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Quel leggerissimo sospetto

Al pari del ragionier Fantozzi Ugo il quale, scoprendo filoni di pane nascosti in ogni dove in casa, cominciava ad essere assalito da un leggerissimo sospetto sull’affaire fra la moglie Pina e Cecco, il nipote del fornaio, anch’io inizio a pensar male. Il dinamico duo Alesina&Giavazzi sono tra le firme di punta del Corriere della Sera e da sempre sostengono che per riformare la macchina dello Stato occorre intervenire sulla burocrazia: oggi sul quotidiano milanese sostengono che se il nuovo Governo vuole essere efficace deve sostituire “radicalmente i burocrati che gestiscono i ministeri (riformando i contratti della dirigenza pubblica e allineandoli a quelli del settore privato) cominciando dalla casta dei capi di gabinetto. Per farlo ci vuole coraggio perché questi signori sono depositari di “dossier” che tengono segreti per proteggere il loro potere. Bisogna avere il coraggio di mandarli tutti in pensione. All’inizio i nuovi ministeri faranno molta fatica, ma l’alternativa e non riuscire a fare nulla”. Cari professori, pietà. Ma lor signori hanno idea di come funzionino le cose in un ministero o è solo una mefistofelica strategia per mettere alla prova i nervi dei poveri paperini di Stato? Andiamo con ordine.

Un sereno commento all'editoriale del Corriere

Un sereno commento all’editoriale del Corriere

Sorvolo sull’esortazione di sostituire tutti i burocrati: tutti? Cos’è, un attacco di grillismo acuto al grido di #tuttiacasa? E chi ci mettiamo? Il primo che passa, magari con un bel contratto fiduciario che lo renderà fedele esecutore dei voleri della politica? E poi: mandarli a casa con contestuale riforma presa dal mitico settore privato in cui regna efficienza ed efficacia? Ovvero? Licenziamento ad nutum? Perché, nel dorato mondo del privato funziona cosi? Attenzione però, andiamo al sodo: dicono i Nostri che occorre cominciare dai capi di gabinetto. E qui occorre fare chiarezza una volta per tutte. Chi ha la pazienza di seguire queste pagine sa bene che come Associazione dei dirigenti ex allievi della Scuola Superiore della PA (oggi Scuola Nazionale di Amministrazione), da anni ci battiamo contro la cattiva usanza di riservare i vertici degli uffici di diretta collaborazione dei ministeri ai magistrati amministrativi e contabili. Nessun particolare astio verso costoro, naturalmente, ma la constatazione che non può farsi confusione fra amministrazione attiva e magistratura di controllo, rischiando conflitti di interesse che possono danneggiare la corretta formazione dell’azione amministrativa a danno del principio di imparzialità a favore dei cittadini. Ma non è che, come mi è capitato di leggere e come insinuano Alesina&Giavazzi, consiglieri di Stato e magistrati della Corte dei Conti puntino pistole alla testa dei ministri e li costringano a farsi affidare questi fondamentali incarichi. Tutt’altro: da sempre è la politica che fa a gara per accaparrarsi i migliori fra loro, affidandogli le redini dei Ministeri, nei Gabinetti e negli Uffici Legislativi, ed anzi scambiandoseli allegramente da una legislatura all’altra. E, consentitemi, io non ce li vedo questi ministri sprovveduti che si fanno mettere nel sacco da coloro che hanno scelto fiduciariamente: se non si fidano non devono far altro che mandarli a casa, dall’oggi al domani.

Allora, prof.: se vogliamo sostituire i capi di Gabinetto, facendo sì che ognuno faccia il proprio mestiere, sono d’accordo. Ma se per cominciare da loro si intende passare ad una dirigenza fiduciaria che soppianti quella di ruolo, non ci siamo. E non perché lo dica la Costituzione più bella del mondo o perché non ci siano tante cose da aggiustare nella P.A. Perché basta rispondere alla solita, noiosa domanda: ma voi vi sentireste più garantiti da chi ha vinto un concorso e agisce secondo i dettami di legge o da chi deve il proprio posto al politico di turno che vuole tutto e ora?

