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Le pere e le mele della P.A.

Non è venuto il momento di affrontare il ricambio della burocrazia? Se lo chiede, retoricamente, Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera, in un articolo dall’eloquente titolo “La burocrazia inossidabile”. La risposta non potrebbe che essere positiva: l’amministrazione Italiana è, ancora, fra quelle in Europa con l’età media più alta ed un rinnovo generazionale è auspicabile e necessario. In realtà, a leggere con attenzione, si direbbe che l’economista della Bocconi ricada in un equivoco, mescolando, come spesso accade quando si parla di P.A., le pere e le mele, e non afferrando appieno quali siano le logiche che regolano la vita interna dei piani alti dei palazzi romani. Egli si riferisce, infatti, alla cosiddetta alta burocrazia dei ministeri (i quali, sia ricordato, sono un piccolo, seppur importante, pezzo della macchina dello Stato), mettendo, tuttavia, assieme la dirigenza di carriera (i direttori generali), coloro che sono chiamati dal Ministro di turno a dirigere l’Amministrazione (Segretari Generali o Capi Dipartimento) e, soprattutto, i titolari degli uffici di diretta collaborazione, come Gabinetti e Uffici Legislativi, i quali godono di un rapporto fiduciario col vertice politico. Giavazzi auspica, dunque, un ricambio in toto della alta burocrazia per permettere al politico di governare la macchina, dato che, sostiene, i burocrati “hanno anche l’interesse a rendere il funzionamento dei loro uffici il più opaco e complicato possibile, in modo da essere i soli a poterli far funzionare”. Aldilà di giudizi sommari, un paio di punti vanno evidenziati. Intanto mi sembra che non si colga la fondamentale differenza fra funzionari di struttura e fiduciari: solo questi ultimi lasceranno effettivamente il timone se non confermati dal successivo Ministro, mentre i dirigenti vincitori di concorso continueranno fino alla scadenza naturale del loro contratto, salvo eventuali rotazioni concordate. Inoltre, non si pone l’accento sul vero problema che risiede nel fatto che Capi di Gabinetto e Capi di Uffici Legislativi sono molto spesso appartenenti alle magistrature amministrative e contabili, con conseguenze palesi di potenziali e delicati rischi di conflitti di interesse: tema arcinoto e oggetto di polemiche nello scorcio dell’ultima Legislatura. Non si tratta, allora, di procedere ad un brutale spoils system, peraltro contrario alla Costituzione ed alla legge, che richiede una valutazione della prestazione della dirigenza per poter eventualmente procedere a rimozione (lo dice anche una tal Corte Costituzionale), ma di cambiare un registro che è la politica in primis a voler perpetuare, continuando a fare affidamento sulle medesime persone e favorendo quella “perenne rotazione da un ministero all’altro, da un ministero a un’autorità indipendente e da questa ancora a un ministero” di cui correttamente fa cenno Giavazzi. E provare invece, perché no, ad investire sul reclutamento, la formazione e l’orgoglio della risorsa più preziosa che lo Stato possieda: quella umana.

Pubblicato su Linkiesta.it

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A ognuno il suo

La vicenda relativa al decreto del Governo in materia di incarichi istituzionali ai magistrati non può non destare preoccupazione. Per il normalissimo principio in base al quale ognuno dovrebbe fare il lavoro per il quale ha studiato, si è preparato, è stato formato. E per altri aspetti, fra i quali l’equilibrio fra poteri, che l’Associazione degli ex allievi della Scuola Superiore della P.A. ha evidenziato nel comunicato stampa che segue. Gestire risorse umane e strumentali è cosa diversa dall’amministrazione della giustizia: una banalità che spesso viene da qualcuno dimenticata.

Roma, 22 febbraio 2013 – COMUNICATO STAMPA: L’Associazione dei dirigenti pubblici ex allievi della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione (SSPA) segue con allarme le vicende del decreto legislativo allo studio del Governo sugli incarichi ai magistrati fuori ruolo. In un momento di grave emergenza per il Paese, ed in particolare di sofferenza per la giustizia, la cui lentezza paralizza il tessuto delle imprese ed ostacola gli investimenti stranieri, sarebbe stato doveroso limitare il più possibile il ricorso ai magistrati (ordinari, amministrativi, contabili e militari) per ricoprire ruoli dirigenziali nella pubblica amministrazione. Il vero luogo in cui la professionalità di un magistrato è davvero indispensabile è là dove si esercita la giurisdizione e non nei ministeri. Al contrario, questo decreto enumera una gran quantità di ruoli disponibili per le toghe, senza nemmeno chiarire secondo quali criteri si verrà chiamati a tali alti incarichi. Si incoraggia così un esodo dai tribunali che finirà per demotivare i tanti magistrati che continuano il proprio lavoro, quanto i dirigenti pubblici immotivatamente scavalcati. 

