Quanto è facile la strada della notorietà

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Se questo è un parlamentare

0261e8c6ae4c62e8b5cf13df1fa44478Inutile, in tutta franchezza, sorprendersi dell’ennesima bagarre scatenata da Vittorio Sgarbi, che solo poche settimane fa aveva addirittura richiesto l’arresto di Silvia Romano, finalmente rientrata in Itala dopo un lungo sequestro, per concorso esterno in associazione terroristica. Dopo le dichiarazioni alla Camera dei deputati contro “la criminalità di magistrati che fanno l’opposto del loro lavoro”, l’impietoso resoconto stenografico d’aula del 25 giugno scorso riporta in dettaglio come egli abbia dato in escandescenze, insultando ripetutamente l’on. Giusi Bartolozzi, che aveva preso la parola e difeso la categoria dei magistrati, e la Presidente di turno Mara Carfagna, la quale, dopo due richiami verbali, ha espulso Sgarbi il quale, rifiutandosi di allontanarsi, è stato portato via di peso da alcuni commessi. Il solito, eccessivo comportamento di un polemista dichiarato? “Qui di eccessivo c’è solo il fatto che l’esponente più importante della cultura italiana presente in Parlamento, un critico tradotto in tutto il mondo, sia stato portato via di peso da quattro commessi, impedendomi di votare. Pensi se l’avessero fatto con Croce o Montale”: questa la strabiliante risposta alle domande poste da Concetto Vecchio su Repubblica. Non solo. Alla condanna del Presidente della Camera Roberto Fico, Sgarbi ha replicato, riportano i quotidiani, negando le offese (“Alla Bartolozzi mi sono limitato a dire sei ridicola”) e denunciando una strumentalizzazione: “Le persone e i deputati non si dividono per sessi, e io non ho detto nulla di diverso da quello che avrei detto a un deputato maschio”. Ma non finisce qui: sono immediatamente scattati in piedi, a tempo di record, i difensori della schietta, virile franchezza che si oppone all’imperante pensiero unico che imbavaglia chi, senza ipocrisie o manie da molliccio politicamente corretto, dice le cose come stanno. Senza senso alcuno del ridicolo sostengono, costoro, che Sgarbi sia stato cacciato dall’aula per aver osato muovere accuse a quello che è ormai noto alle cronache come il “sistema Palamara”. Ed è ben curioso, perché la critica alla magistratura è un refrain del “marchio” Sgarbi che, per sette anni, dal 1992 al 1999, da deputato della Repubblica ha avuto modo di esternare liberamente dagli schermi televisivi, con una personale striscia quotidiana senza contraddittorio in onda su Canale 5, tornando più e più volte sul tema. A dispetto della levata di scudi, la lettura dello svolgimento della seduta mostra inequivocabilmente come Vittorio Sgarbi avesse tranquillamente concluso il suo intervento, applaudito da parte dell’emiciclo, e che solo dopo aver apostrofato con l’appellativo di “tr***” (sic!) l’on. Bartolozzi, intervenuta successivamente, si è arrivati all’espulsione dall’aula. Meglio, dunque, sgombrare il tavolo da pelosi (e penosi) equivoci: criticare la magistratura, pure coi toni poco condivisibili da sempre utilizzati dal Nostro, è attività che rientra appieno nelle prerogative proprie del mandato parlamentare, in base al quale, come recita la Costituzione, l’on Sgarbi rappresenta la Nazione, esercitando le sue funzioni senza vincolo di mandato. Sebbene, come ricorda Openpolis, con un sonoro 80% di assenze in Parlamento. Tutto legittimo, naturalmente: ogni parlamentare espleta i propri doveri come e meglio crede, avendo come unici giudici naturali il proprio partito o movimento, che deciderà se ricandidarlo, e i cittadini, che valuteranno se votarlo o meno. Vista l’assidua frequentazione degli scranni parlamentari e i ripetuti mandati presso enti locali, è di tutta evidenza che l’ondivago iperattivismo in politica e le reiterate, violente intemperanze di Sgarbi non costituiscono un problema. Anzi. Eppure, dopo questo ennesimo episodio che, assieme all’indecente sessismo, svilisce un Parlamento di fibra già cagionevole, non può tacersi un’urticante verità: questo arrabbiato personaggio, aduso alla violenza verbale e alla villania esercitati comunque e ovunque, non è mai stato solo nella sua compulsiva crociata. Esempio vivente della fondatezza dell’espressione latina nomen omen (nel nome il destino), Sgarbi è stato cresciuto con amore negli anni da chi, nella televisione e nei partiti politici, ha riso alle sue intemperanze, coccolato le sue deliranti invettive, spianato la strada per lui in Parlamento, che pure, da consumato presenzialista, ha potuto frequentare assai poco. È stato affettuosamente allevato e costantemente ricercato da quell’informazione radiotelevisiva che si è tappata le orecchie pur di raggranellare qualche punto in più di audience e ammassare denari per la pubblicità, gettando alle ortiche non solo dignità e deontologia professionale ma il rispetto per gli spettatori. Ed è stato portato in palmo di mano da quella politica che, incurante di tutto, ha sempre confidato, leccandosi i baffi, nella popolarità dello Sgarbi televisivo per raccogliere voti, derubricando i continui eccessi del proprio eletto come mere eccentricità, tuttavia sempre utili per i propri obiettivi. Inutile sorprendersi, si diceva all’inizio. Indignarsi sì, però. Si deve. Non tanto e non solo di Sgarbi, oculato curatore della sua immagine e oggi, ormai, prigioniero di sé stesso e costretto a interpretare all’infinito la propria parte. Ci si deve indignare per l’assuefazione alla parola ostile, per il disprezzo verso la donna, per lo scandaloso interesse dei media, per lo spietato cinismo di tanta politica. E per chiunque abbia, nel tempo, applaudito alle innumerevoli esibizioni da consumato attore e sghignazzato ai suoi odiosi, urlati insulti. Lo avete cresciuto voi. E ve lo meritate, Vittorio Sgarbi! Non il Parlamento. Non il Paese. Non chi crede nella disintossicazione di un discorso pubblico avvelenato. Non noi.

