I veri poteri forti in Italia. Almeno pare

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Angelo Panebianco, noto politologo, è intervenuto a gamba tesa sul Corriere del 30 aprile avverso quelli che identifica come i veri poteri forti del Paese: burocrati e magistrati. Secondo Panebianco, in particolare, “le tecnostrutture […] possono convivere pacificamente solo con gruppi ed esponenti politici disposti ad inginocchiarsi in loro presenza e a baciare l’anello”. A fronte di un indebolimento della politica dopo la caduta del Muro e Mani Pulite, infatti, la palla sarebbe ormai in mano alle burocrazie ministeriali, senza le quali nulla si muove ed ogni riforma è destinata a perire (i maliziosi vi leggeranno la riforma della dirigenza del Governo di Matteo Renzi, affondata un secondo prima dell’approdo). E alle magistrature che, causa i paraocchi del formalismo giuridico, con le loro sentenze condizionano la vita democratica e condannano l’Italia alla marginalità economica internazionale. E’ un tema caro a Panebianco: legittimo e utile che lo riformuli sul primo quotidiano del Paese. Da burocrate di trincea, tuttavia, continuo testardamente a restare in disaccordo. Egli non parla certamente del sesso degli angeli: non sarebbe serio negare che vi siano dirigenti apicali che hanno una loro specifica agenda e che apparecchiano le tavole a loro piacimento in base alle proprie esigenze di potere e, talvolta, di privilegio. Essi vanno contrastati con ogni mezzo. Allo stesso modo, è ben possibile che vestano la toga magistrati che si fanno guidare dalle ideologie e che non riescono a cogliere le tante implicazioni socio-economiche che le loro pronunce comportano: costoro non contribuiscono al corretto svolgersi delle dinamiche del Paese e al suo benessere. Tuttavia, la battaglia che i tanti Panebianco portano da tempo avanti ha la pecca di offrire una versione manichea che coglie alcuni aspetti veritieri ma che, adagiata la polvere della pugna, presenta una visione scombinata di come funzionano le cose. Non me ne voglia il professore, che stimo senza retorica alcuna, ma il troppo astrattismo ha il serio limite di non afferrare appieno la realtà. La cattedra, evidentemente, permette una visione limitata che andrebbe integrata con chi sta sul pezzo, con quelle che Giulio Napolitano, lo scorso 17 aprile, sempre sul Corriere, ha chiamato le voci di dentro, di “chi prova, cioè, a far funzionare le amministrazioni ogni giorno in condizioni sempre più difficili”. Sia chiaro: non reputo né utile né necessario operare difese d’ufficio della burocrazia e delle tante colleghe e dei tanti colleghi che assolvono ai loro compiti pur prendendo da anni sonore legnate mediatiche. E tanto meno della magistratura. A far sentire le “voci di dentro” ci pensano sindacati e associazioni. C’è un elemento che, tuttavia, che va svelato, trattandosi – questo sì – di una bugia e, al contempo, di uno stereotipo. Alla politica debole non ho mai creduto, prima, seconda o terza Repubblica che dir si voglia. Anzi, se poniamo lo sguardo agli ultimi dieci anni, l’esperienza sul campo porta a dire che la politica – o, almeno, una certa politica – ha costantemente tentato di governare l’amministrazione attraverso una “sua” dirigenza, forzando la mano con tentativi di riforma che avrebbero, secondo molti, messo a seria prova il principio dell’imparzialità amministrativa e, di conseguenza, i diritti dei cittadini. Il politico schiavo della burocrazia è una mera fiction. Anzi, un’idea fissa che non si riesce a scalzare e che va si tanto in tanto ad arricchire il vaso di Pandora delle malefatte della macchina pubblica, ormai scoperchiato a favore della cittadinanza indignata. Sarebbe utile, una volta di più, ricordare che politica e amministrazioni dello Stato non sono due entità astratte che vivono in due regni separati e guerreggianti, con la Terra di Mezzo in cui ne pagano le conseguenze i poveri sudditi: sono fondamentali pezzi della Repubblica che hanno il dovere di lavorare assieme e che, incredibilmente, perlopiù lo fanno, pur fra frizioni e diffidenze. Come politologi e costituzionalisti ben sanno, aldilà delle regole scritte si sviluppa una gestione del quotidiano le cui dinamiche dipendono da tanti fattori, esogeni ed endogeni, non ultimi il clima nel Paese e le personalità degli attori. Senza dimenticare che non è la (sola) conoscenza tecnica che serve al politico (se c’è, meglio), ma la visione e la forza (politica, parlamentare, di alleanza sociale) di far quello che reputa giusto e utile. Due disinteressati consigli, allora. Il primo: opportuno denunciare le storture, ma si facciano nomi e cognomi. Basta sparare ad altezza d’uomo: serve solo a solleticare la pancia degli arrabbiati. Il secondo: se la smettessimo far roteare le mazze e imparassimo a separare la patologia e la fisiologia sarebbe già un bel passo avanti verso la messa a regime del Paese. Che, non dimentichiamolo, è cosa di tutte e di tutti.