L’obbligo del collocamento fuori ruolo che il decreto prevede impedirà, almeno, di continuare a svolgere le funzioni di magistrato mentre si ricopre un incarico apicale nelle amministrazioni, mettendo fine a prassi da part-time che influenzano negativamente il funzionamento della giustizia e delle amministrazioni. Tanti, tuttavia, i nodi critici che restano in piedi. “Nel decreto – dichiara Alfredo Ferrante, presidente di AllieviSSPA – l’elenco di incarichi a disposizione per i magistrati è ancora troppo lungo, e, alla luce della difficile situazione della giustizia in Italia, poco compatibile con le necessità del Paese, come già denunciato dalla stampa”. Non mancano, poi, aspetti curiosi. “Sorprende che per i soli magistrati chiamati a rivestire la posizione di Capo Ufficio Legislativo di ministeri con portafoglio sia prevista un’autonoma decisione da parte degli organi di autogoverno sul collocamento fuori ruolo. Insomma – continua Ferrante – sarebbero gli stessi magistrati a decidere in piena autonomia se ricoprire il ruolo di Capo dell’Ufficio Legislativo di un importante Ministero sia o meno attività “continuativa particolarmente onerosa” (come recita il decreto all’art.2, co.1) ed escludere, eventualmente, l’obbligo di scelta. È davvero stupefacente”.

Nel ribadire la stima e l’apprezzamento per tutta la magistratura nelle sue diverse articolazioni, occorre riaffermare la necessità di richiamarsi ad un banale principio in base al quale ognuno deve fare il proprio mestiere al servizio del Paese. Quello di dirigente non è un ruolo nel quale ci si improvvisa, e per il quale sono necessarie cognizioni diverse da quelle del giurista puro. La commistione di funzioni e ruoli è, inoltre, fonte di confusione e di potenziale conflitto di interessi, e fa venir meno il principio della separazione dei poteri, cardine della democrazia. L’Associazione AllieviSSPA chiede al Governo, soprattutto in una fase particolarmente delicata della vita politica italiana, di porre ogni dovuta attenzione nell’interesse dei cittadini e del miglior funzionamento delle Istituzioni.

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Una regola di buon senso

Mi rendo conto di ripetermi. Tuttavia, proprio mentre si stanno cucinando le liste per le prossime elezioni per il Parlamento e per Regioni importanti, val la pena ribadirlo. Per una semplice ragione di trasparenza e di necessità di evitare, per quanto umanamente possibile, ogni palese conflitto di interessi: chi viene eletto, faccia solo quello per cui è stato eletto. Doppiolavoristi? No, grazie, lo studio lo chiudano o lo affidino a qualcuno. E in aula ci vengano. Lavorare per la Nazione mi sembra un compito di per sé abbastanza impegnativo. Tanto ancora ci sarebbe da richiedere come precondizioni, ma già questa piccola cosa mi sembra necessaria. Non sufficiente, forse. Ma necessaria. Ci si sentirà da quell’orecchio?

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Morituri te locant

Mi rendo conto di essere particolarmente antipatico nel fare ancora una volta le pulci ad una parlamentare donna, particolarmente preparata e meritevole di stima. Epperò sono convinto che sui principi occorre una sterzata decisa per tentare, una volta per tutte, di cambiare marcia nelle cose del Paese, ben prima dello spread. Giulia Bongiorno ha annunciato che difenderà i gladiatori che pullulano davanti il Colosseo, forse il male minore rispetto al suk che quotidianamente infesta le piazze e i monumenti della Capitale e su cui si sgolano invano i responsabili dei Beni Culturali. Auguri: sono sicuro che un avvocato del calibro della Bongiorno sarà un osso duro in tribunale, anche se, in questa occasione, mi auguro il definitivo allontanamento dei centurioni de noantri.