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Un errore, normale

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Tiene banco da giorni, su tutti i mezzi di comunicazione, la notizia del drammatico incidente che ha coinvolto Alex Zanardi, ancora in condizioni serissime presso il reparto di emergenza dell’Ospedale Santa Maria delle Scotte di Siena. Dalle prime risultanze sembra che quanto accaduto sia riconducibile ad una tragica fatalità, come le tante che, purtroppo, accadono sulle nostre strade. Immediata la solidarietà all’uomo e al campione, spesso, tuttavia, non tenendo in debito conto l’opportunità di non sventolarla sui social media e dimenticandosi di professare, invece, un silenzio rispettoso del dolore della famiglia e degli amici. Funziona così, si sa. Non è mancata, allo stesso tempo, la fastidiosa presenza dei soliti, sparuti odiatori, che rimproverano a Zanardi di non aver accettato la sua disabilità: come ricordava Umberto Eco, la loro effimera popolarità esonda, per pochi minuti, dal baretto dello sport in cui sarebbero normalmente limitate le loro vili esternazioni. Nel solito, insopportabile circo mediatico risuonano, insomma, i due opposti conformismi che presiedono il mondo dell’immaginario di riferimento circa le persone con disabilità. Quello che potrebbe essere definito come l’omaggio al “super-disabile”, la persona che, tipicamente nello sport, ha dimostrato che la disabilità non è necessariamente un limite e che la forza di volontà e la grinta sono elementi fondamentali per affermarsi, indipendentemente dalle condizioni personali. Nulla da eccepire naturalmente. Anche se una prospettiva del genere rischia di deformare il campo visivo di riferimento, spettacolarizzando il tema della disabilità e portando, magari, a chiedersi come mai, al netto dell’attenzione mediatica, le condizioni quotidiane di tante donne e uomini con disabilità risultino, ancor oggi, del tutto insoddisfacenti in termini di inclusione e partecipazione alla vita delle comunità di riferimento. Sia chiaro: persone come Alex Zanardi, aldilà della personale ammirazione, hanno enormemente contribuito alla lotta allo stigma avverso le persone con disabilità. Quel che stona, talvolta, è il velo di ipocrisia che ammanta il discorso pubblico, tutto rivolto all’eccezionalità da vendere e poco incline ad essere infastidito dalla quotidiana, noiosa normalità di chi lotta faticosamente contro una asfissiante cappa di discriminazione. All’altro capo del filo ci sono, immancabili, gli hater: forse, più semplicemente, coloro per i quali l’orologio della storia si è fermato. Sono coloro che, poveri di animo e di visione, concepiscono il mondo a compartimenti stagni, diviso in razze, sesso o condizioni personali, per i quali le persone con disabilità devono accontentarsi di sovvenzioni e paternalistico pietismo, senza disturbare i manovratori. I normali. Manca, insomma, fra i due estremi, quella banale considerazione della assoluta normalità. La stessa che ha efficacemente tratteggiato Mauro Biani nella sua vignetta su ‘La Repubblica’ del 20 giugno: “un errore, normale”. L’ordinarietà della tragedia, al pari dell’ordinarietà della quotidianità. Il caso ha voluto che sulla statale 146 tra Pienza e San Quirico d’Orcia si incrociassero le vite di due esseri umani: non per l’eccessiva velocità o per un maledetto telefonino ma per le insondabili vicende dell’esistenza. Occorrerebbe allora riportare questa storia, come le tante storie di strada che troppo spesso fanno purtroppo capolino sui giornali, al silenzio. All’attesa composta e alla speranza che per Alex Zanardi non sia stata l’ultima corsa. Per la persona che ha saputo mordere la vita e per la sua famiglia. E appuntandoci che l’esempio dei campioni serve, innanzi tutto, a svegliare le coscienze della società per far sì che tutti i suoi membri, disabilità o meno, vedano garantiti appieno i loro diritti di cittadinanza al pari di tutti gli altri. Nella scuola, nella sanità, nel lavoro, nella politica, nel tempo libero. Per non voltare pagina, un secondo dopo, come nel peggiore dei Truman Show. Forza Alex!

La formula magica della semplificazione della burocrazia

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Il fiume carsico è riemerso e scorre nuovamente in superficie, ruggendo. Occorre ripartire, ricominciare a correre, spalare con lena carbone nella fornace della locomotiva Italia. E bisogna fare presto. Ecco, dunque, la formula magica, la chiave che aprirà ogni porta, l’invincibile Durlindana con cui vincere la battaglia delle battaglie: semplificare la burocrazia. La devastante crisi da Covid-19, che ha causato più di 30.000 morti nel nostro Paese e che minaccia di schiantare un intero ciclo economico, colpendo duramente le fasce sociali più fragili e già in difficoltà, ha reso evidente quanto una burocrazia efficiente e una struttura amministrativa solida siano una parte fondamentale e indefettibile di una società complessa e di uno Stato democratico. Curioso, tuttavia. Dileggiare e disprezzare burocrati e tecnostrutture è da decenni lo sport nazionale, il familiare leitmotiv che vuole lavoratrici e lavoratori del settore pubblico candidati un giorno sì e l’altro pure alla decapitazione in pubblica piazza. E, invece, in uno dei momenti più bui della storia recente anche i peggiori nemici di tutto ciò che è pubblico guardano con speranza ed apprensione all’odiato Moloch, al perfido Leviatano che volentieri abbatterebbero con torce e forconi manco fossero sul set di Frankenstein ma che, ora e adesso, deve darsi da fare. La burocrazia torna di moda. Serve. Eppure tanta politica e tanta informazione hanno sempre usato condire le loro pietanze col prezzemolino della burocrazia inutile e dannosa, dei troppi dipendenti pubblici e dell’opportunità di tagliare gli insostenibili costi della macchina dello Stato, celebrando, come un mantra, le virtù dell’azienda privata, le cui regole dovrebbero informare l’azione amministrativa pubblica. Fino alla messa all’indice dei poliziotti panzoni, dei furbetti del cartellino come idealtipo del dipendente pubblico, dei Fantozzi ai quali “io pago lo stipendio”, alimentando una vera e propria campagna d’odio che, a seconda del vento che tira, prende nuovo vigore e minaccia di distruggere la baracca. Ed è sinceramente spassoso, dato che nessuno sano di mente, dannati burocrati inclusi, si sognerebbe mai di obiettare alcunché rispetto all’esigenza che la macchina debba funzionare meglio. Le amministrazioni pubbliche Italiane, che contano ormai poco più di 3 milioni di lavoratori a tutti i livelli di governo (con una forza lavoro in calo rispetto ai grandi Paesi europei paragonabili all’Italia), hanno tanti problemi, tutti simili ma tutti diversi. Parafrasando Tolstoj, si potrebbe azzardare a sostenere che se tutte le amministrazioni che funzionano si somigliano, ogni amministrazione che zoppica è disgraziata a modo suo. Con l’aggravante che la situazione Italiana è tipicamente strutturata a macchia di leopardo, un susseguirsi di arcipelaghi e di coste frastagliate che, a mo’ di frattale, ha una varietà quasi infinita. Naturalmente a volte questa diversità risponde a esigenze concrete, intercettate ed emerse nell’agenda del Governo o del Parlamento; altre a necessità di bottega, per creare posizioni volute da pezzi della politica, che organizzano propri spazi di potere maneggiando come creta le strutture pubbliche.