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Pillole di burocrazia

Sono stato invitato dalla squadra di Nemo, in onda su Rai2, a dire qualcosa sul tema pubblica amministrazione e burocrazia in 90 secondi. Grazie: anche se il tempo era limitatissimo, non capita troppo spesso di dare la parola all’odiato funzionario pubblico. Qui la clip.

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La longa manus del burocrate

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Alfonso Sabella, oggi GUP al tribunale di Napoli, è magistrato di grandissima esperienza, impegnato da anni su fronti difficilissimi e, anche per questo, meritevole di stima incondizionata. Spesso esprime posizioni assai critiche contro la burocrazia, forte della sua parentesi come assessore nel Comune di Roma, con Ignazio Marino, allo scoppio di quella che allora venne chiamata “Mafia Capitale”. Su “Il Foglio” ha rilasciato a Massimo Solani un’intervista in cui dichiara: “Roma è una città in mano alla burocrazia, con una politica debolissima e incapace di imporre le proprie visioni e i propri progetti, che ha accettato di delegare ai burocrati tutto il controllo del potere in cambio di una totale, o quasi, deresponsabilizzazione. Il risultato è il trionfo della logica del fancazzismo, nella migliore delle ipotesi, o dell’“ad culum parandum” per evitare rischi. Quella delle gare sotto soglia e senza evidenza pubblica, delle procedure d’emergenza che diventando addirittura programmate come se il freddo non arrivasse ogni inverno o a primavera non si sapesse già che per Natale bisogna comprare l’abete di Piazza Venezia. Invece si aspetta novembre e si compra Spelacchio pagandolo di più e facendo eseguire i lavori ad una ditta a cui l’appalto viene dato con procedura diretta. A volte certe dinamiche nascondono la corruzione, che a Roma come in tutto il paese è un fenomeno dilagante, altre soltanto il fancazzismo e l’incapacità dei burocrati”.

Allora, un paio di considerazioni.