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Anche i paperini di Stato, nel loro piccolo, si incazzano

Mentre si attende l’illustrazione alle Camere delle proposte contenute nel programma del Presidente incaricato, continuano le bordate a palle incatenate sulla pubblica amministrazione: meglio buttarsi dove c’è il sangue, potrebbe pensare qualche malizioso. Non sono un mistero le idee che Matteo Renzi coltiva su alcuni aspetti della cosa pubblica, alcune condivisibili, altre, esposte poco più di un anno fa a Ballarò, molto meno. Ma si sa, cavalcare l’antipolitica e l’anti-casta fa presa sulla pubblica opinione, anche se si rischia di gettare via il bambino con l’acqua sporca. Ecco perché non mi sono meravigliato più di tanto di leggere, quasi all’unisono, gli ennesimi articoli denuncia sulla P.A. su La Stampa, il Corriere della Sera e l’Espresso, dove ho trovato una grande verità, gravi inesattezze ed imperdonabili irresponsabilità.

La prima sul quotidiano torinese, che profeticamente scrive: “Come sforbiciare gli stipendi di migliaia di dirigenti pubblici non è chiaro. Forse passando per la trasformazione dei contratti da tempo indeterminato a tempo determinato. Oppure la via giusta potrebbe essere una ricontrattazione degli stipendi. Epperò nella segreteria di Renzi si ragiona proprio su una mossa ad effetto che magari inimicherà al nuovo governo qualche migliaio di dirigenti pubblici, ma servirebbe a conquistare milioni di voti”. Mi sembra chiaro. Idee legittime, certamente. E, naturalmente, contestabili e criticabili. Il Corriere della Sera denuncia invece la necessità della “fine della giurisdizione dei Tar sulle controversie nel pubblico impiego, che passerebbe così al giudice ordinario” e di rivedere “le norme che nel 1972 hanno reso di fatto inamovibili i dirigenti pubblici, per i quali si potrebbe profilare la libertà di licenziamento come nel privati”. Peccato che siano cose fatte da decenni. Ma è il pezzo dell’Espresso che lascia davvero basiti. Non solo si ripesca la gigantesca bufala dell’OCSE secondo cui i tutti dirigenti italiani percepirebbero qualcosa come 40.000 euro al mese (ditemi dove devo firmare, anche col sangue!), ma si fa passare l’idea che la dirigenza italiana (mettendo dentro anche militari e magistrati) sia composta da 200.000 (!) pigri e furbi Paperoni di Stato, mantenuti dai contribuenti. Mantenuti. E questa operazione esclusiva, come viene definita, parte dalla denuncia dei redditi di alcuni dei più alti dirigenti pubblici come il Direttore Generale del Tesoro o il Ragioniere Generale dello Stato, la cui occupazione meriterebbe evidentemente una mancetta a fine mese, buttando nel frullatore Camera dei Deputati, Corte Costituzionale, Authorities. Non vado oltre: invito alla lettura del pezzo di Luigi Olivieri, dirigente pubblico e commentatore su Lavoce.info, per smontare questo castello di carte.

Il punto è un altro. Come Associazione dei dirigenti che vengono dalla Scuola Nazionale di Amministrazione abbiamo denunciato da un paio di lustri le storture che ci sono nella macchina amministrativa, sgolandoci però a fornire dati che smontino i luoghi comuni e dicendo che occorre far valere merito e competenza, ad esempio reclutando la dirigenza dello Stato (e perché no, anche quella delle regioni e degli enti locali) attraverso il meccanismo del corso-concorso: una sorta di accademia della dirigenza, per i profani, per chi nella P.A. ci vuole lavorare davvero ed è disposto a farsi 18 mesi di corso per avere un ufficio chiavi in mano. Abbiamo detto in tutte le salse che occorre limitare se non cancellare l’accesso dei magistrati contabili ed amministrativi ai posti di vertice delle amministrazioni perché, a fronte della eccellenza giuridica che essi rappresentano, i rischi di conflitti di interesse sono evidenti. Abbiamo ricordato alla politica che occorre dare un taglio alla dirigenza fiduciaria, che non fornisce garanzie di imparzialità ai cittadini. Eppure, mentre 106 ragazze e ragazzi ancora aspettano, dopo un anno e mezzo di corso esami e stage presso la Scuola Nazionale di Amministrazione, di essere messi alla prova nello Stato con tutto il loro entusiasmo quando abbiamo davanti la prova del semestre europeo, si preferisce parlare d’altro, alimentando la sacrosanta rabbia dei cittadini e dirottandola con armi di distrazione di massa che sembrano servire scopi a me ignoti. Se questa è la strada che si vuole scegliere per far rimettere in carreggiata la macchina dello Stato italiana, ciascuno si assuma le proprie responsabilità: io non ci sto. E continuerò, assieme ai tantissimi impiegati, funzionari e dirigenti che fanno il loro dovere negli uffici al servizio dei cittadini a opporre dati e ragionamenti, avendo come pietre angolari solo due cose: la Costituzione e i bisogni di cittadini. Non lamentatevi, poi, se anche i paperini, nel loro piccolo, si incazzano.