Semplifichiamo, dunque. Abbattiamo, grazie al sacro colpo della Divina Scuola di Hokuto, coloro che Gian Antonio Stella ha graziosamente chiamato i “buromostri”. Per taluni la burocrazia è, infatti, un’inutile complicazione che gli occhiuti mezzemaniche alimentano incessantemente, bisbigliando negli oscuri angoli di archivi polverosi e utilizzando un linguaggio da iniziati conosciuto solo a coloro i quali hanno pronunciato il millenario Giuramento del Calamaio. Nella burocrazia essi prosperano, sadici complottatori che impiegano le noiose ore passate in ufficio ad escogitare nuovi e mefistofelici trucchi per angariare il cittadino inerme. Mai dimenticare, naturalmente, che l’occupazione primaria dei buromostri è quella di tiranneggiare il politico di turno, anima immacolata alla mercé di questi Signori del tempo perso, come con poetica ispirazione li hanno definiti qualche anno fa Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri. Si faccia, finalmente, piazza pulita: tagliamo, accorciamo, ricuciamo la trama della burocrazia che, testarda, non vuole firmare. Anche il recente Piano Colao ha individuato, per una “PA alleata di cittadini e imprese”, alcune linee di intervento per un investimento sull’amministrazione, sia in termini di capotale umano, sia come spinta alla digitalizzazione, rilevando che è necessaria una semplificazione delle procedure aggravate dalla burocrazia difensiva che, terrorizzata dal coacervo di responsabilità che gravano sul suo operato, non firma. Dovrebbe, tuttavia, rilevarsi, sul punto, che se è di manifesta evidenza che la congerie di responsabilità diverse sul capo del travèt sia oggettivamente gravosa, questi non soffre di attacchi di panico ma si limita al mero rispetto delle norme che, finché in vigore, vanno rispettate, conscio del fatto che la sua scrivania non sia un tavolo da poker. Poco importa: come ha rilevato Giovanni Valotti, siamo pronti a ingranare la quarta, dato che non manca nulla: la politica è unanimemente concorde, gli Stati Generali convengono e le opinioni pubbliche appoggiano la riforma delle riforme. Nessuno, però, che si muova a constatare che una struttura pubblica tra le più vecchie e demotivata, denigrata e tollerata con supponenza, che per anni ha vissuto, grazie al blocco del turn over, una costante emorragia di teste e competenze, abbia miracolosamente tirato avanti la carretta. Una PA in cui l’accesso per concorso, costituzionalmente garantito, è costantemente incalzato da sanatorie, promozioni sul campo con leggine ad hoc e disinvolti piazzamenti di amici e sodali. Lo stipendio lo portano a casa, in fondo, quegli ingrati garantiti: non si osi levare un lamento. D’altronde il “miracolo” del Ponte di Genova è, a furor di popolo, la plastica dimostrazione che, togliendo di mezzo le pastoie burocratiche, tutto è possibile: al pari del sangue di San Gennaro, ogni ostacolo si scioglierà come neve al sole e quei “Signor No” saranno costretti a smettere, una buona volta, di remare contro e a volgersi finalmente verso il sol dell’Avvenire che, come nella scena finale di Palombella Rossa, si staglia all’orizzonte.

Se questo è il quadro, e se tutti convengono che denari, aiuti e servizi a cittadini, famiglie e imprese devono arrivare nel più breve tempo possibile per evitare una pericolosa deriva nazionale, sia consentita una banale osservazione a margine. Semplificare hic et nunc? Benissimo: Governo e Parlamento hanno il più ampio potere, all’interno dei paletti posti dalla Costituzione, per intervenire sul funzionamento della burocrazia. Qualcuno potrà subire uno shock nel venirne a conoscenza, ma le leggi non le scrivono le burocrazie. Quando l’iniziativa è del Governo (la consuetudine, ormai) ci mettono naturalmente le mani gli uffici di diretta collaborazione dei ministri, come chiarisce con cinica maestria l’anonimo e altezzoso capo di gabinetto de “Io sono il Potere” (Feltrinelli), un agile libretto per la cui lettura si raccomanda un Alka-Seltzer. Alla burocrazia, invece, tocca applicarle quelle leggi, esibendosi in quotidiani slalom esegetici per arrivare all’implementazione di norme spesso oscure. Insomma: è piena facoltà del Legislatore plasmare come meglio crede l’amministrazione e le regole che ne disciplinano il funzionamento e qualunque burocrate attende con viva e vibrante speranza di vedere semplificato il quadro di dettami che informa la propria azione quotidiana. Sperano anche, costoro, che altrettanta attenzione venga dedicata a costruire insieme una moderna idea di lavoro pubblico, magari facendo tesoro della preziosa lezione dello smart working d’emergenza di questi mesi, deflagrato nelle amministrazioni pubbliche ma non certo una novità per il settore privato più avanzato. Sperano, i burocrati, che nella testa del Paese si comprenda che un’azione amministrativa attenta è garanzia per tutti, argine alla filosofia dell’aiutino, parte integrante del DNA della Penisola, e che si capisca che l’immagine da catena di montaggio fordista marchiata a fuoco nell’immaginario collettivo è una panzana buona per titoloni e scandali giornalistici, ma terribilmente datata. Ricordando, nell’affrontare un tema serio come quello di rendere sempre più efficace l’azione della macchina pubblica, patrimonio comune di tutti i cittadini, che i lavoratori non sono dei robot, esclusivamente utili ad eseguire comandi e a dar seguito, senza batter ciglio, ai voleri della politica. Qualunque essi siano. Chiunque sia al Governo. Sim sala bim!

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La Sardegna non è Disney World