Smettiamola per favore di usare la parola “burocrati” come se parlassimo di assassini seriali. Senza la burocrazia, quel noioso insieme di regole che proceduralizzano l’azione amministrativa, non ci sarebbe certezza di come muoversi e i dannati burocrati fanno – talvolta bene, talvolta male – il loro lavoro. Detestabile dai più, forse. Ma necessario: senza burocrazia non c’è lo Stato, non c’è un’impresa, non c’è una società telefonica, non c’è neppure un tribunale. La regole della burocrazia sono cervellotiche? Spesso sì. Ma è profondamente errato pensare che lo siano per grazia divina. O perché logge di burocrati coi bavaglini si ritrovino a lume di candela nei sotterranei per vergare regolette strampalate utilizzando sofisticati algoritmi di generatori di frasi inutili. Lo sono perché le leggi – non infrequentemente – sono troppe e scritte male e perché la nostra è una cultura formalista: per i burocrati come per i magistrati. Siamo figli di quella cultura e per cambiare ci vogliono decenni. Se poi la politica è debole ed è preda della burocrazia (un assioma tutto da verificare), forse la colpa è di una classe politica la cui selezione dal basso è erratica e bizzarra, o inesistente, e di chi, al momento del voto, non usa dosi congrue di raziocinio.
Io non lavoro a Roma, né in un ente locale e conosco da lontano le dinamiche proprie di un Comune. Se Sabella parla, parla per esperienza. Mi permetto, tuttavia, di giudicare inappropriata la dichiarazione che, ove non ci sia corruzione, in Italia emerge solo “il fancazzismo e l’incapacità dei burocrati”. E non solo perché tutta da provare. Esorterei il dottor Sabella a considerare che utilizzare linguaggi di questo tipo non va certamente a tangere chi malversa e delinque, ma ha due effetti certi e diretti.
Il primo: sovraeccitare il cittadino stanco di un’Italia che deve ancora far riportare a livelli fisiologici i fenomeni corruttivi, la percentuale di lavoro nero, la lamentata inaffidabilità della stampa, la pressione fiscale troppo altra, e così via sino ai migranti e ai rettiliani. Quel cittadino che è, dunque, disilluso verso lo Stato e la cosa pubblica in generale.
Il secondo: fare solennemente incazzare chi nel lavoro per la collettività ci crede e si spende. Quelli pubblici sono lavoratori e, in quanto tali, meritano rispetto. A meno di voler pensare che la stragrande maggioranza dei burocrati sono dei delinquenti, dei corrotti e dei ladri: in quel caso tanto vale adottare la legge del taglione e armarsi di clava.

Ne vale la pena?

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Maledetti burocrati a “Otto e mezzo”

Qui il video della puntata di “Otto e mezzo” su La7 in cui sono stato ospite di Lilli Gruber per parlare di burocrazia e dirigenza pubblica, assieme a Francesco Giavazzi e Valerio Onida. Grazie davvero a Gruber e alla sua squadra per l’invito e per la discussione: quando si parla di Pubblica Amministrazione la parola d’ordine è una sola: spiegare. O almeno provarci.

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Il burocrate, Mazzarino d’Italia

