità e chiarezza delle argomentazioni, quanto scrive Sabino Cassese sul Corsera, che insiste, fra le altre cose, su un punto sul quale, come Associazione dei dirigenti pubblici provenienti dalla Scuola Nazionale di Amministrazione, abbiamo spesso insistito: se un dirigente deve dire troppi grazie a qualcuno, è a rischio l’imparzialità dell’azione amministrativa e la parità di trattamento dei cittadini. Non è difficile da capire: molto complicato da far digerire alla politica, tuttavia.

Eccellenti le quattro misure annunciate dal presidente del Consiglio dei ministri (inasprimento delle pene, confisca dei beni, restituzione del maltolto, allungamento della prescrizione). Servono a sanzionare più duramente i colpevoli e a dissuadere futuri corruttori. Il presidente Renzi è, però, consapevole che vanno anche accompagnate da misure per prevenire la corruzione, per creare le condizioni istituzionali che la impediscano. Ha, infatti, detto che vuol «fare di tutto» per combattere il malaffare amministrativo, anche con altre norme e con l’educazione, senza fare sconti. E allora, in attesa del processo (che sia sollecito) e considerando l’accusa, val la pena di riflettere sulle condizioni istituzionali che hanno consentito la corruzione romana: che cosa non funziona nelle amministrazioni e ha reso possibile un così esteso e multipartitico sistema corruttivo, che ha coinvolto la gestione dei campi profughi, l’assistenza agli immigrati, l’agenzia per le case popolari, la manutenzione delle piste ciclabili, la manutenzione delle aree verdi, i servizi di igiene urbana, la raccolta differenziata, gli interventi per il maltempo, la gestione delle gare, molti uffici amministrativi? Guardando al di là della cronaca, quali lezioni possono trarsi dalle accuse, che servano a prevenire ulteriori fenomeni di cattiva amministrazione e di criminalità? Il decentramento porta con sé maggiore corruzione: questo risulta da tutti gli studi compiuti nel mondo sulla corruzione. In Italia abbiamo una eccessiva ramificazione, le frange periferiche di un siste ma di poteri pubblici troppo estesi. Perché — ad esempio — la gestione dell’immigrazione, che è problema nazionale (anzi, europeo), è affidata ad enti locali? Poi, si è fatto troppo ricorso a privati, cooperative e società per azioni. Le amministrazioni locali non fanno, fanno fare ad altri. In queste periferie del potere, dotate di cospicue risorse, senza adeguati controlli, si annidano sprechi e corruzione. Sappiamo che le amministrazioni locali italiane si avvalgono di circa 8 mila società per azioni. Non sappiamo quante siano le cooperative su cui gli enti locali fanno affidamento. Il terzo fattore è quello dei sistemi derogatori, con cui si aggirano le regole sugli appalti. In particolare, a Roma, specialmente dal 2008, con la solita motivazione che le procedure sono arcaiche e farraginose («da sbloccare», nel linguaggio di uno degli indagati), si sono creati percorsi paralleli, meno garantiti e meno controllati. A questi si aggiunge un ulteriore incentivo alla corruzione: troppi posti amministrativi sono coperti da persone scelte senza concorso, non per il loro merito, ma per «meriti politici». Costoro non si sono guadagnati il posto con le loro forze, ma l’hanno avuto grazie ad appoggi di partito o di fazione. Quando chiamati, debbono «contraccambiare» il favore reso loro da quel sottobosco di vassalli che si nasconde sotto il manto della buona politica. C’è, infine, un legame perverso partiti-amministrazione, come si legge nelle parole di un altro indagato («la cooperativa campa di politica»). Organi rappresentativi, come il consiglio comunale, che dovrebbero essere di indirizzo e di controllo, invece fanno gestione. Abbiamo bisogno di istituzioni perché gli uomini non sono angeli, diceva uno dei «padri fondatori» americani. Nel mondo molle dell’amministrazione romana, con tanti corpi ibridi, né pubblici, né privati, ma che operano con risorse pubbliche, non vi sono regole, ma deroghe; non procedure, ma scorciatoie; non veri funzionari pubblici, ma uomini assoldati dalle fazioni. I diavoli, quindi, hanno avuto la meglio.