in un video su facebook il sindaco di milano giuseppe beppe sala

La querelle che si sta sviluppando sul cosiddetto patentino sanitario ha davvero un che di grottesco. Come noto, il Presidente della Sardegna Solinas ha sostenuto di voler attuare misure che assicurino un flusso turistico nel periodo estivo in modo da prevenire possibili recrudescenze del Covid-19. C’è in gioco, come è facilmente intuibile, una fetta importante delle entrate sarde, per le quali il turismo rappresenta, in estate, una voce fondamentale. Allo stesso tempo, è sul piatto la tutela della salute, soprattutto in una regione che, fortunatamente, non ha vissuto le tragiche morti di altre zone d’Italia, Lombardia in testa. Difficile capire come possano tenersi insieme al meglio queste due esigenze, ed appare arduo valutare se l’idea del Presidente sardo sia la migliore da prendere in considerazione. Auspicabilmente, Governo e autorità territoriali addiverranno ad una composizione soddisfacente. È, tuttavia, innegabile che siano state del tutto fuori luogo le conseguenti esternazioni di chi ha ingaggiato battaglia avverso tale decisione, finendo, come il Sindaco di Milano Sala, a pronunciare parole che possono prestarsi a pesantissimi equivoci. “Alcuni presidenti di Regione dicono che per i milanesi ci vuole una patente d’immunità? Io però, e parlo da cittadino più che da primo cittadino, quando poi deciderò dove andare per un weekend o per una vacanza, me ne ricorderò”, ha dichiarato Sala. Il Sindaco di Milano ha anche aggiunto: “Non penso che la Sardegna possa vivere solo di turismo autoctono. Sono i milanesi che, almeno in parte, l’hanno inventata come meta turistica. Non dico che i sardi debbano esserci riconoscenti, ma trattarci da untori, no”. Lasciando da parte l’immancabile cagnara che si è sviluppata sui social network, colpisce che anche un amministratore misurato come Sala possa lasciarsi andare a considerazioni che suonano come un inaccettabile dichiarazione di guerra delle ripicche: se è ben poco opportuno parlare “da cittadino” quando si ricoprono cariche pubbliche così rilevanti, che dovrebbero consigliare la massima prudenza nei comportamenti come nelle affermazioni, appare francamente poco edificante minacciare di passare le ferie altrove. Ognuno è naturalmente libero di investire i propri denari ed il proprio tempo libero come e dove meglio crede, ma se a pronunciare certe parole è il Sindaco di Milano, è ragionevole immaginare che una qualche ripercussione possa subirla l’economia sarda e, in ultima analisi, le famiglie sarde. In secondo luogo, appare lunare la neanche troppo velata denuncia di “razzismo sanitario” verso i cittadini lombardi o chi per loro, mentre si cerca, del tutto comprensibilmente, di coniugare sicurezza e turismo. Quel che, tuttavia, è davvero pericoloso è dare adito – involontariamente, diamolo pacificamente per acquisito – a venature di una qualche forma di superiorità – morale? economica? – verso la popolazione sarda, quasi che si debba con riconoscenza accogliere il turista con bicchierini di mirto e suonando launeddas. Il turista è un gradito ospite, che porta ricchezza e, in cambio, usufruisce di bellezze paesaggistiche e ricchezze enogastronomiche uniche al mondo. Sono probabilmente difficili da reperire prove, a favore o contrarie, dell’invenzione meneghina del turismo sardo, ma quel che è urticante è il retropensiero di molti che pervicacemente continua ad identificare la Sardegna come la terra delle spiagge, una regione da mordere ad agosto per poi fuggire nel tran tran quotidiano. Magari, per chi può, vedendola da lontano su un cabinato che pigramente si porta lungo la costa (beati costoro). Si perpetua, in altre parole, nei messaggi pubblicitari e in tanta – o poca? – politica del turismo, l’immagine di una regione a mezzo servizio, modello Disney World o movida estiva, in cui quel che spesso manca è vivere appieno il territorio. L’economia di una regione è affare complesso, e quella della regione Sardegna, per molti motivi, ha non pochi nodi da sciogliere. In questo quadro, il turismo gioca un ruolo fondamentale e, a dirla tutta, molto potrebbe essere migliorato in termini di servizi ricettivi e di accoglienza, tenendo in debito conto l’amara lezione dello sfacelo ambientale che, in anni non troppo lontani, ha subito parte del territorio, specialmente nel nord dell’isola. Insomma, quel che non appare nei radar è il rispetto dovuto alla cultura sarda, che non si risolve solo nelle acque cristalline o nel porceddu arrosto. La Sardegna ospita con affetto, come ha sempre fatto e continuerà a fare, e riceve in cambio amore che dura negli anni, ma i sardi, che hanno lavorato ovunque duramente nei momenti più difficili della nostra storia, non tollerano, né tollereranno, di essere considerati i camerieri o i raccattapalle d’Italia. L’Italia è una: patti chiari, amicizia lunga.