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In un recente articolo sul Corriere della Sera Angelo Panebianco ha recensito il volume “I Signori del tempo perso”, di Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri, i quali indagano sulle cause delle inefficienze burocratiche in Italia e sui possibili rimedi. In attesa di leggere il libro, che si annuncia di sicuro interesse, rilevano le riflessioni di Panebianco sul quadro della macchina dello Stato. Egli è uomo di rara cultura ed esperienza, con una produzione accademica sterminata, e le sue osservazioni non vanno prese sottogamba. Tuttavia, a me pare che si muova, pur nella necessaria sintesi giornalistica, con assunti che molto sanno di dogmatico. Inutile negare le tante patologie della nostra burocrazia: a testimoniare i problemi seri che affliggono le nostre amministrazioni basterebbero i continui scandali dei furbetti del cartellino, sintomo di un profondo corto circuito burocratico. Non sono però d’accordo con Panebianco quando, ad esempio, dipinge una politica debole nelle mani della burocrazia che fa e disfa: è certamente vero che la politica, per note ragioni storico-politiche, attraversa oggi una crisi che pare inarrestabile, ma sembra un azzardo descriverla come inerme preda dei satrapi statali, moderni Mazzarino. Sembra invece evidente che molta politica – mai generalizzare – abbia a cuore quasi esclusivamente il proprio particulare utilizzando in maniera assai spregiudicata le amministrazioni pubbliche, lì trovando spesso, purtroppo, chi è più che disposto ad accompagnarsi amorevolmente con essa. Un altro aspetto che mi vede in disaccordo con l’analisi di Panebianco è quello circa il fallimento della riforma Madia sulla dirigenza pubblica, che si dice essere stata “fermata da un fuoco di sbarramento che ha coinvolto i potentissimi Capi di Gabinetto, i veri reggitori dello Stato, molto più importanti dei ministri”. Osservo, sul punto, che la riforma è stata bloccata dalla Corte Costituzionale per aspetti apparentemente formali ma di sostanza, dopo che il Consiglio di Stato, pur dando luce verde, aveva messo in fila un impressionante numero di critiche. E aggiungo che se è vero che la dirigenza si è mobilitata contro gli aspetti più critici della riforma, i capi di gabinetto non sono dirigenti pubblici, ma fiduciari dei ministri, da questi cercati e corteggiati, in gran parte provenienti dalle magistrature amministrative e, più recentemente, dalle tecnocrazie delle aule parlamentari. Aldilà di tali obiezioni, non posso non contestare l’assertività di affermazioni quali “il paese è finito in mano a una burocrazia al tempo stesso irriformabile e inefficiente” o che burocrati e giudici continuano, “impuniti, impunibili, inattaccabili, a mal amministrare come sempre hanno fatto”. Si tratta di assunti di fede che i tanti impiegati, funzionari e dirigenti pubblici che fanno il proprio dovere in condizioni spesso complicate hanno il dovere di rimandare al mittente. Ci ridurremmo, altrimenti, agli strali da bar dello sport, accanto ai professori universitari tutti baroni, agli imprenditori tutti corrotti e ai giornalisti tutti prezzolati. Serve una riforma? Sì, serve disperatamente, e molte parti della Madia erano certamente utili. E serve, come osserva l’Autore dell’articolo, ricordando quanto illustrato da Giavazzi e Barbieri, per combattere la corruzione, ridurre l’ipertrofia della regolazione burocratica e, in ultima analisi, rendere migliore la vita dei cittadini. Serve, allo stesso modo, una politica che, interpretando le esigenze degli Italiani, metta mano con giudizio nelle piaghe degli uffici pubblici Italiani, ricordando sempre che i pubblici dipendenti sono al servizio della Nazione, innanzitutto. Il Professor Panebianco sa bene che la burocrazia è necessaria, nello Stato come nelle organizzazioni private. Si tratta, naturalmente, di renderla un ausilio all’organizzazione e ai suoi utenti piuttosto che un ostacolo, e non c’è dubbio che fette di Stato percepiscano la loro esistenza come diritto che prevale sui servizi da erogare alla collettività. Sparare a palle incatenate contro la PA eccita, si sa. Ma serve a poco. E ha stancato, francamente. Lo Stato è roba di noi cittadini, in fondo. Non facciamo i Tafazzi.

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La ricerca della felicità

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Ricordate qualche mese fa gli sberleffi dei giornali alla notizia che Matteo Renzi avesse reclutato un guru danese per fare formazione ai suoi dirigenti nella Presidenza del Consiglio? Coro unanime di sbertucciamenti quando si venne a sapere che il tema della formazione era la felicità. Proprio così: la felicità. Ma come? Quei dinosauri paperoni che fanno un corso sulla felicità sulla pelle dei contribuenti? Che c’azzecca col lavorare per lo Stato? Eppure la felicità o, meglio, la ricerca della felicità, come hanno scritto i Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America, dovrebbe interessare anche quei burocrati che tanto stanno sulle scatole ai cittadini, i quali, a loro volta, attendono che gli effetti della riforma Madia rompano finalmente le uova nel paniere a fannulloni e mezzemaniche. Anche (e proprio) ora che i decreti attuativi della riforma sono a buon punto, ci si dimentica, però, che leggi e decreti danno solo un quadro di riferimento: saranno poi le persone – dirigenti in testa – a dare sostanza e gambe alle norme. E non basta, perché, allo stesso tempo, riforma dopo riforma, ci si continua a lamentare sempre di una ed una cosa sola: il sistema è troppo ossificato, non c’è speranza, si cambia tutto per non cambiar nulla.Il “sistema” è tale che la burocrazia – ce lo raccontano da Max Weber in poi – tende solo ad autoconservarsi, rifiutando il cambiamento e mirando alla coltivazione di piccoli e grandi privilegi. C’è molto di vero in questo, ma non sono così pessimista: scontiamo grandi, grandissimi problemi nelle nostre amministrazioni, ma possiamo anche contare su donne e uomini che nel loro lavoro credono e che hanno voluto porsi al servizio della comunità. Tuttavia, spesso ci si scontra con stanchezza, disaffezione, estraniamento che minano alle fondamenta gli ingranaggi della macchina pubblica. In realtà non c’è nulla di strano: nel puntare tutto sul formalismo, politica e burocrazia hanno messo in fondo al cassetto l’elemento umano.