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Io la nomina da te l’ho avuta

E’ ben nota la vicenda che vede coinvolta la Ministra Nunzia De Girolamo, titolare del Dicastero dell’Agricoltura, in merito al presunto direttorio politico che avrebbe gestito la politica sanitaria del territorio di Benevento. La Ministra si è difesa in Parlamento, davanti un’aula di Montecitorio inspiegabilmente vuota, e il Presidente del Consiglio, per ora, tace. Come si usa troppo spesso dire, sarà la magistratura ad accertare se le vicende abbiano una rilevanza penale, ma, poiché mi sembra opportuno esprimere una valutazione generale della vicenda, io partirei dalla puntata dell’altra sera di “Otto e Mezzo”, durante la quale la stessa Ministra in modo esemplare ha spiegato il funzionamento delle nomine in sanità sui territori. Alla domanda della Gruber sul le riunioni in casa del padre, De Girolamo chiarisce: “Funziona che sono i Presidenti di Regioni, la politica, il partito di riferimento, a nominare i Direttori Generali delle Asl all’interno di una rosa, di un elenco, e il Presidente di Regione chiede al partito nel suo complesso di indicare delle rose di nomi”. Il punto è proprio questo: funziona così. E se funziona così, non ha senso scandalizzarsi: tutti sanno come vanno le cose, tutti (o quasi, si veda la “rivoluzione” di Zingaretti nel Lazio) si adeguano, tutti sono contenti. Ha ragione Ostellino quando sul Corriere scrive che “siamo un Paese che considera scandalosa la realtà effettuale in nome della realtà come vorrebbe che fosse”. E, sebbene non concordi sulla alternatività coatta col regime delle spoglie, la conclusione mi sembra chiara: o si cambia metodo, o si accetta la preponderanza, peraltro accolta a braccia aperte da tutti gli interessati, della politica. Ho spesso scritto sulla mia visione assai critica della dirigenza fiduciaria e del tema delle nomine, questioni sulle quali si è espressa in modo molto severo più e più volte l’Associazione dei dirigenti pubblici che provengono dalla Scuola Nazionale di Amministrazione. Resta, tuttavia, un solo, amarissimo boccone: il dirigente che viene nominato dalla politica dovrebbe pur sempre e comunque render conto alla collettività. Dovrebbe, per così dire, abbandonare il seno materno e farsi la propria vita, rispondendo non alle sollecitazioni della “sua” parte politica, ma a quello che la legge e i bisogni dei cittadini prescrivono. Dovrebbe: la realtà che vorremmo. E allora – scusate la mia naiveté – che diavolo ci va a fare un dirigente pubblico, convocato addirittura, a casa di un parlamentare a discutere di cose che si devono trattare nelle sedi istituzionali e con gli attori appropriati? A dire che “io la nomina da te l’ho avuta e a te rispondo, ed è giusto che ci sia un riscontro”? Un antiemetico, please.

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Il Paese dei Professori (e degli uscieri)

Ormai è un classico: dalle colonne di blasonate testate o dagli schermi televisivi nel corso di trasmissioni di approfondimento politico-economico leggiamo e ascoltiamo le miracolose ricette di un coraggioso drappello di accademici per salvare l’Italia. E da chi va salvata l’Italia? Dalla mafia? Dal degrado ambientale? Dagli scandali della politica? Dal razzismo neanche troppo strisciante? Niente affatto. L’Italia va salvata dalla burocratizzazione, ovvero l’oppressione del corpo sociale mediante soffocanti lacci e lacciuoli regolamentari (Panebianco). Dalla burocrazia inossidabile (Giavazzi). Dai dirigenti della Pubblica Amministrazione che sono troppo spesso corrotti o semplicemente ignavi (Ricolfi). E dalla burocrazia arrogante (Ichino).

 

Siamo arrivati, per farla breve, alla applicazione della categoria del nemico oggettivo propria dei regimi totalitari. Colpevoli a prescindere: i dipendenti pubblici sono inefficienti e, soprattutto, troppi e troppo costosi. Si divertono a complicare la vita al cittadino che paga le tasse e vivono nel lusso più sfrenato. E non basta: i dirigenti (maledetti!) tengono in ostaggio Ministri e politici, ormai in balia dei sacerdoti del codicillo, depositari del Sapere e veri artefici della vita degli Italiani, ridotti a sudditi.

Ehm.