La dignità messa da parte: la disabilità ad un concerto stona

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La storia è una di quelle che raccontano molto dello stato in cui questo Paese tuttora versa quando si tratta di assicurare, concretamente ed efficacemente, il pieno godimento dei diritti di cittadinanza alle persone con disabilità. Valentina Tomirotti è una giornalista e blogger mantovana, fan di Coez, un cantante rapper che, ahimè, causa incanutimento, non conoscevo (fortunatamente Wikipedia soccorre anche noi barbogi ignoranti delle mode musicali). Valentina è, inoltre, una persona con disabilità, che si muove su una sedia a rotelle. Lo scorso 26 settembre, dopo aver sborsato 34,50 euro di biglietto, va all’Arena di Verona per assistere al concerto di Coez e, come riporta Clarissa Valia su TPI, si reca al suo posto nel parterre dell’Arena, fila 26. Unico neo: invece di godersi lo spettacolo, dall’altro del suo metro scarso di altezza Valentina ha solo potuto deliziarsi della vista dei fondoschiena degli altri spettatori che, come normalmente accade nei concerti, si sono alzati in piedi per seguire l’esibizione del loro beniamino. Valentina non ci sta e cita in giudizio Arena srl, Fondazione Arena e l’organizzatore dell’evento Vivo Concerti per il danno subito: lo scorso 19 maggio il Tribunale civile di Mantova rigetta l’istanza e la condanna ad un risarcimento per circa 5.000 euro. Il danno oltre la beffa. Ecco, questa incredibile vicenda ci dice tante cose su cui val la pena soffermarsi. Ci dice, in primo luogo, che se una persona con disabilità vuole andare al cinema, a teatro, o a un concerto, deve mettere in conto che quelle sale o arene sono state quasi sempre costruite senza pensare alle esigenze di chi necessita di un accomodamento, un supporto, per far quello che è comunemente garantito agli altri. Quante volte una persona con disabilità motoria in un cinema deve stare da un lato, in corridoio, perché non sono previsti spazi ad hoc? Racconta Valentina che in occasione del concerto, dopo le sue rimostranze, le era stato offerto di spostarla in un corridoio laterale: da un lato, appunto. Messa da una parte, a mo’ di sacco di patate, come l’ospite sgradito della serata. Questa storia ci dice, allora, che quel che è in gioco è non solo e non tanto il diritto di godersi un concerto in santa pace come tutti gli altri spettatori paganti, ma il diritto delle persone con disabilità alla piena ed effettiva partecipazione e inclusione nella società, come recita all’art. 1 la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006, ratificata e resa esecutiva dall’Italia nel 2009. Sanità, scuola, occupazione, vita sociale e politica rappresentano quella serie di domini che costituiscono l’insieme di cui è fatta la normale vita quotidiana di tutti i cittadini, ai quali va garantito di accedervi liberamente. Ove ciò non sia pienamente possibile in maniera autonoma, a causa di una qualche forma di disabilità, occorre fornire quell’accomodamento (la Convenzione parla di “accomodamento ragionevole”) per garantire tale accesso. Lo spiega, peraltro, mirabilmente la nostra Costituzione che, all’art. 3, statuisce che tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione alcuna (eguaglianza formale), e che, soprattutto, è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (eguaglianza sostanziale). Perché allora, per restare al caso degli spettacoli, non prevedere, sempre e ovunque, spazi adatti ad accogliere, senza paternalistiche concessioni o, peggio, odiose segregazioni, le persone con disabilità? È un accomodamento irragionevole? Ma non finisce qui: l’odissea di Valentina pone un ulteriore tema. Il giudice, in merito al danno esistenziale lamentato, spiega che la ricorrente, anche ove impedita nella visione del concerto, avrebbe potuto senz’altro sentirlo: l’eventuale danno, dunque, andrebbe ridotto della metà. E, in ogni caso, evidenzia il giudice, la presenza di maxischermi – “giganti”, si specifica – su cui veniva proiettato il concerto ha reso priva di fondamento anche tale doglianza. Con tutto il rispetto che si deve ad una sentenza di Tribunale, tali considerazioni appaiono sbagliate. Sono sbagliate perché, in primo luogo, non prendono minimamente in considerazione quanto previsto all’art. 1 della legge n. 104 del 1992, che impone di garantire “il pieno rispetto della dignità umana e i diritti di libertà e di autonomia della persona handicappata – un termine che il Legislatore non ha ancora sentito il bisogno di cambiare – e ne promuove la piena integrazione nella famiglia, nella scuola, nel lavoro e nella società”. Dov’è la piena integrazione per Valentina, il cui diritto è stato compresso dal comportamento altrui? La cosa più grave, tuttavia, è che la sentenza trascura del tutto lo spirito ed il dettato della Convenzione ONU del 2006. Non si tiene conto, ad esempio, che è necessario “adottare tutte le misure adeguate ad eliminare la discriminazione sulla base della disabilità da parte di qualsiasi persona, organizzazione o impresa privata” (art. 4) e che si deve “vietare ogni forma di discriminazione fondata sulla disabilità e garantire alle persone con disabilità uguale ed effettiva protezione giuridica contro ogni discriminazione qualunque ne sia il fondamento” (art. 5). Non si mette sul piatto, ancora, che “al fine di consentire alle persone con disabilità di vivere in maniera indipendente e di partecipare pienamente a tutti gli aspetti della vita”, devono essere adottate “misure adeguate a garantire alle persone con disabilità, su base di uguaglianza con gli altri, l’accesso all’ambiente fisico” (art. 9) e, come nel caso di specie, “a luoghi di attività culturali, come teatri, musei, cinema, biblioteche e servizi turistici” (art. 30). Ma quel che non trova evidenza nella sentenza è il fatto che tutti questi diritti, i medesimi diritti di cui godono tutti i cittadini della Repubblica, devono essere goduti dalle persone con disabilità su base di uguaglianza con gli altri, anche attraverso quel supporto o accomodamento che renda efficace e sostanziale tale uguaglianza sulla carta. Non è sufficiente, in altre parole, sostenere che Valentina potesse accedere all’Arena di Verona e vedere il concerto su uno schermo: Valentina, per ovvi motivi, non aveva la possibilità, a differenza degli altri spettatori, di alzarsi in piedi e, conseguentemente, andava tutelato il suo diritto a vedere lo spettacolo dal vivo seduta sulla sua carrozzina, senza la necessità di addivenire a azzardate valutazioni circa le possibili alternative che non rappresentavano una preoccupazione per gli altri partecipanti all’evento: se Valentina non poteva alzarsi in piedi per godere della visione, tale lesione del suo diritto, caratterizzato dalla sua disabilità, meritava un ristoro alla luce della mancata revisione, da parte dell’Arena di Verona, di adeguate alternative atte metterla in grado di poter godere, al pari degli altri, dell’insieme dello spettacolo. Non garantire tale diritto e non riconoscerlo in sede giudiziale comporta, evidentemente, una discriminazione del suo status di cittadina ed un vulnus per la sua dignità ed autonomia individuale: il palese disinteresse della necessità di garantire piena eguaglianza delle condizioni a tutti si è rivelato, una volta ancora, nella manifestazione dello stigma verso chi è portatore di una diversità. Alla fine della fiera, quel che traspare è che fatica a far breccia, anche in un Paese estremamente avanzato in materia di tutela e promozione dei diritti delle persone con disabilità come l’Italia, la consapevolezza che la disabilità è tale in relazione all’ambiente e alle barriere, di natura fisica e sociale, che lo caratterizzano e che possono ostacolare la piena ed effettiva partecipazione nella società delle persone con disabilità su base di uguaglianza con gli altri. A dimostrazione che lavorare per l’eguaglianza sostanziale ai fini della tutela dei diritti di una delle più corpose minoranze del nostro Paese richiede attenzione quotidiana e impegno. Perché quei diritti sono i diritti di tutti, in piedi a saltellare o seduti su una carrozzina.

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Movida? No, grazie: la mattina lavoro

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È il tema del momento: “Non è ancora questo il tempo dei party, delle movide e degli assembramenti vari”, ha detto il Presidente del Consiglio in Parlamento, aggiungendo che “occorre fare attenzione perché esporre sé stessi al contagio significa esporre al contagio anche i propri cari”, chiedendo uno sforzo soprattutto ai giovani che, più di altri, possono aver sofferto il confinamento degli ultimi due mesi. È un comprensibile messaggio di prudenza: tutti i fenomeni di aggregazione, magari senza porre la giusta attenzione all’utilizzo di dispositivi di protezione individuali, potrebbero in questa fase risultare pericolosissimi, proprio nel momento di un rassicurante recupero dal maledetto contagio. È, in fondo, la stessa banale motivazione in base alla quale, almeno per il momento, gli uffici pubblici continuano ad operare, ordinariamente, in modalità di lavoro agile, o smart working. Apriti cielo! In nome della lotta ai bacchettoni e sull’onda dell’indignazione avverso chi intende comprimere il diritto al ritorno alla socialità e al divertimento, è scattata, quasi unanime, la condanna degli opinionisti e del famoso “popolo della rete”. La questione è, in realtà, di una disarmante semplicità. La cautela è doverosa: se giovani (o meno giovani, perché no?) vogliono vedersi per un aperitivo, una cena, o una passeggiata in centro, è sufficiente attrezzarsi di buon senso, evitando di adottare comportamenti che, almeno fin quando le autorità lo diranno, possano favorire la recrudescenza del Covid-19. Starà alle forze dell’ordine e agli stessi esercenti di bar e locali e richiamare tutti al rispetto di queste poche, elementari norme. C’è, tuttavia, un altro aspetto su cui val la pena riflettere, nella speranza che la crisi sanitaria da cui sembra si stia uscendo lasci almeno in eredità una qualche lezione. Quel che comunemente viene definita movida – un termine che ha un significato storicamente importante – è stato rozzamente declinato, nei comportamenti di tanti, nel fare quel che si vuole, dove si vuole, quando si vuole, impippandosene delle esigenze dei loro concittadini. Sono ormai anni che è invalsa l’abitudine, soprattutto nelle città, di concepire il divertimento serale come rumore fine a sé stesso. Non tutti gli “aperitivisti” e i tiratardi si applicano a far casino, naturalmente. Ma, complice il lassismo di molti ristoratori, che per un tavolino all’aperto in più chiudono volentieri un occhio, il legittimo relax di tanti è diventato l’incubo di molti. Di quelli che, per loro sfortuna, devono alzarsi la mattina presto, anche nel fine settimana, per lavorare. E che aspirano – che gente strana, certuni – a poter passare una tranquilla serata in casa e a metter su 7 o 8 ore di sonno. Ebbene, questa elementare regola di civile convivenza è bellamente ignorata dai mattatori della notte. Non si tratta di fare le barricate fra gli Ebenezer Scrooge della penisola e chi vuole ritornare quanto prima alla vida loca. Il punto è che estate o inverno, centro o periferia, non c’è scampo: la norma è lo sballo, il casino, l’alcol, il chiasso. In fondo, non si tratta di null’altro che della trasposizione, in salsa divertimentificio, dell’imperante menefreghismo di coloro i quali – non tutti, ma tanti – campano secondo il dogma del chissenefrega, del tutto incuranti dei basilari doveri derivanti dall’appartenenza ad una comunità. È la ghenga della doppia fila, dell’evasione fiscale, del tifo sguaiato, dei teli in spiaggia ad occupare posti e delle file saltate. Sono quelli che non concepiscono – perché non lo comprendono, nessuno glielo ha mai spiegato – che ci sono cose che semplicemente non si fanno. In molti sostengono che l’esperienza del virus ci renderà tutti migliori. Con un po’ di fiducia, ne consegue, allora, un amichevole consiglio: le sere che verranno, di grazia, non ci rompete le palle.