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Le mani sulla città sono le nostre. Parola di burocrate

Le vicende venute a galla sul pericoloso intreccio fra politica, amministrazione, imprenditori e criminali a Roma devono allarmare, stavolta sul serio. Dopo le paginate e i servizi moraleggianti di certe trasmissioni sulla Panda rossa di Marino, ci accorgiamo che le problematiche della Capitale si posizionano ad un livello un pelino superiore a quello di un passi per la ZTL non rinnovato. Ed è curioso come il Sindaco di Roma, sino a ieri percepito come corpo estraneo e impietosamente definito da qualcuno “il più grande gaffeur d’Italia”, sia oggi l’ancora cui si aggrappa il PD. Eppure, come ricorda Della Loggia sul Corriere, non è più tempo dell’alzata di spalle degli smaliziati, siamo in emergenza e con questa emergenza devono fare i conti tutti i pezzi di Roma: da amministratore pubblico metto dentro i politici di tutti gli schieramenti, gli amministratori e i burocrati capitolini, chi fa impresa e chi fa solidarietà, il mondo del giornalismo, la magistratura e, last but not the least, i cittadini romani.

Roma

In una bella lettera a Repubblica, Walter Veltroni scrive che “ogni struttura che amministri potere è esposta. È successo al Vaticano, ai governi, alle aziende, persino ai corpi dello Stato di essere utilizzati da chi a un certo punto ha perseguito fini personali di arricchimento o di potere. Ciò che conta, ciò che fa il giudizio politico e morale, è se chi guidava queste istituzioni, se sapeva, tollerava, consentiva o peggio era connivente se non organizzatore”. Ha ragione: non serve stracciarsi le vesti perché non viviamo nel mondo perfetto, ma è necessario rimboccarsi le maniche per far funzionare un sistema, che ha mille difetti ma che, in ultima analisi, si regge sulle regole, da un lato, e sulle persone che quelle regole devono rispettare e far rispettare. Ecco perché ad essere chiamati a rispondere sono tutti, siamo tutti. E’ chiamata sul banco la politica, di destra e di sinistra, soprattutto quelli che impiegano il proprio – prezioso – tempo libero per l’impegno civile nella loro città. Non si può non essere garantisti: tutti innocenti fino a prova contraria, e se dimissioni devono essere, siano dimissioni dalla carica elettiva, non solo dagli incarichi, a meno che ci stia bene quella strana familiarità con certa gente. Sono chiamati a rendere conto dirigenti e amministratori, quelli che fanno funzionare la macchina e che hanno occhi e orecchie bene allenati a vedere come vanno le cose: ha funzionato il sistema dell’anticorruzione? Qualcuno si è voltato dall’altra parte? Il dirigente pubblico non si fa al chiuso della propria stanza: lo si fa con i piedi per terra e con le persone, niente scuse. Su questo sottoscrivo quello che Ostellino dichiara sul Corsera il 6 dicembre: è anche colpa nostra se lo Stato non funziona. Attenzione però alla corsa allo scaricabarile, già evidente: tutta colpa della PA corrotta. Non si va da nessuna parte se non si riconosce che la crisi è sistemica. Sono chiamati anche gli imprenditori che corrono dietro appalti e finanziamenti, anche nel mondo del sociale, cercando di fare impresa sana, puntino il dito con chi cerca scorciatoie e alimenta un sistema marcio. Chi fa informazione continui a disvelare quello che viene tenuto sotto le coltri, in modo oggettivo, senza inutili sensazionalismi e ricordando che c’è in gioco la vita delle persone. E la magistratura ricordi che deve amministrare la giustizia in modo equo, imparziale e, soprattutto celere: ha ragione Francesco Storace quando dice che per parte sua vuole sapere subito chi sia davvero colpevole o meno. E, infine, i cittadini: e qui casca l’asino.