Dunque, le cose qui son due. O la soluzione è spianare con le ruspe ogni edificio che riporti sopra l’entrata lo stellone della Repubblica o la si fa troppo semplice. E quando si parla di cose complesse, semplificare ad ogni costo equivale a banalizzare. Io sono un burocrate. Lo sono e non me ne vergogno affatto, e so bene che la macchina amministrativa italiana, come tutte le macchine amministrative dei grandi Paesi occidentali, è qualcosa di complicato e stratificato, composto da tanti microcosmi che nel tempo sono stati messi in piedi per soddisfare un qualche bisogno pubblico. Anche i sassi sanno che in molti casi il processo è stato viziato dalle tante manine che, per dirne una, hanno imbucato gli amici degli amici ma, al netto delle degenerazioni, la crescita dei compiti e delle funzioni segna il passaggio da uno Stato liberale ad uno democratico e sociale. E poi, almeno qualche dato: una recente ricerca ha dimostrato che in Italia abbiamo meno dipendenti pubblici, in numeri assoluti ed in percentuale, che in Francia e in Gran Bretagna, che mi sembrano Paesi di una qualche solidità democratica ed economica.

Va tutto bene, Madama la Marchesa, allora? No, e lo sanno gli stessi amministratori pubblici. Anzi, la P.A. soffre di un deficit di servizi offerti ai cittadini che è uno dei problemi dell’efficienza del Sistema Paese. Quello che io contesto ai nostri pugnaci accademici è di mancare il bersaglio, evidentemente guidati da pregiudizi duri a scalfire. Intanto perché continuano a non mettere in conto che la pubblica amministrazione (meglio, le pubbliche amministrazioni) sono fatte in primo luogo e soprattutto da persone che, al pari di tutti i lavoratori, vanno formate, valutate, motivate. Non basta un taglio qua o un risparmio là per far marciare le cose al meglio. Non vale per Fiat, non vale per Microsoft, non vale per la P.A. E poi, aguzziamo la vista: quando leggo che “la burocrazia continua a produrre norme e procedure, particolarmente complicate e lente” per alimentare se stessa (Deaglio), non posso che trasecolare. Se vogliamo cominciare ad aggredire il problema del funzionamento complessivo del Paese, e non solo della pubblica amministrazione, dovremmo iniziare a ragionare – professori, amministratori, politici, cittadini – sul come si fanno le leggi in Italia e, soprattutto, sull’incontrastabile dogma che fatta la legge, risolto un problema. O Governo e Parlamento vivono sulla Luna?

E ancora. Quando si indica negli “alti burocrati” che detengono i sacri tomi del Necronomicon amministrativo la zeppa che inceppa gli ingranaggi dello Stato, va fatta una precisazione. Ammesso che sia effettivamente vero che questi tecnostregoni nelle oscure stanze dei Ministeri passino il tempo a mescolare nei loro calderoni pozioni che donano loro un immenso potere, si dica almeno chi sono costoro. I capi dei gabinetti o degli uffici legislativi nella stragrande maggioranza dei casi non sono dirigenti di ruolo. Essi sono rappresentanti delle magistrature amministrative e contabili. Consiglieri di stato, magistrati dei Tar, giudici della Corte dei Conti che rappresentano l’eccellenza della cultura giuridica Italiana. Gente che conta. Il punto è un altro. Come mai si trovano a dirigere i Ministeri? Chi li chiama, sempre e comunque, ad ogni tornata di Governo, di fatto sempre gli stessi, tutti appartenenti a questo esclusivissimo club? E non desta un qualche refolo di sospetto che a dispetto dei tagli ai numeri dei dirigenti di ruolo, vincitori di concorso, in ossequio alle esigenze della spending review, ci si guardi bene dal toccare le quote riservate ai dirigenti in quota esterna, a chiamata politica?

Le vittime di questo pensiero unico sono illustri. Quando il Sottosegretario Ilaria Borletti Buitoni, facendosi paladina di un’efficienza tutta intrisa di privato buono, racconta scandalizzata all’assemblea del suo partito che al Ministero ci sono uscieri che le dicono buongiorno e buonasera o che in una riunione tecnica di ben dieci persone le dicono che determinate procedure hanno i loro tempi, ella non si chiede chi ha messo là quegli uscieri (razza ormai estinta) o perché quelle procedure sono lunghe, a tutela di chi e scritte da chi. Se la prende, sic et simpliciter, con la pubblica amministrazione ammortizzatore sociale che non farà mai cambiare l’Italia. Amen. Ite, missa est.