La cosa che, però, mi permetto di contestare è che la Nostra continui ad esercitare (con successo) la sua professione di avvocato mentre riveste una carica parlamentare: non solo, infatti, ella è membro della Camera dei Deputati, ma è addirittura Presidente della II Commissione Giustizia. Non v’è dubbio alcuno – anche alla luce degli esempi ben poco edificanti che ci ha offerto questo Parlamento dei nominati – che Giulia Bongiorno sappia gestire entrambe le cose e bene. E’ che io credo non debba farlo, al pari dei tanti, alla Camera come al Senato, che tengono un piede in due staffe. E se una delle staffe è pubblica, questa ha la precedenza. Anzi, l’esclusività. Il motto che ripeterò sino alla nausea è fare una cosa e farla bene: aver ricevuto il mandato di servire il Paese come parlamentare è di per sé un’occupazione a tempo pieno, cui adempiere con onore e correttezza, senza dedicarsi ad altre attività professionali che, per di più, possono implicare pericolosi conflitti di interesse. Intendiamoci: la Bongiorno è bersaglio facile, ma proprio perché sensibile a certi temi e perchè mi sembra figura di livello rispetto ai tanti figuranti che popolano le assemblee elettive di questo Paese, rappresenta l’occasione per dire basta. Fra le tante cose da fare e da ricordare da domani, almeno una: nelle prossime Camere, i parlamentari facciano i parlamentari. Lo facciano bene o lo facciano male, lo giudicheranno gli elettori (almeno speriamo possano farlo): ma facciano solo quello.

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Di cui sono attivo titolare

Nel sorridere alla definizione che di hashtag dà l’on. Massimo Corsaro (su segnalazione di Wil, pizzicato da @simonespetia), mi casca l’occhio sulla sua biografia. Egli ha vergato quanto segue: “A 24 anni mi sono laureato in Economia e Commercio all’Università Bocconi, ed ho trascorso i primi anni di lavoro operando in una delle primarie società di certificazione di bilanci, prima di iscrivermi all’Ordine dei Dottori Commercialisti di Milano e aprire con due amici, nel 1992, lo studio di cui sono ancora attivo titolare. Vivo tra Milano (dove continua la mia attività professionale), Roma (dove mi ha portato la politica) e Bergamo Alta (dove risiede la mia famiglia)”. Ecco, in un Paese sano, qualunque partito candidi chi tiene un piede in due staffe (mentre una staffa la pagano i cittadini), dovrebbe star fuori dal Parlamento. Una cosa e farla bene: è così difficile da capire?

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Casta diva

Sul Corsera di venerdì scorso Ernesto Galli Della Loggia ha approfondito il tema relativo a quella che definisce “l’oligarchia burocratico-funzionariale”, questione da tempo all’attenzione della pubblica opinione e che è di grande importanza per ragionare sulla macchina amministrativa italiana e, dunque, sulle conseguenze sulla vita dei cittadini. Come anche evidenziato da trasmissioni televisive di approfondimento (Report per prima), è stato più volte segnalato lo scandalo (eh sì, è uno scandalo) delle doppie retribuzioni degli alti magistrati e funzionari dello Stato che prestano servizio nei Gabinetti o nelle Autorità indipendenti, o che ricevono incarichi di particolare rilevanza, cosa perfettamente legittima ma giustamente indigesta agli Italiani. È indubbio che esista un gruppo di burocrati apicali che, forti del loro sapere tecnico, governano di fatto la macchina pubblica. Sul punto credo sia necessaria, tuttavia, una qualche puntualizzazione.

Il rischio di conflitti di interesse e di opacità nelle relazioni di alta amministrazione è altissimo e, ove non regolati, potrebbe risultarne minato lo stesso processo democratico. Va anche detto, tuttavia, che è la stessa classe politica e di Governo che regolarmente affida le redini delle proprie strutture a figure di indubbia competenza che, moderni mandarini, passano da ministero a ministero e da ministro a ministro, conservando, in modo assolutamente anomalo, la propria vecchia posizione e relativa cospicua retribuzione. Un primo intervento, dunque, deve essere quello di eliminare doppi compensi, sulla base del principio generale che, nelle cose pubbliche, si fa una sola cosa con un solo stipendio. Sono auspicabili, inoltre, interventi che limitino, se non addirittura impediscano situazioni che presentino profili come quelli rilevati da Galli Della Loggia, dato che, per capirci, cane non morde cane o, in ogni caso, si presta il fianco a pensarlo. E tutto, ma proprio tutto, sia in rete: chi, cosa, dove e come. Così che possa essere favorito il controllo diffuso dei cittadini. Infine, se i codici etici servono, ove accompagnati da sanzioni da parte della comunità di riferimento, sta naturalmente alla politica rivolgersi anche altrove, in un mercato pubblico che offre alti livelli di competenza con donne ed uomini che servono in silenzio la Nazione, come prescrive la Costituzione.