Facciamola finita, per favore, con la pantomima si chi si lamenta sempre dell’invadenza e della corruttela dell’apparato pubblico, chiedendo onestà e moralità a gran voce, e pronto poi a farsi gli affaracci suoi quando si tratta delle cose proprie. Noi cittadini romani siamo certamente le vittime di un quadro che allo stato sembra devastante e che ha radici nel tempo: i cattivi servizi hanno ragioni sempre più chiare e affondano nel marcio che sta emergendo, ma nessuno di noi è mondo da ogni peccato. La millenaria pazienza e tolleranza dei romani – il menefreghisimo, direbbe qualcuno – è la prima concausa dello sfascio: accettare uno stato di fatto e subirlo equivale ad esserne complici. Le indagini ci diranno nel dettaglio i come e i perché di questa vicenda, ma non possiamo stare alla finestra a guardare. Fa bene Marino ad annunciare la rotazione dei dirigenti al Campidoglio, ma attenzione alle misure straordinarie. I Cantone e i Caselli evocati in questi giorni non possono essere gli ennesimi uomini della provvidenza per sanare l’insanabile e, da questo punto di vista, il Presidente dell’Autorità Anticorruzione ha detto parole di grande buon senso: “La corruzione non è un male che si vince urlando due giorni, c’è bisogno di cambiamenti radicali da parte della politica e dei cittadini“. Occorre ripartire dal sistema delle regole a tutela di tutti: molte, troppe le domande su “Mafia Capitale”, ed il rischio dello schifo generalizzato e del facile capro espiatorio è dietro l’angolo. Noi cittadini della Capitale, noi Italiani non possiamo, però, permetterci il lusso di perdere la fiducia nella politica, nell’amministrazione, nell’impresa. Il rischio è di precipitare sempre più nel vortice dell’antipolitica, dell’antipubblico, dell’antitutto, lasciando – stavolta definitivamente – la cosa pubblica nelle mani di chi ha interesse a manovrarla per fini personali e criminali. La cosa pubblica siamo noi, la facciamo noi, non solo con un voto ogni cinque anni. La testa la si alza tutti assieme, o la si china per sempre.

Pubblicato (e poi integrato) su Linkiesta.it

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Tanto peggio, tanto meglio

Sono un avido lettore degli editoriali di Michele Ainis, soprattutto perché ha a mio modo di vedere la capacità di spiegare con parole semplici questioni complesse, e per questo lo invidio molto. E lo invidio soprattutto oggi per il pezzo che trovate rebloggato qui sotto per come affronta il tema del pauperismo a tutti i costi, che parte da lontano e che è stata – anche – una delle basi su cui costruire una certa campagna contro i dirigenti pubblici. Che invidia: avrei voluto scriverlo io un articolo così.

Ogni stagione della storia genera uno spiritello che le soffia nell’orecchio. Si chiama Zeitgeist, lo spirito dei tempi. Ma nel nostro tempo è una creatura secca e allampanata come uno spaventapasseri, come la dottrina che propaga a destra e a manca: il pauperismo. Significa che la povertà non è più una sciagura, bensì un modello, un esempio, un ideale. Se negli anni Ottanta Deng Xiaoping cambiò la Cina con il messaggio opposto (Arricchitevi!),se negli anni Novanta in Italia Berlusconi celebrò le sue fortune promettendo a tutti la fortuna, ora uno stigma sociale perseguita chiunque abbia un ruolo pubblico o privato, e dunque un portafoglio senza buchi. Da qui la nuova frattura che divide gli italiani: da un lato, il cittadino sospetto; dall’altro, il cittadino perfetto (povero, e ancora meglio se nullatenente). Le prove? Basta accendere in un’ora qualunque la tv, dove ogni dibattito si trasforma in un alterco, ogni alterco erutta una domanda: «E tu, quanto guadagni? Troppo, allora zitto, non hai diritto di parola». O altrimenti basta tendere l’orecchio nelle strade. L’unica eccezione investe la gente di spettacolo: cantanti, calciatori, anchor men, soubrette, piloti, attori. Sicché lo stesso benpensante che non perdona al segretario comunale i suoi 3 mila euro in busta paga, è pronto a maledire il presidente della squadra per cui tifa, se lascia scappare il centravanti anziché accordargli un ingaggio di almeno 3 milioni.