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Quer pasticciaccio brutto de Via Arenula

bonafede-mafiaC’è decisamente maretta ai piani alti di Via Arenula a Roma, nelle stanze che contano al Ministero della Giustizia: le vicende che, da ultimo, hanno recentemente interessato alcune nomine nel ministero meritano un’analisi dal punto di vista istituzionale e di funzionamento della macchina. La scintilla nasce, come noto, dalla scarcerazione e messa ai domiciliari lo scorso mese di aprile di alcuni detenuti sino a quel momento in regime di carcere duro (cosiddetto 41-bis) da parte dei giudici incaricati di valutarne lo stato di salute. La scarcerazione, è stato sostenuto, seguiva la mancata risposta da parte del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) del ministero circa l’individuazione di strutture alternative e sorvegliate cui destinare i detenuti per mafia in 41-bis. Si capirà se tale esito sia stato conforme alla legge o se fosse stato opportuno, invece, disporre un trasferimento in una struttura sanitaria sorvegliata. Sta di fatto che, anche a seguito delle vivaci polemiche sollevate dalla trasmissione “Non è l’arena” su La7, il 2 maggio il capo del DAP Francesco Basentini – al quale erano state già rivolte accuse per la cattiva gestione delle rivolte carcerarie di qualche settimane prima – si dimette, sostituito da Dino Petralia. Nel corso della successiva puntata del 3 maggio di “Non è l’arena”, nel pieno della bufera mediatica, un nuovo scoop: telefona in trasmissione Nino di Matteo, notissimo magistrato oggi componente del Consiglio Superiore della Magistratura, che racconta – riferendo, in maniera assai poco ortodossa, interlocuzioni riservate – che nel 2018 gli era stato proposto dall’allora neo Ministro Alfonso Bonafede di dirigere il DAP. Sostiene, inoltre, Di Matteo che alcune informative avevano dato notizia dell’inquietudine di capimafia rispetto alla sua possibile nomina e che il Ministro aveva pochi giorni dopo cambiato idea, offrendogli il posto che fu di Falcone presso il Dipartimento degli Affari Penali. Interviene in trasmissione, pochi minuti dopo, lo stesso Ministro della Giustizia che si dice esterrefatto di quanto dichiarato e nega che la sua scelta possa essere stata condizionata da quelle informative, cosa che ripeterà in Parlamento l’11 maggio. Insomma, un vero e proprio cortocircuito fra poteri dello Stato che, aldilà delle polemiche di natura politica, che qui non interessano, impongono qualche riflessione. Non sono infatti mancate, anche in questo caso, le polemiche avverso la burocrazia, cui addossare il possibile disguido che ha impedito di dare velocemente risposta ai quesiti dei giudici di sorveglianza, rendendo più difficile il lavoro dei magistrati e facilitando quanto accaduto: i soliti burocrati, insomma. Posto che i fatti saranno acclarati in dettaglio da chi di dovere, forse sorprenderà qualcuno sapere che l’ex capo del DAP era, in realtà, un magistrato. Così come l’attuale capo del DAP. E così come la stragrande maggioranza di coloro i quali, posti fuori ruolo per la durata del loro incarico, ricoprono posizioni dirigenziali all’interno del Ministero della Giustizia, occupandosi della gestione amministrativa degli uffici e delle strutture assegnate. È lecita, allora, una domanda: perché affidare strutture amministrative ad un magistrato? L’esempio del DAP è calzante: su quella struttura grava l’impegno di gestire l’enorme complessità – amministrativa, contabile, di personale – delle carceri Italiane, un gravame da far tremare i polsi e che poco ha a che fare, è del tutto evidente, con la funzione giurisdizionale. Tale funzione è, invece, riservata dalla Costituzione ai giudici, soggetti solo alla legge. Ed è un bene che sia così: nessun economista, sociologo o amministratore pubblico si sognerebbe di amministrare giustizia in un tribunale o di esercitare le funzioni di pubblico ministero. Una bizzarria che la nostra Carta e la legge non consentono. E allora perché vale il contrario? Sia chiaro: qui nessuno intende attaccare i giudici. Il loro lavoro è prezioso ed indispensabile per il corretto svolgersi della dinamica sociale, ed è notorio che in molti sono costretti a compiere il loro dovere in regime di protezione, a causa delle minacce ricevute e del pericolo di vita i cui incorrono per svolgere la loro attività. I nomi di Falcone e Borsellino, fra i tanti, troppi magistrati caduti, ne sono testimoni. Qui si pone un tema più generale che attiene al corretto funzionamento delle istituzioni, per il quale dovrebbe sempre valere il semplice principio per cui a ciascuno spetti di svolgere il lavoro per cui sia competente, quello per il quale ha studiato e si è formato. Senza sollevare in alcun modo casi personali, è ragionevole immaginare che, dal punto di vista delle professionalità possedute, un dirigente amministrativo possa ottenere risultati dignitosi nel gestire strutture che, per essere governate, abbisognano senza meno di rudimenti in materia di diritto amministrativo, contabilità di Stato, management pubblico e, perché no, capacità relazionali e di squadra. A meno, naturalmente, di ritenere che le normali regole di specializzazione professionale non si applichino, quasi per innata disposizione, ai magistrati. Non casualmente Sabino Cassese ha recentemente parlato di “magistratizzazione” del Ministero della Giustizia, aggiungendo che “i magistrati sono scelti per giudicare ma vengono assegnati a compiti amministrativi per cui non sono idonei perché non addestrati, né specializzati a questa funzione”. Se si aggiunge, en passant, l’aspetto tutt’altro che banale della singolare commistione fra potere esecutivo e giudiziario, appare chiaro che ci si trova di fronte ad una anomalia assoluta che dovrebbe preoccupare politica e pubbliche opinioni, sia per l’inusuale assegnazione a funzioni amministrative, sia per la contestuale scopertura di posizioni giudicanti nel sistema giudiziario. Il fenomeno delle carriere parallele per i magistrati destinati a funzioni extragiudiziarie appare, infatti, alla luce delle scoperture di organico e della notoria lunghezza dei tempi dei processi, un tema che dovrebbe entrare nell’agenda di ogni Governo, quale che sia la maggioranza che lo sostiene. In questo quadro, non può allora non provocare sconcerto leggere le intercettazioni delle conversazioni fra Luca Palamara, ex pm sotto inchiesta a Perugia per corruzione, e Fulvio Baldi, capo di Gabinetto del Ministro Bonafede, recentemente dimessosi (anche Baldi, naturalmente, è un giudice): dalla lettura degli scambi, che non hanno naturalmente alcuna rilevanza penale, pare emergere quello che ha tutto l’aspetto di un vero e proprio mercato delle vacche delle nomine, in base al quale si dispone di posizioni da dirigente e dirigente generale nel Ministero della Giustizia, da “assegnare” sulla base dell’appartenenza correntizia in spregio al principio per cui nelle pubbliche amministrazioni il conferimento degli incarichi dirigenziali avviene sulla base di interpelli aperti e competitivi, a seguito dei quali affidare la posizione alla persona più adatta. Sperabilmente. Una patologia che non deve riferirsi alla fisiologia, evidentemente: la quale, nondimeno, rappresenta una vera e propria invasione di campo che riemerge periodicamente in tutta la sua attualità e che, seppur limitata nei numeri rispetto all’insieme dei giudici in servizio oggi in Italia, deve destare l’attenzione di chiunque abbia a cuore il corretto funzionamento della macchina dello Stato.

