Imbrocchiamola!

Recentemente il New York Times ha pubblicato un articolo sul problema che per Venezia rappresenta il numero elevatissimo di bottigliette d’acqua in plastica che fanno bella mostra di loro galleggiando in laguna a vantaggio di turisti e veneziani e del marchio Acqua Veritas lanciato dal Comune, ovvero pura acqua di rubinetto!
© NYT
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Gli italiani, infatti, sono campioni nell’acquisto dell’acqua in bottiglia, con una media di 150 litri a testa all’anno, una vera assurdità in termini di costi per il consumatore e di danni per l’ambiente, alla luce del fatto che in Italia esistono controlli scrupolosi che fanno sì di avere a disposizione quasi ovunque acqua potabile e a costi irrisori.

Non mancano, fortunatamente, le inziative per riscoprire l’acqua del rubinetto, come Imbrocchiamola, lanciata da Altreconomia, che vuole farci ricordare come sia più naturale ed economico non dimenticare uno dei diritti fondamentali di ogni cittadino, quello all’acqua potabile, magari premiando quei ristoranti che servono acqua corrente in caraffe!

Ancora sul global standard

In vista del G8 dei Capi di Stato e di Governo della città de L’Aquila, si continua a parlare del nuovo global legal standard in materia di economia e finanza che, nella nuova formulazione del Lecce Framework, dovrebbe contribuire a mutare il quadro delle regole finanziarie internazionali.

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Come riportato dalla stampa, il recente G8 della Finanza ha discusso – e delineato nelle Dichiarazioni Finali – di un “…set of common principles and standards regarding the conduct of international business and finance – which builds on existing initiatives and lays the foundation for a stable growth path over the long term”.

Vedremo esiti e conseguenze dello strumento, su cui ha scommesso molto il Ministro Tremonti e su cui è stata mossa anche qualche critica. Il processo, come rilevato anche dal Sole 24 Ore, non terminerà al vertice abruzzese, e sarà decisivo il cambio di marcia che i paesi più avanzati vorranno imporre assieme alle economie emergenti e ai cosiddetti paesi in via di sviluppo. Un pò di maquillage, insomma, non servirà a nessuno. [modificato il 6 luglio 2009]

Per un decalogo europeo contro l’omofobia

In un clima di non grande entusiasmo per le elezioni del nuovo Parlamento, mi sembra centrale l’iniziativa promossa da Ilga Europe, la federazione europea delle associazioni lgtb (persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender): sono state avanzate 10 richieste ai candidati parlamentari tese a continuare il cammino dei diritti delle comunità non etero.

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Il decalogo proposto chiede l’impegno dei futuri parlamentari europei, fra le altre cose, per una direttiva europea contro tutte le discriminazioni e per porre fine alla gerarchia dei diritti. Punto qualificante, ovviamente, è quello relativo all’aumento del riconoscimento reciproco fra gli stati dell’Ue delle unioni e matrimoni fra persone dello stesso sesso.

Alla luce delle polemiche che stanno accompagnando il corteo del Gay Pride romano di quest’anno e delle piccole e grandi discriminazioni che molti cittadini europei vivono quotidianamente (immigrati inclusi), mi sembra un’iniziativa da sostenere e da seguire nel suo sviluppo nel nuovo Parlamento.

Manager in salsa d’Ippocrate

L’Economist, in un suo recente articolo, ne ha parlato come giuramento d’Ippocrate per manager, mentre il Sole 24 Ore lo ha definito giuramento etico: comunque lo si voglia definire, fatto sta che lo scorso 3 giugno più di 400  diplomandi della Business School dell’Università di Harvard hanno prestato solenne giuramento, pur in una cerimonia non ufficiale, di servire il bene comune e di agire con la massima integrità.

© The Economist
© The Economist

Atto simbolico, passo importante, non necessario: le opinioni registrate sono diverse e, tutto sommato, non troppo entusiaste. A mio modo di vedere, i risvolti sono positivi, a patto di essere ben consci che impegni di questa natura, come i codici etici, hanno valore in quanto i comportamenti seguenti possano essere monitorati, valutati e, eventualmente, sanzionati dagli stakeholder di riferimento.