In questo clima c’entrano assai poco i teorici della decrescita felice: Georgescu-Roegen, Latouche, Pallante. Intanto, le loro idee girano presso un pubblico ristretto. E soprattutto il desiderio dominante – qui e oggi – non è la (mia) felicità, bensì la (tua) infelicità. Non un sentimento ma un risentimento, un rancore collettivo. Come se anni di crisi economica e morale ci avessero lasciato in dote una cifra di disperazione, l’incapacità di volgere lo sguardo sul futuro, d’immaginarlo più propizio. E allora l’unico risarcimento consiste nel tirare dentro gli altri, tutti gli altri, nella miseria che inghiotte il nostro orizzonte esistenziale.

Infine questo malumore si trasforma in energia politica, in un vento che soffia sulle urne. Destinatario e interprete ufficiale: il Movimento 5 Stelle. Dove uno vale uno, ed è un’idea potente, il paradiso dell’eguaglianza nella terra più diseguale di tutto l’Occidente, dopo il Regno Unito e gli Usa. Ma quell’eguaglianza declina verso il basso, verso l’appiattimento dei destini individuali, e allora il paradiso diviene la porta dell’inferno. Un inferno sempre più affollato, perché ormai ciascun partito ambisce al ruolo di Caronte. Chi in nome dell’antica avversione dei cattolici nei riguardi del denaro («lo sterco del diavolo»), chi attraverso un’eco lontana del marxismo. Anche il presidente del Consiglio, sì: pure lui. Non per nulla ha esordito facendo dimagrire gli stipendi pubblici più alti, senza tuttavia sfilare ai grillini un solo voto. Nessuno può riuscirci: se il modello è questo, meglio l’originale della copia.

Dunque fermiamoci, finché siamo ancora in tempo. Certo, alcuni dirigenti si erano trasformati in dirigibili, gonfi d’oro anziché d’aria. Ma in primo luogo ogni correzione dovrebbe rispettare il principio di proporzionalità, elaborato sin dalla giurisprudenza prussiana di fine Ottocento: oggi Scilipoti guadagna più di un giudice costituzionale, e questo non va bene. In secondo luogo, se abbassi troppo le retribuzioni alzi le corruzioni; accadde già durante Tangentopoli, ammesso che sia mai finita. In terzo luogo, uno Stato debole, dove trovano alloggio soltanto le professionalità senza mercato, non saprà più opporre una trincea contro i poteri forti.

Da un malinteso ideale di giustizia deriva quindi la massima ingiustizia, ecco la lezione. E dall’ideologia del pauperismo sgorga un veleno che può uccidere le stesse istituzioni democratiche. Perché non c’è democrazia senza ceto medio, come ci ha spiegato in lungo e in largo Amartya Sen. C’è soltanto l’America Latina, con i poveri nelle favelas, i ricchi blindati nei propri quartieri, e un Caudillo che regna incontrastato. O sbagliava Sen, o stiamo sbagliando tutto noi italiani.

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Il costo della politica

Il finanziamento ai partiti è senza dubbio uno dei temi centrali di questo confuso periodo post elettorale, anche sulla spinta del successo del movimento che fa capo a Beppe Grillo, che ha sempre fatto dell’abolizione del finanziamento alla politica il suo cavallo di battaglia. È necessario partire da una premessa indispensabile: come ha fatto notare Alessandro Gilioli, il finanziamento pubblico è stato abolito da un referendum nel 1993, venti anni fa, sull’onda di Tangentopoli. E venti anni dopo, anche alla luce della fantasiosa invenzione operata dalla della legge  sui cosiddetti rimborsi elettorali del 2006 (un allegro finanziamento neanche troppo occulto), per cui si coprono di soldi i partiti per cinque gli anni di legislatura indipendentemente dalla sua durata effettiva, la misura è evidentemente colma. Di nuovo. La politica ha fatto l’impossibile per lavorare alla sua completa delegittimazione e minare uno dei capisaldi della vita democratica di un Paese: consentire a tutti i cittadini, sia come singoli che in forma associata, di fare politica e concorrere alla vita democratica della nazione (artt. 2 e 49 della Costituzione).