Tutta la parte emozionale, di relazione, di motivazione, che muove ogni aspetto della nostra vita quotidiana, per la vita in grisaglia è stata accantonata per lasciar posto a un groviglio intricato di norme e regolamenti che sono aridi come il deserto. Negli uffici pubblici – così come, molto spesso, nelle grandi organizzazioni complesse del settore privato – ci si comporta come se le ore di lavoro siano qualcosa di estraneo e scollegato dalla vita di tutti i giorni, con un incomprensibile sdoppiamento fra burocrate e cittadino, nuovi Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Abbiamo dimenticato, in sostanza, che quella benedetta ricerca della felicità è parte integrante della vita di ciascuno e non c’è da meravigliarsi che Matteo Renzi ne abbia voluto fare materia di training per i suoi dirigenti. O la Costituzione prescrive burocrati infelici? E poi, cos’è la felicità? Tante cose, naturalmente, ma fondamentalmente è crescita, evoluzione, sfida, mettersi in gioco: l’esatto contrario della stagnazione, proprio il cancro che rode la burocrazia. D’altronde, se il sistema è resiliente ed è capace di digerire pressoché ogni cosa, l’unica cosa che può scalfire il Golem è l’iniziativa personale, quell’iniziativa che nelle burocrazie viene soffocata e, persino, scoraggiata. Occorre uscire dal clima di deresponsabilizzazione di cui il burocrate è vittima: non ci penserà qualcun altro a risolvere quel tal problema, dobbiamo ficcarcelo in testa. Per parafrasare un grande Presidente americano, non chiedere cosa può fare il tuo Ministero o il tuo Comune per te, ma cosa puoi fare tu, in prima persona, per la tua organizzazione. La rivoluzione nella P.A. si può e si deve fare, ma non saranno (solo) le leggi a farla: partirà dalla consapevolezza che ciascuno può fare la differenza, attraverso quei piccoli grandi cambiamenti quotidiani che inducono trasformazioni nelle prassi, nei comportamenti e nelle teste. Se tra una riforma e l’altra politici e burocrati faranno leva su quello che desidera davvero chi lavora nelle amministrazioni pubbliche e creeranno le condizioni perché ciascuno possa sentirsi parte di una squadra allora sarà il passo decisivo per il cambiamento. Finché saremo ancorati al tornellismo, resteremo alieni ad ogni vera metamorfosi e, di fatto, alienati. La felicità c’è anche in un Ministero: basta cercarla.

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Ma i burocrati sognano pecore elettriche?

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Dopo l’approvazione la scorsa estate della cosiddetta “legge Madia”, arrivano i decreti attuativi sulle diverse componenti della riforma. I dirigenti pubblici, in particolare, sono da mesi in trepidante attesa del decreto che cambierà sensibilmente la loro disciplina di riferimento. Aspetti positivi e negativi sulla questione dirigenza e sulla riforma in generale sono ormai noti, sebbene il dibattito sia sostanzialmente rimasto confinato fra gli addetti ai lavori e non sia quasi mai stato oggetto di un vero approfondimento nelle diverse agorà pubbliche: semplificando al massimo possiamo dire che da una parte si sostiene che la riforma modernizzerà la P.A. rendendola più efficiente e meno sclerotizzata, puntando in primis sul rinnovo dei dirigenti, mentre dall’altra si oppone il fatto che la riforma sia in realtà un mosaico di mini-correttivi poco incisivi e che la precarizzazione della dirigenza sia fattore di pericoloso squilibrio nei rapporti fra macchina pubblica e cittadini. C’è un aspetto, tuttavia, da sempre sotto il tappeto, di fatto dimenticato da parlamentari, operatori e stampa, che fa riferimento all’elemento cognitivo e comportamentale.