 

Vi domando: ma noi nefasti burocrati non siamo cittadini Italiani? Non facciamo parte della stessa comunità nazionale? Quando appendiamo la giacca – e soprattutto quando la indossiamo – non siamo parte della stessa squadra? Ricordatevelo ogni tanto, perché i manicheismi da tutto bianco/tutto nero non aiutano. Di prove muscolari ne abbiamo viste tante negli ultimi anni. Servirebbe una discussione seria fra persone serie, con scelte anche coraggiose che però abbiano in mente una diversa concezione dell’amministrazione in Italia. Non una fastidiosa zavorra di cui disfarsi, ma una risorsa per lo sviluppo da far funzionare al meglio. È una faticaccia, lo so: e io ho una fiacca addosso che Signora mia….

Pubblicato su Linkiesta

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Le invasioni barbariche

Venerdì davanti Montecitorio era stata solo la prova generale: sabato la prima. Solo che non era di gala, affatto. Quando arriva il proclama di Grillo sul colpo di Stato e la calata su Roma in camper decido di riprovarci. Con buona dose di faccia tosta e Nikon al collo mi reintrufolo in piazza mentre si vota per il Capo dello Stato. Napolitano ha dato la sua disponibilità di fronte l’impotenza dei partiti e dopo l’implosione del PD. Fa freddino ma l’atmosfera è calda. Lo spazio davanti l’obelisco è stracolmo, con qualche capopopolo sulle ringhiere con megafono, il solito Mascia in pole position. Non una folla oceanica, ma rumorosa. Cartelli che inneggiano alla fine della democrazia (addirittura). Urla sguaiate. Cori di ‘Bersani pezzo di merda!’ (ingenerosi, a dir poco). ‘Ro-do-tà, Ro-do-tà, Ro-do-tà’! Il più triste: ‘Napolitano non è il mio Presidente’ (Scusi, Signor Presidente). Un fotografo mi saluta calorosamente (chi è?): posso riciclarmi come novello Mauro Fortini. Saluto Roberto Tallei di Sky con cui avevo cinguettato prima. Polizia schierata ma calma, intanto prendono gli scudi di plastica, non si sa mai. Urla contro un gruppetto di Rifondazione Comunista: ‘Via le bandiere!’ E alla ringhiera sbuca anche Paolo Ferrero. Una signora abbarbicata urla con la faccia rossa: “Mortacci vostra!’ Si affaccia qualcuno da una finestra di Palazzo e sale il ‘Buuuuu’, fiocca il dito medio. Sale la tensione e qua e là zigzaga qualche onorevole grillino: preoccupati, sempre altezzosi, però. I soliti volti noti delle trasmissioni tv che corrono da un lato all’altro della piazza, siamo in pieno circo mediatico. Ancora cori: ‘tutti a casa’, ‘noi dentro, voi fuori’. Ariecco Zoro. Esce Giovanardi, tutti addosso con le telecamere: sdegnato, parla di impazzimento e di atteggiamento fascista (sono d’accordo con lui, un brivido lungo la schiena). Intanto Rodotà prende le distanze dalle intemperanze. Non riesco a twittare e chiedo a @darioq di farmi la differita via cellulare. Telecamere straniere: uno si porta addirittura la scaletta metallica. Graduati dell’Arma confabulano preoccupati. In diretta tv arriva la notizia dell’elezione di Napolitano. Sale il buuuuuuuuuuuuu, fascisti (!), buffoni, venduti, papponi. Esce Corradino Mineo, ex Rai News 24 e si avvicina alla folla: si becca di tutto. C’è chi arriva a scomodare Falcone e Borsellino e un fotografo navigato alza il sopracciglio. Un onorevole grillino si morde nervosamente le unghie. Poi escono tutti i 5 stelle e vanno dai manifestanti ad applaudirli  si scatena la piazza. Onorevoli PD alla spicciolata, mesti. Scalfarotto troneggia davanti le telecamere. Giovanardi intanto tenta di andare a casa e si prende salve di insulti dalla piazza (ma bravi), con annesso onorevole grillino che se la ride (ma bravo). Sbuca l’ex giffino Rocco Casalino che si mette su una fioriera a vedere che succede. Cala il buio, Grillo pare arrivi alle 22 e 30 a Piazza del Popolo. Sbuca Vito Crimi che con passo deciso e militaresco va dai manifestanti e imbocca il megafono, novello discorrente della Montagna. Basta, non ne posso più, la schiena mi uccide. Mi rimane in bocca un saporaccio di popolino bue. Lo stesso che troverà Franceschini a cena e gli dirà di tutto poco dopo. Un saporaccio.