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La fase 2 della PA: molte cantilene ma (ancora) poca visione

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È finalmente partita, fra qualche confusione e con legittima prudenza, la cosiddetta fase 2 della strategia di uscita dalla vera e propria ibernazione in cui il Paese è stato indotto per contrastare la diffusione del contagio da Covid-19. Le previsioni economiche per i prossimi mesi sono di quelle da far tremare i polsi e le conseguenze sociali con ogni probabilità impatteranno trasversalmente su tutta la popolazione, colpendo più duramente, come sempre accade, le categorie più fragili ed esposte. Uno scenario che deve preoccupare tutti e nel quale deve rientrare un serio discorso che investa ruolo e funzionamento della pubblica amministrazione, sia per il contributo che è chiamata a dare nel momento presente, sia, ancor più, quale attore determinante nello scenario post-coronavirus. Da questo punto di vista, il tema sul piatto di Governo e Parlamento sembra essere quello di rendere più efficiente ed efficace l’azione pubblica, per assecondare e accompagnare, ora e domani, le dinamiche di una società complessa e matura come quella Italiana. In parole povere: semplificare l’agire della macchina pubblica – a tutti i livelli di governo – a servizio della politica e dei cittadini, poter contare su personale adeguatamente formato e aggiornato, fare sì che la burocrazia, attraverso la funzione propria di assicurare l’imparzialità dell’azione amministrativa e di erogazione di servizi, sia sempre più reattiva avverso le molteplici sfide che si presentano e si presenteranno in futuro. In questo quadro, sono due gli aspetti, fra loro strettamente correlati, per costruire una visione condivisa su cui investire, proprio ora che a tutti verrà richiesto di darsi da fare: ripensare l’organizzazione del lavoro pubblico e rendere più veloce, al netto delle necessarie fasi procedurali, l’azione pubblica.

Per quanto riguarda il primo punto, si sono recentemente spesi fiumi d’inchiostro sull’esplosione del lavoro agile nella PA: si è già scritto che lo smart working d’emergenza ha senza dubbio dato un salutare scossone alla gestione quotidiana degli uffici pubblici, confermando che, grazie all’utilizzo delle tecnologie informatiche, una parte importante del lavoro giornaliero può essere resa da esterno, con una serie di evidenti benefici per l’ambiente e per il lavoratore. Se si sarà capaci di rendere strategica la forma agile di prestazione lavorativa, senza frettolose marce indietro e resistendo alla irrefrenabile voglia di scrivania che già si agita nei cuori di molti riottosi al cambiamento, si pianterà un paletto essenziale nel campo della trasformazione dell’organizzazione del lavoro della nostra amministrazione pubblica. È, certamente, una condizione necessaria ma non sufficiente: un cambio di paradigma culturale di questa magnitudine richiede, come disposto dalla recente circolare n. 3 del 2020 della Ministra per la pubblica amministrazione, di “mettere a regime e rendere sistematiche le misure adottate nella fase emergenziale, al fine di rendere il lavoro agile lo strumento primario nell’ottica del potenziamento dell’efficacia e dell’efficienza dell’azione amministrativa”. È fondamentale, ad esempio, formare lavoratori e dirigenza e far sì che quest’ultima, su cui ricade l’onere della quotidiana spinta trasformativa, sia adeguatamente supportata attraverso un insieme minimo di regole chiare, evitando l’errore di voler a tutti i costi ingabbiare e regolamentare ogni minimo aspetto della prestazione lavorativa che, una volta per tutte, dà evidenza al risultato e non al controllo orario, con caratteristiche elastiche e adattabili alla bisogna. Senza voler costringere lo smart working nelle strette maglie dell’organizzazione simil-fordista, sarà allora sufficiente che si declinino le attività escluse dalla modalità agile, che si preveda una sufficiente connotazione della fattispecie nei contratti nazionali e integrativi e che sia attentamente considerata la sicurezza minima del lavoro da remoto, integrando la prestazione resa in modalità agile nelle attività di monitoraggio degli obiettivi.