Spesso gli architetti delle riforme pongono grande attenzione – e correttamente, aggiungo – ai destinatari delle politiche, ovvero i cittadini, trascurando, però, che quelle riforme e quelle politiche non si attueranno magicamente per il solo fatto di averle annunciate o scritte su carta. Esse vanno implementate, fatte vivere e rese operative per produrre effetti. Lasciando da parte il tema scottante del drafting legislativo, ovvero di come vengono scritte le leggi, quel che raramente viene messo in conto è che la fase di messa in opera si regge sulle singole persone che compongono i vari pezzi della macchina pubblica: l’approccio riformistico, invece, si basa immancabilmente sull’assioma tutto razionale per cui se la legge dispone che quegli eventi dovranno realizzarsi, essi si realizzeranno. È il piccolo mondo antico dell’homo juridicucs, per cui la realtà è governata dalla norma ordinante e dalle sanzioni per il suo mancato adempimento. Il resto? Se la sbrighino i burocrati. I quali, naturalmente, ci mettono del loro ad ingarbugliare la matassa, ma che in moltissimi casi si trovano a dover dare applicazione a norme contorte e contraddittorie, sulle quali sono intervenute tante e diverse manine. Il punto, in altre parole, è che nell’immaginario della politica, dell’informazione e della pubblica opinione – ed anche in quello della stessa burocrazia, perché no? – impiegati, funzionari e dirigenti pubblici sono poco più che automi, per i quali sarà sufficiente premere il bottone perché si attivino e agiscano secondo i desiderata espressi ai piani alti.

Non funziona così, o almeno non sempre. E, sia chiaro, non funzionano automaticamente neppure i tanto decantati incentivi economici ai “meritevoli” se gettati in un deserto motivazionale e di perdita di senso dell’appartenenza all’organizzazione. Non casualmente, infatti, è ormai riconosciuto dalla comunità scientifica che il controllo fine a sé stesso non crea un clima comunitario e di condivisione ma, al contrario, disaffezione e disimpegno: se pensiamo alla gestione mediatica del caso dei “furbetti del cartellino”, che sciaguratamente ledono l’immagine e la reputazione di tanti che il loro dovere lo fanno, è facile capire che siamo anni luce dalla comprensione di come gestire certi fenomeni, che vanno impediti con strategie di prevenzione, non solo sanzionati. Un po’ come gli androidi Nexus 6 nel “Blade Runner” di Ridley Scott (“Do androids dream of electric sheep”, il titolo del romanzo di Philip K. Dick da cui venne tratto il film), anche i burocrati hanno emozioni, sentimenti, ambizioni, bisogni motivazionali, simpatie o antipatie, dai quali è non solo inutile, ma dannoso prescindere. Trattare un’organizzazione gigantesca, caotica, multipolare come la pubblica amministrazione come una enorme catena di montaggio di stampo fordista è semplicemente improduttivo, proprio perché la P.A. di riforme ha disperatamente bisogno: anche e soprattutto di riforme organizzative e di gestione delle dinamiche interne. Tuttavia, finché esse verranno scritte con un pregiudizio tutto ideologico, la macchina non potrà che correre col freno tirato. Non dimentichiamo che, a dispetto della vulgata corrente, le amministrazioni pubbliche macinano e macinano parecchio: che accadrebbe se chi ci lavora fosse finalmente considerato come persona e non come un mero replicante?

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Sono un burocrate. E me ne vanto

Ci risiamo. In occasione di una trasferta in terra veneta, Matteo Renzi, rivolto agli imprenditori del territorio, ha detto che “l’Italia riparte se tutti noi smettiamo di lamentarci”, anche se “molte cose vanno cambiate, in particolare nella burocrazia che è il nostro più grande avversario” e che “noi giorno per giorno faremo di tutto perché alle parole seguano i fatti, perché la burocrazia venga aggredita”.