Continuo, infatti, a ritenere che una qualche forma di sostegno pubblico ai tanto disprezzati partiti debba esistere, pena il sorgere e l’affermarsi di formazioni che vivono del solo sostegno di qualcuno che i mezzi li possiede o che si basano sul più sfrenato populismo barricadiero. Sono due aspetti importanti. Il primo, di per sé evidente e preoccupante, è legato al potere del denaro in mano a pochi – singoli o lobby – e agli squilibri che inevitabilmente genera quando viene calato in politica. Il secondo, più sottile ma non meno allarmante, è connesso alla (apparente) partecipazione permanente: è bello ed apprezzabile fare campagna elettorale prima e politica poi grazie ai contributi dei sostenitori, ma la mobilitazione perpetua, che oggi sembra irresistibile, è soggetta a logorìo, interruzioni, sporadicità, manipolazioni mediatiche. E poi? La vita e la forza di valori ed idee all’interno dell’agone politico sono elementi troppo preziosi per essere soggetti all’esclusivo sostegno di uno o di pochi, per quanto mossi da nobili ideali. È la Repubblica che, in modo imparziale, deve farsene carico, perché i partiti, tutti i partiti, possano “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. A meno che, naturalmente, non si preconizzi una politica senza partiti, pericolosissimo terreno fertile per spinte totalitarie e massificanti.

È allo stesso tempo evidente che le forme sfacciate di depredamento del denaro pubblico cui negli ultimi anni abbiamo assistito, di fatto impotenti, non possono più essere tollerate: il versamento a titolo di rimborso (fasullo) di milioni di euro che ha sbattuto in faccia ai cittadini macchine blu, multe accumulate, ostriche, vacanze, barattoli di Nutella e forsennato privilegio, soprattutto in una fase di crisi economica e sociale acuta, ha fatto il suo tempo. Occorre allora ragionare su alcuni aspetti fondamentali, tentando di avere ad ogni passo a mente – e a cuore – il funzionamento complessivo del sistema. E ricordando, ad esempio, che ogni intervento sul finanziamento alla politica dovrebbe andare di pari passo ad una riforma costituzionale che riveda il bicameralismo perfetto, concentrando il potere legislativo in una sola camera: si tratterebbe di un passo concreto verso un migliore funzionamento del sistema rispetto al mero dimezzamento dei parlamentari, che di per sé non comporterebbe sostanziali vantaggi né in termini di risparmio nel bilancio dello Stato né in termini di efficacia e velocizzazione delle procedure. Insomma, sarebbe cosa buona e giusta tentare di rivedere i meccanismi generali dell’intera filiera della formazione della volontà popolare, così da fare le cose meglio e più velocemente, magari spendendo di meno. Naturalmente una qualche modalità di finanziamento non esclude forme di sostegno diretto da parte dei cittadini, così come previsto, ad esempio, nella proposta in materia di Cittadinanzattiva.

I punti fermi devono essere ricondotti a due principi basilari. Il primo: il finanziamento deve consentire a tutte le forze politiche, grandi e piccole, presenti o meno in parlamento, di condurre in piena libertà le proprie battaglie. La difficoltà è naturalmente quella di modulare tale finanziamento secondo una serie di parametri fra i quali, ad esempio, la consistenza e forza del singolo partito e il terreno minato della natura delle attività finanziabili. Un criterio è, tuttavia, irrinunciabile: la democraticità interna. Ecco perché una legge dei partiti che attui compiutamente il dettato dell’art. 49 della nostra Carta è fondamentale. Il secondo: ogni euro speso dai partiti politici deve essere in rete e verificabile da tutti i cittadini in ogni momento. Non basta, cioè, mettere on line bilanci verificati da società di consulenza ma occorre consentire a ogni elettore di valutare in modo trasparente come il partito abbia speso i denari, di porre domande, di fare delle critiche, di utilizzare questi elementi in ordine alla formazione della propria volontà all’interno della cabina elettorale. Informazioni chiare, puntuali, intellegibili. Sono due principi molto chiari nella teoria, molto complicati da attuare nella pratica, ma una base di partenza indispensabile per ri-avviare un dibattito di sistema serio – e rapido! – che coinvolga tutti gli attori del Paese sulla base di proposte diverse e impedisca dannose derive populiste.

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