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L’italia del Ruzzle

L’Italia del dopo Monti è un Paese sostanzialmente spaccato in tre. Secondo i dati ufficiali dei risultati della Camera dei Deputati, poco più di 10 milioni di Italiani si collocano nell’area del centro-sinistra (un po’ meno di 9 milioni per il PD), quasi 10 milioni hanno votato per il centro-destra (poco più di 7 milioni per il PdL), e più di 8 milioni e mezzo sono gli elettori del Movimento 5 Stelle. Un elettore su quattro si è astenuto. Come e peggio del passato, il problema in termini di costruzione di una maggioranza è vivo e vegeto al Senato, mentre alla Camera il meccanismo di premio di maggioranza del Porcellum assicura un assai poco utile autosufficienza al centro-sinistra.

Difficile potersi dire sorpresi. Era certamente da aspettarsi il successo del Movimento 5 Stelle, che ha legittimamente cavalcato quella che è man mano è diventata una vera e propria ondata di indignazione nel paese per gli sperperi e le ruberie della casta, accanto alle crescenti difficoltà che le persone sentono sulla propria pelle. Il “tutti a casa” urlato dai palchi di tutta Italia e nel blog di Grillo ha fatto leva sulla rabbia popolare e la voglia di cambiamento: i segnali c’erano tutti, ma una classe politica sorda ad ogni rampogna ha fatto finta di non vederli. Le domande da porsi adesso sono quelle su cui analisti e commentatori si stanno esercitando. La prima: sapranno gli eletti del M5S condurre un’azione politica anche nelle istituzioni, magari ricorrendo al compromesso, sia pure trasparente e aperto? La seconda: i diversi punti del programma grillino sono sufficienti per comporre una ricetta per un’idea di Italia? E la terza, che le riassume: sapranno dire non solo dei no e mettersi in gioco? A tutte queste risposte, vuoi per l’esperienza siciliana, vuoi per un credito che non può non essere accordato alla prima prova nazionale del movimento, deve essere data una risposta positiva, almeno per il momento. Una cautela sopra tutte: spero che il risentimento anti-casta sia guidato dalla capacità di capire come funziona una macchina complessa e che si miri al privilegio e non al funzionamento della stessa, senza essere tentati di gettare via il bambino con l’acqua sporca.

La vicenda legata alla rimonta operata da Silvio Berlusconi, che non impedisce comunque una sensibile perdita di consenso all’area del centro-destra e al PdL, va inquadrata nella consolidata composizione delle opinioni in Italia. Il semplice dato di partenza è che una fetta consistente dell’elettorato italiano è conservatore e non voterà mai per il centro-sinistra. A ciò va certamente aggiunto l’elemento rappresentato da Berlusconi che mantiene un’attrattiva che sfida ogni ragionevolezza. Dopo una serie infinita di scandali, che, ricordiamolo, non attenevano solo alla sua sfera privata, quasi il 30% dei votanti ha scelto ancora una volta il centro-destra, evidentemente ritenendo tutto sommato accettabile un profilo populista che sarebbe limitativo legare solo ad una presunta scarsa intelligenza di quella parte di elettorato, che pure ha accettato di riportare in Parlamento personaggi come Scilipoti e Razzi che appartengono alla tradizione delle macchiette più che al teatrino della politica. La figura del leader del centro-destra fa leva su aspetti del costume italiano che tutti ben conosciamo, ma quasi dieci milioni di voti vanno spiegati anche – non solo, ma anche – con l’insufficienza delle altre proposte politiche.