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Insomma, sul banco degli accusati sale ancora una volta la burocrazia nel Paese popolato da Italiani brava gente: un male che occorre aggredire in qualità di nemico pubblico numero uno. Sono più che certo che le parole del Capo del Governo siano state accolte da entusiasmo da chi le ascoltava e sono sicuro che qualsiasi cittadino le approverebbe senza un secondo di esitazione: chi non ha mai perso tempo e pazienza nell’avere a che fare con questo o quell’ufficio pubblico? Eppure non si può non riaffermare come questo modo di fare e di comunicare, comune a tanta politica, sia, in ultima istanza, deleterio per il corretto funzionamento delle Istituzioni. Credo senza dubbio alcuno che il Presidente Renzi abbia inteso condannare la “cattiva” burocrazia, quella contro cui prima o poi ci scontriamo tutti, fatta di inefficienze, ritardi e sprechi. È quella che fa notizia, a differenza delle storie quotidiane di chi tira la carretta. Ciò nonostante, il continuo assalto alla burocrazia tout court, che addirittura occorre aggredire – in passato ci si era lanciati in una “lotta violenta” a cavallo delle ruspe – non fa che gettare benzina sull’insofferenza del cittadino comune verso le amministrazioni pubbliche, al contempo irritando le donne e gli uomini che, da burocrati, fanno il loro lavoro con serietà e senso dello Stato.

Io sono un burocrate. Me ne vanto: ho scelto di lavorare per lo Stato ed è una scelta che non rinnego ed anzi rivendico. Burocrazia non è una parolaccia, così come non lo è politica o azienda. Senza burocrazia, senza il complesso degli uffici pubblici ai vari livelli di governo, lo Stato semplicemente non esisterebbe, così come non avremmo una democrazia in assenza di partiti politici in competizione fra loro ed imprese in un libero mercato. Naturalmente anche i peggiori totalitarismi hanno avuto una burocrazia: anzi, l’hanno moltiplicata ed esasperata, per dare manforte all’attuazione del loro disegno di dominio di ogni aspetto delle vite dei loro cittadini. Tuttavia, la burocrazia, ovvero quel corpo di donne e uomini che sono deputati alla concreta messa in opera delle politiche e delle normative, è un tassello fondamentale del funzionamento dei tanti pezzi di cui si compone la struttura di uno Stato moderno. Aldilà, infatti, della tensione fra chi vorrebbe più o meno Stato, la macchina pubblica da tempo non si occupa più esclusivamente di difesa esterna e ordine interno, ma spazia, nelle sue plurime articolazioni amministrative, fra molteplici competenze, che negli anni si sono andate affastellando a seguito della crescente complessità delle nostre società. Ecco perché, quando si vuole intervenire contro la malamministrazione – sacrosanta ambizione – andrebbe sempre usata la necessaria prudenza istituzionale per mettere sotto la lente quel caso specifico, quel processo che non funziona, quel modello organizzativo che non si rivela vincente.

Se dovessi dar retta ai titoli ad effetto dei giornali, a leggere le recenti vicende legate alle tante – troppe – intercettazioni pubblicate, dovrei concludere che gli intrecci fra politica e interessi economici sono tanti e tali che la nostra democrazia soffre di un cancro incurabile. Commetterei, però, l’errore di confondere la patologia con la fisiologia, al suono della fanfara del “sono tutti uguali”. Ecco perché, nel caso specifico, il messaggio che la politica – trasversalmente – contribuisce a far sedimentare nella coscienza dei cittadini è che la burocrazia di per sé non serva e che sia elemento di danno per la vita pubblica di un Paese. Senza scomodare i dati che ci dicono che Germania, Francia e Regno Unito contano su truppe di burocrati più consistenti della nostra, e che hanno le caratteristiche di vere e proprie macchine da guerra, credo che vada fatta molta attenzione alle parole ed ai toni che si utilizzano. L’Italia è fatta di tanti pezzi, tutti di pari dignità e scopo, che vanno a comporre una particolare unità: la Repubblica. Proviamo a tenerlo sempre a mente.

Pubblicato su Formiche