Certamente la crisi, che ha colpito più duramente che altrove gli Stati Uniti d’America, e le immagini di sfratti selvaggi da un lato e di manager con scatoloni dall’altro, ha scosso profondamente la pubblica opinione. La corsa al massimo profitto nel brevissimo periodo ha contribuito a generare bolle di cui hanno pagato le spese, soprattutto, le persone comuni. Provare a generare fiducia, sia pure con riserva, mi pare sia un passo nella giusta direzione.

Il non profit in Comune

Aumenta l’interdipendenza tra enti locali e organismi del Terzo Settore, come viene rilevato dal II Rapporto dell’AUSER su “Enti locali e Terzo Settore”, che fotografa la crescita del fenomeno dell’affidamento di servizi da parte dei Comuni al non profit, organizzazioni di volontariato in primo luogo.

volontariato

E’, tuttavia, una storia che si ripete: grande ruolo del Terzo Settore nei servizi sociali locali, ma molto spesso quale delegato-esecutore, senza tenere appieno in conto quanto previsto dalla legge 328 del 2000, che aveva introdotto la dimensione della co-progettazione sulla base della conoscenza dei bisogni dei territori da parte delle organizzazioni dell’associazionismo di solidarietà.

Come riporta un recente articolo de Il Sole 24 Ore, alla base ci sono molti nodi irrisolti, quali la carenza di formazione del volontariato e degli amministratori locali, o la frammentarietà del mondo del Terzo Settore. Aggiungerei, quali altri importanti tasselli, la mancata riforma della legge 266 del 1991 sulle associazioni di volontariato da parte di un Parlamento troppo distratto su questi temi e la mancata – o parziale – applicazione delle disposizioni della 328. Insomma, un mondo ancora troppo “terzo” e residuale.

Città (in)sostenibili

Ritornano, ciclicamente, le polemiche sulle città sporche, invivibili, pericolose. Le recenti notizie su Roma dovrebbero portare ad una riflessione a più livelli: da una parte, i perché e le cause di una difficile gestione dell’oggi, dall’altra cosa vogliamo prevedere per il futuro.

Metropolis

Sull’oggi, poco di nuovo, purtroppo. Roma è un ottimo esempio della incredibile delicatezza di un tessuto architettonico ed urbanistico unico lasciato a sé stesso, che si tenta di conservare con esperimenti tampone che non hanno impedito un degrado avvilente. La capitale – non sola ma in ottima compagnia in Italia – è diventata, peraltro, un grande autodromo/parcheggio a cielo aperto, particolarmente ostile e pericolosa per bambini ed anziani. I colpevoli? Sarò franco: i romani (basti leggere qui, fra le tante cose) al pari delle diverse amministrazioni.

Constatazioni del genere, però, inquadrano solo una piccola parte del problema più generale, ovvero come dovranno essere in futuro le nostre città. Cosa ci aspetta? Mi sembra evidente che i ritmi e le condizioni di vita nei grandi agglomerati urbani – sia nel nord che nel sud del mondo, con evidenti ma altrettanto gravi peculiarità – vadano cambiati. Sono meritevoli le azioni come la Campagna per le Città Sostenibili, che mira ad implementare quanto previsto nel capitolo 28 dell’Agenda 21: è, tuttavia, evidente che c’è un modello su cui intervenire. E prima che sia troppo tardi.

Eppur si muove!

Ogni volta che mi trovo in incontri e conferenze di livello sul tema della responsabilità sociale, mi rendo conto di come la materia sia assolutamente viva e vegeta nel dibattito europeo ed internazionale, mentre molto spesso viaggia sotto tono in Italia.

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E’ questo il caso della giornata di confronto appena conclusasi tra i rappresentanti dei Governi che prendono parte al 7° incontro del gruppo di lavoro ISO sul futuro standard ISO26000 in materia di responsabilità sociale delle organizzazioni: paesi europei, del continente americano, africani, organizzazioni internazionali  dicono la loro – piaccia o non piaccia – su cosa i governi dovrebbero fare e come in materia di sviluppo sostenibile, ambiente, responsabilità sociale.

Anche grazie alla spinta impressa dal modello ISO, stiamo passando dal c.d. moral case, in cui essere socialmente responsabili è giusto, al business case, per cui conviene. Il mondo, insomma, si muove comunque, ed in fretta e nella sessione canadese interverranno ben 435 esperti da 91 paesi e 42 organizzazioni. Spetta ad autorità pubbliche avvedute conservare un ruolo fondamentale nel processo alla luce dell’interesse pubblico che le guida e mantenere quella credibilità che le renda garanti dei complicati processi in essere.