I veri sconfitti di queste elezioni sono, senza dubbio alcuno, il PD e la coalizione di centro-sinistra. Solo sei mesi fa i dirigenti del PD e di SEL sentivano di avere la vittoria in tasca. E allora come si è arrivati a fermarsi alla soglia dei 10 milioni di voti? Ad annullare quel 22% di distacco con centro-destra che l’Ipsos di Pagnoncelli individuava solo a dicembre? Intendiamoci, il PD rimane, in termini di espressioni di voti, il primo partito del Paese, ma incapace di esprimere ed interpretare una nuova, larga maggioranza di governo. Colpa di Bersani? Il Segretario non può che essere il primo responsabile, se non altro per carica ricoperta, ma sarebbe ingenuo, oltre che ingeneroso, addebitargli ogni demerito. Lo voglio ridire oggi: Pierluigi Bersani è una persona seria, e dobbiamo fare i conti con il diffuso atteggiamento nel Paese per cui ci entusiasmiamo più per una battuta ad effetto che per un ragionamento difficile. Credo, tuttavia, che il vero motivo, aldilà delle ricette proposte, sia un altro ed investe tutta la classe dirigente di quel partito: la mancanza di coraggio di andare avanti fino in fondo nel rinnovamento e nell’apertura alla società civile. Anche se passi concreti sono stati fatti, credo sia ragionevole pensare, ad esempio, che se in occasione delle primarie per la scelta dei parlamentari fosse stata data la possibilità di partecipare a tutti i simpatizzanti dell’area del centro-sinistra, consentendo ai cittadini di competere e di votare senza paletti, sarebbe stata impressa una spinta formidabile a processi di identificazione con la proposta politica del PD. Avere rinunciato a mettersi a nudo insomma, con tutti i pericoli che questo naturalmente comportava, ha portato al risultato di convincere i convinti, ma di non sfondare. E non credo che una vittoria di Renzi, da questo punto di vista, sarebbe necessariamente servita: non è una questione di una faccia, ma di facce. Insomma, il rinnovamento è stato quello di portare aventi le seconde file. Giusto, normale, legittimo. Ma dolorosamente insufficiente a fronte di un’Italia che ne ha le tasche piene. E non è un caso che Zingaretti abbia vinto nel Lazio, non candidando nessuno del vecchio gruppo della Pisana e parlando di trasparenza spinta e partecipazione, lotta ai privilegi, lavoro. Dibattito da congresso, evidentemente, ma occorrerà rivoltare il partito come un calzino, e subito. Non si scappa.

E ora? È l’Italia del Ruzzle, in cui ci sono tante combinazioni possibili, ma bisogna pescare quelle giuste e fare in fretta. Abbiamo uno scenario in cui si aprono tante possibilità, fra loro concatenate, in cui il ruolo del Presidente della Repubblica è ancora una volta fondamentale. In questo quadro complicato, sono convinto che una governissimo bis PD-Pdl-Monti sia un suicidio politico per il PD e, soprattutto, per l’Italia, dato che vorrebbe dire restare ostinatamente con orecchie e occhi chiusi di fronte ad un segnale fortissimo che viene dal Paese. Su questo ha ragione chi pone come criterio di base la responsabilità. E’ evidente che occorrerà ritornare alle urne, ma spetta al PD, partito di maggioranza parlamentare (pure sghemba) l’onere di tentare di guidare un Governo, e al M5S quello di non restare semplicemente alla finestra. Sei mesi, un anno al massimo in cui PD e M5S possono collaborare sulla base dei punti di contatto che oggettivamente ci sono, magari conoscersi. Poi al voto, cambiata la legge elettorale. Ricordandoci che gli elettori, alla fine, hanno sempre ragione e avendo a mente solo una cosa, ora più che mai: l’interesse nazionale.

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Perle d’Abruzzo

Ma ve lo ricordate quell’inverno del 2010? Il Governo di Silvio Berlusconi era squassato da ondate violente e solo il coraggioso drappello traghettista degli autonominatisi Responsabili riuscì a salvarlo con l’ormai celebre voto di fiducia del 14 dicembre. Quanta nobiltà! Quanto amore per il Paese, aldilà delle misere beghe da teatrino della politica! Poi la doccia fredda: grazie ad una telecamera nascosta, la vera verità dalle parole di Antonio Razzi, parlamentare eletto nelle liste dell’IdV di Antonio Di Pietro: “Io avevo già deciso da un mese prima. Mica avevo deciso, figurati, tre giorni prima. […] L’ho detto apposta. Ma non hai capito un cazzo di niente. Io già avevo deciso, io già avevo deciso, già avevo deciso. Ma io te lo dico pure chiaro: io a me, a me io, quando ancora ero nel coso della… del… del vitalizio, io non avevo la pensione ancora. Dieci giorni mi mancavano. E per dieci giorni mi inculavano. Perché se si votava dal 28 come era in programma, il 28 di… di… di marzo, io per dieci giorni non pigliavo la pensione. Hai capito? Io ho detto che io se c’ho 63 anni, giustamente dove vado a lavorare io? In Italia non ho mai lavorato, che lavoro vado a fare?” Mi spiego. Io penso anche per i cazzi miei, io ho pensato anche ai cazzi miei. A me non me ne frega… perché Di Pietro pensa anche ai cazzi suoi, mica pensa a me. Meglio anche per te. Così pigli pure la… Adesso devi fare quattro anni e mezzo e un giorno. Perciò, fatti nu poco li cazzi tua e non rompere i coglioni più a… eh? E andiamo avanti, così anche tu ti manca un anno… meno di un anno? Meno di un anno e entra il vitalizio. Che cazzo te ne fotte, dico io. […] A te non ti pensa nessuno, te lo dico io, caro amico, te lo dico da amico, che questi, se ti possono inculare, ti inculano senza vaselina nemmeno.” Ecco, il Nostro è candidato in Abruzzo nella lista per il Senato della Repubblica (della Repubblica!) del Popolo della Libertà. Sarà eletto? Difficile dirlo, ma statene certi: continuerà in ogni caso a pensare ai cazzi suoi.