Alla luce di episodi che sono stati portati all’attenzione del grande pubblico e che, addebitabili ai singoli, vanno censurati, continuo tuttavia a pensare che sia rischioso fare di tutta un’erba un fascio, finendo per alimentare quella cultura muscolare avverso l’amministrazione che non giova a nessuno, al Paese in primo luogo, e che, Deo gratias, ci siamo lasciati alle spalle. Per fortuna non tutti, alta o bassa dirigenza, sono guidati dalla volontà di “farsi gli affari propri” ubbidendo servilmente al politico di turno. Molti, moltissimi, anche dentro quella che viene definita supercasta, si pongono al servizio di chi democraticamente pone gli obiettivi politici, ma in ossequio alle prescrizioni dell’ordinamento. Chi non lo fa, non serve la collettività.

PS: mi rendo conto possa suonare spocchioso, ma devo dire che non appare corretto sostenere che «non abbiamo un’istituzione analoga all’Ena francese»: c’è la SSPA, la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, l’organismo di alta formazione che, dopo una severa selezione tramite concorso pubblico, dal 1997 forma i futuri dirigenti pubblici, completando il periodo di insegnamento e formazione con tirocini presso amministrazioni italiane ed europee. E ci sono i suoi “prodotti”, accomunati dal senso di far parte dell’Amministrazione a servizio della comunità e dei cittadini. Prof., ci si prova, almeno.

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Sole, merito e mandolino

I soliti professionisti della macchina del fango, dirà qualcuno. Si legge sulla stampa che la dr.ssa Annalisa Vessella in Pisacane, moglie del deputato Michele Pisacane (eletto nell’UDC e, dopo 4 salti intergruppo alla Camera, approdato fra i responsabili del carrozzone di “Popolo e Territorio“), eletta in consiglio regionale campano, “Da poche settimane […] è diventata anche amministratore delegato con ampi poteri dell’Istituto per lo sviluppo agricolo Isa, il cui socio unico è il ministero per le Politiche Agricole, diretto da Francesco Saverio Romano, il parlamentare ancora sotto inchiesta per collusioni mafiose”. Pisacane, per capirci, è quello del famoso “adesso Berlusconi mi sape“, dopo il suo voto al cardiopalma per l’ennesima fiducia alla Camera.

Un cattivissimo Caporale ci fa l’esauriente cronistoria della coppia, strappando amari sorrisi. Con l’animo dell’occhiuto burocrate, comunque, vediamo di capirci qualcosa. Isa, l’Istituto Sviluppo Alimentare, è una controllata del Ministero dell’Agricoltura e, dice il sito, “grazie ad una focalizzazione continua ed esclusiva sulle esigenze e sulle potenzialità del settore, diviene elemento promotore di scelte strategiche, iniziative commerciali e decisioni operative, volte a creare un volano economico significativo e a spingere le imprese del comparto sulla via della competitività e dell’innovazione”. Non che ci abbia capito molto, ma non sono un esperto della materia, diciamo. Provo a cercare la sezione “trasparenza” che dovrebbe riportare, come succede per noi fannulloni comuni, CV e stipendio della dirigenza: a parte una sezione “management” con qualche nome, ben poco. Vediamo allora di cercare il CV della dr.ssa Vessella, di cui ella si fa legittimamente vanto, sul sito della Regione Campania, di cui è consigliere: vuoto pneumatico.

Sono dell’opinione – la solita, noiosissima opinione – che sarebbe opportuno fare una cosa per volta, specialmente quando si è ricevuto un mandato politico. Certo, oggi miracolosamente tutti, il Segretario Alfano in primis, sono d’accordo nel celebrare la pronuncia della Corte Costituzionale sulle incompatibilità di alcuni incarichi, ma il vizietto di cumulare poltrone e prebende è duro da estirpare. Tuttavia, non c’è da sorprendersi degli appetiti della politica. Servono le regole? Eccome, ma serve ancora di più che processi, attribuzioni, nomine, documenti siano resi disponibili a tutti in tempo reale, sulla rete, perché la pubblica opinione possa avere l’opportunità di entrare nelle tante, troppe scatole nere del Paese del sole, del “merito”, e del mandolino. Trasparenza come accessibilità totale, dice la legge. Posso sapere, dunque, quali siano state le considerazioni che il Ministro Romano e/o gli organi di competenza hanno posto alla base della decisione di nominare la dr.ssa Avv. On. Vessella a Amministratore Delegato di Isa? E posso sapere il tasso di presenza della dr.ssa Avv. On. Vessella in relazione alle due poltrone fra Roma e Napoli? E posso ricordare, ciliegina sulla torta, che il codice etico di Isa dice, fra l’altro, che i “destinatari devono evitare ogni situazione ed astenersi da ogni attività che possa contrapporre un interesse personale e quelli dell’azienda o che possa interferire ed intralciare la capacità di assumere, in modo imparziale ed obiettivo, decisioni nell’interesse di I.S.A.”? Mamma che fatica!

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