Slogan europei

Ci avviciniamo all’appuntamento elettorale di giugno per il nuovo Parlamento europeo: è un momento solenne, un ulteriore passo avanti nella costruzione europea immaginata ormai il secolo scorso da Robert Schuman, Alcide De Gasperi, Altiero Spinelli, Jean Monnet. Eppure, vivo con un certo sgomento il proliferare dei soliti manifesti con i soliti slogan: facce sorridenti di personaggi (almeno a me) poco conosciuti sono contorniate da lanci del tipo “Per l’Europa”, “Più forti in Europa”, “Dall’Italia all’Europa”, “Per una nuova Europa”, “Europa” (sic) e così via. Mi sembra francamente ridicolo.

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Non si discute la necessità di fare propaganda elettorale, ma nutro un qualche dubbio – simpatie politiche a parte – sull’entusiasmo europeista di molti fra i candidati. Mi piacerebbe, invece, in qualità di cittadino italiano (ed europeo), poter godere di dibattiti sui temi comunitari che non si concentrino in un mese ogni cinque anni, e avere garantita una informazione corretta su quello che a Bruxelles e nelle istituzioni europee viene deciso.

Scriveva Ralf Dahrendorf in un suo libro che le tematiche europee sono noiose, piene di aspetti tecnici e di minuziosità. Tuttavia, le grandi questioni legate al clima, all’acqua, all’ambiente ed alla sostenibilità dei modelli di sviluppo si decidono nelle grandi sedi internazionali  e l’Ue ha molto da dire. Faremmo bene a tenerlo presente.

La nuova sobrietà

Mi ha molto colpito un recente articolo di Chiara Saraceno, sociologa, sui temi del nuovo consumo responsabile al tempo della crisi economica, che pone l’accento su uno stile di vita che sembra stia subendo modifiche significative.

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Lo spunto nasce da una copertina di Time, che parla della new frugality che le famiglie e gli individui si trovano a sperimentare oggi nella loro vita quotidiana: non si parla, infatti, semplicemente di riduzione del consumo, come nel caso della cosiddetta austerity degli anni ’70, ma del diffondersi di stili diversi, più responsabili e sostenibili, che nascono dalla crisi economica ma si giovano di un ripensamento più profondo dei comportamenti collettivi.

E’ indubbiamente ancora presto per capire se le vicende degli ultimi mesi porteranno a mutamenti duraturi e se ci sarà una vera e generale modifica dell’attuale modello di sviluppo. Probabilmente questa può essere l’occasione – anche alla luce delle tragiche condizioni di chi precipita al di sotto di condizioni di vita dignitose –  di saggiare quante e quali siano le tante spese (in termini monetari e di tempo) per  beni e servizi palesemente indotti di cui potremmo fare a meno dall’oggi al domani senza danni e, anzi, con qualche vantaggio.

Fossati digitali

La tariffe massime per le chiamate vocali, l’invio di messaggi SMS e l’accesso a internet effettuati in un altro paese UE (in roaming) tramite reti mobili saranno ridotte progressivamente dal luglio 2009 al 2011. E’ quanto prevede un regolamento adottato dal Parlamento europeo, che entra ancora una volta in un aspetto decisamente spinoso, quello dei costi delle comunicazioni oggi. 

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Un uso saggio della rete e delle tecnologie della comunicazione aiuta e facilita i processi di inclusione, ma l’accesso non è sempre facile. Non solo, infatti, una cospicua parte della popolazione mondiale è di fatto tagliata fuori dalle reti, ma accedervi non è affatto economico, e sono auspicabili maggiori inziative come quella della Provincia di Roma sull’utilizzo gratis della rete sul territorio.

Mi capita spesso di viaggiare e di portare con me il mio pc portatile, sperando di aggrapparmi a qualche rete senza fili per la connessione ad internet durante i tanti periodi morti di viaggio e soggiorno: ebbene, eccezion fatta per l’aeroporto di Monaco, sia a Roma, che a Bruxelles, che a Berlino, che altrove, ci si collega wireless soltanto a pagamento, ed in modo salato. Ma perché? Taccio sugli alberghi da convegno, dove le tariffe (via cavo e senza fili) sono letteralmente astronomiche. Ancora: perché?