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Contrordine, compagni!

È stato alfine approvato il regolamento delle primarie per i parlamentari dalla Direzione Nazionale del Partito Democratico. Alla vigilia della riunione avevo auspicato che potessero esser presi una serie di accorgimenti che, pure alla luce delle scadenze strettissime dettate dalla vicinanza delle elezioni, consentissero di tenere delle primarie davvero aperte ed inclusive. I criteri resi pubblici, e approvati all’unanimità, mi sembra confermino, invece, un approccio teso al controllo del processo e alla internalità dello stesso. Avere, infatti, previsto un numero molto consistente di firme di iscritti (di soli iscritti al 2011) a sostegno della presentazione delle candidature, aver riservato al partito la successiva scrematura e, infine, avere limitato a iscritti e a coloro che avevano votato alle primarie di novembre la possibilità di votare (senza permettere registrazioni in loco) rende il tutto estremamente autoreferenziale e esprime una chiusura che segna, purtroppo, una occasione perduta di innovazione e confronto.

Sì dirà che è meglio così che nulla. Non ne sono così sicuro. E non basta marcare la differenza, certamente enorme, con altre organizzazioni partitiche caratterizzate da leaderismi di stampo sudamericano. Quel che è stato organizzato è una mera conta delle tessere, da pianificare e organizzare secondo cordate e filiere interne. Tutto legittimo, tutto ammissibile. Ma non sono le primarie che sarebbero servite al PD e, soprattutto, alla politica italiana. Il meccanismo previsto, infatti, taglia fuori volti nuovi e lascia al gioco delle pesature interne la selezione dei candidabili. Che resta una selezione interna, perfettamente comprensibile, ma che nega ogni esigenza di apertura, osmosi e ricambio che il momento storico richiedeva. In altre parole: non si mette in discussione la qualità delle figure che andranno a comporre le liste che troveremo per le politiche, ma è stata persa una preziosa occasione di arricchire lo “squadrone” con donne e uomini che, pure non organici al partito, in quello si riconoscevano ed avevano idee e proposte da sottoporre per competere. Senza pacchetti di tessere.

Troppo severo? Forse. Eppure, a leggere solo alcuni delle decine di sms che stamattina mi sono arrivati dai tanti amici e colleghi che avevano sperato in un processo aperto e senza rete ed avevano mostrato un immeritato entusiasmo alla mia possibile disponibilità a candidarmi, l’impressione che se ne ricava è che simpatizzanti ed elettori non comprendano – o forse comprendano troppo bene – i motivi di questo arroccamento a difesa degli apparati. “Regole belle e innovative, ma tutto complicato”, dice Marco. “Non finirò mai di stupirmi, ci dovrebbe essere un limite anche al numero di narici”, scrive Giovanni. Alessandro incalza con un “Non mollare, provaci!”, mentre Salvatore mi scrive che “E’ un’occasione persa, così vanno i soliti noti, cambia tutto affinché niente cambi”. Benedetto propone: ”E pensare ad un’altra formazione politica più aperta, più democratica, meno partitica”? “Occasione persa” ripete, come altri, Maria Teresa, mentre un altro Marco si limita ad un “Peccato…”. “Centralismo democratico con una spruzzata di democristiano”, sentenzia Antonio. Alessandro si lancia sul classico “Mala tempora currunt”, e Francesca manda solo tre puntini di sospensione. Inarrivabile, e merita la chiusura, Massimiliano: “E secondo te questi ti ci mandavano a te a mangiare il branzino al sale a tre euro alla buvette di Montecitorio?”.

Vox populi, direbbe qualcuno, e come tale contiene sempre un grano di verità. Vediamo cosa succederà e vediamo, soprattutto, se almeno i posti nel listino riservati al Segretario saranno resi davvero disponibili alle competenze, così come, io credo, al mondo dell’associazionismo, della disabilità, della cittadinanza attiva, senza paracadutati eccellenti.  Il mio personale impegno è comunque scontato: almeno, non chiamiamole primarie.

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