Passando al secondo aspetto essenziale per immaginare la PA post emergenziale e ripensarne l’organizzazione, è evidente che si rende necessario scomporre e ricomporre la stessa azione amministrativa. È sufficiente sfogliare un qualsiasi quotidiano o ascoltare le dichiarazione di molti tra gli esponenti dei partiti e dei movimenti politici per cogliere il mantra della fase 2: semplificare i processi, sconfiggere la burocrazia, liberarsi dagli ostacoli che potrebbero rallentare la ripresa. Il caso del ponte di Genova è, da questo punto di vista, assolutamente esemplare: aver derogato al complesso di norme del codice degli appalti ha portato alla rapida conclusione dei lavori, sanando la dolorosa ferita del crollo del 2018. Ci si chiede allora da più parti se le regole che disciplinano l’agire della PA – negli appalti e, per estensione, in generale – siano troppo numerose o efficaci, e come avere a disposizione un’amministrazione più semplice e più veloce. Mettendo da parte le lamentele di prammatica sulla burocrazia, recitate a mo’ di stanca cantilena senza la piena complessità dei temi di cui si discute, è opportuno mettere in chiaro da subito che viviamo di una ineliminabile complessità: sin da quando lo Stato contemporaneo ha ritenuto opportuno occuparsi non esclusivamente di ordine pubblico e sicurezza delle frontiere, l’esigenza di regolamentare la complessa rete di attività, relazioni e dinamiche sociali, giuridiche e economiche è aumentata esponenzialmente. Tuttavia, se è velleitario pretendere che un ampio spettro di norme, che inevitabilmente debbono essere connotate da un altro grado di tecnicismo, sia facilmente digeribile da chiunque, altra faccenda è che il Legislatore intervenga cum grano salis, con approccio organico e non estemporaneo che, a valle, complica la vita per chi sia chiamato ad applicare o interpretare le disposizioni normative. Cattiva qualità di redazione delle leggi e numero abnorme delle stesse contribuiscono a creare un groviglio che spetta poi al burocrate, novello esegeta, districare nel suo agire quotidiano: la necessaria discrezionalità di cui il dipendente pubblico deve godere è direttamente correlata all’attività di ricostruzione di un quadro ordinamentale spesso confuso e frastagliato ed è strumento indispensabile per tentare di trovare la strada giusta da seguire nei diversi dossier. Inutile negare, poi, che l’incertezza sul da farsi e la pluralità di responsabilità che scandisce minuto per minuto l’azione amministrativa possono rallentare le procedure e, talvolta, servire da facile scudo per chi voglia farsi paravento del blob normativo, scaricando a valle i ritardi a danno dei cittadini.

Il Parlamento può decidere di eliminare alcuni controlli, ridurre i tempi, generalizzare il silenzio-assenso: il ventaglio di opzioni sul tavolo è amplissimo e spetta alla politica compiere le scelte del caso. Le modalità di regolazione dell’attività dei pubblici poteri, purché in aderenza ai principi costituzionali in materia, non sono scolpite nella pietra e possono cambiare al mutare delle esigenze della società, cui la PA è servente. Attenzione, però: sarebbe pericoloso scaricare per intero sulle spalle degli amministratori pubblici l’onere di gestire una semplificazione tagliata con l’accetta che, nella concreta attuazione, potrebbe paradossalmente gestire maggiore complicazione, rimproverando magari al funzionario di non volersi addossare qualche rischio. Gestire la cosa pubblica non vuol dire sedersi ad una tavolo da poker: la posta è il diritto dei cittadini a risposte veloci e solide e tutte le parti in causa devono assumersi le proprie responsabilità, senza inutili, vicendevoli scaricabarile tra politica e burocrazia e evitando di alimentare lo scontro sociale, oggi più che mai. È richiesta una visione di lungo periodo, non (esclusivamente) condizionata da obiettivi di respiro corto. Rimbocchiamoci le maniche ora.

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I tre requisiti per immaginare la PA post emergenza

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Pare avvicinarsi, fra molte incertezze, la “fase 2” dell’emergenza sanitaria dettata dall’epidemia da COVID-19: mentre altri Paesi europei procedono a passi spediti verso un’apparente normalizzazione, la situazione Italiana soffre di una confusione di fondo in cui le voci del Governo, delle regioni e dei diversi stakeholder si affastellano, tutti proclamando la necessarietà della condivisione e unanimità delle scelte fondamentali ma, spesso, marciando fra spintoni e dispetti. Tutti concordano, almeno, sulla gravità del passaggio storico, e sulle conseguenze sociali, economiche e – si aggiunga – psicologiche, dell’impatto dell’epidemia: è sufficiente leggere, a tale proposito, le recenti riflessioni di Muhammad Yunus per rendersi conto della portata storica del momento che si attraversa. Se questo è il contesto, una delle priorità è rimettere sui binari la macchina pubblica del Paese che, mai come oggi, ha sulle spalle la responsabilità di operare quale infrastruttura necessaria e indispensabile per cittadini, famiglie e imprese. Non solo la burocrazia deve essere in grado di perseguire l’ordinario, ma è essenziale, al contempo, sostenere lo sforzo ulteriore a favore di chi ha subito conseguenze pesantissime dal punto di vista lavorativo e sociale a seguito dell’emergenza da Coronavirus.

A dare ascolto ai principali di mezzi di comunicazione, c’è però poco da stare allegri: Raffaella Saporito, docente di SDA Bocconi, ha cercato quali e quanti articoli della stampa italiana contenessero la parola “burocrazia” tra la metà di marzo e la metà di aprile, trovando 5520 interventi, oltre la metà dei quali collegano il tema burocrazia al Coronavirus,  “L’impressione”, scrive Saporito, “è che non ci sia niente di nuovo in questa nuova ondata di insofferenza anti-burocratica, se non la miccia: una straordinaria emergenza sanitaria, già diventata economica e sociale, che acuisce il bisogno di istituzioni pubbliche e ne rende più visibili i limiti”, dato che “quando i bisogni aumentano, ma le risorse scarseggiano, la tolleranza verso le inadeguatezze delle amministrazioni crolla e alimenta un discorso pubblico di discredito verso una PA incompetente o addirittura malevola e capricciosa”. Si è già tentato di descrivere come quando si parli di burocrazia la confusione regni sovrana e che la continua e pervicace commistione di piani fra politica e tecnostruttura sia un formidabile ostacolo ad affrontare, col pensiero lungo che merita, il tema di rendere sempre più adeguata alle sfide del tempo presente la macchina pubblica, composta – elemento non secondario – dalle tante pubbliche amministrazioni ai diversi livelli di governo. Eppure, le drammatiche conseguenze dell’emergenza epidemiologica e l’incertezza della gestione del futuro possono e devono costituire una spinta formidabile per coniugare almeno le basi di una strategia per la PA del dopo virus.

In un’ideale classifica dei prerequisiti di sistema per la PA del dopo virus, al terzo posto si piazza il cessare le ostilità da parte di tanta parte delle classi dirigenti del Paese e di buona parte del mondo dell’informazione, così da dismettere, una volta per tutte, stereotipi e slogan in materia di cosa pubblica che solletichino la pancia di chi vede, purtroppo, aumentare il proprio disagio e ragionare, invece, in termini di fatti, cifre e circostanze. È arrivato il momento di bonificare il dibattito pubblico, da sempre sporcato da ignoranza o malafede circa chi siano e cosa facciano i civil servant e fare ogni sforzo per entrare nel merito dei diversi problemi. Ostinarsi a parlare di pubblica amministrazione unicamente per i famosi “furbetti del cartellino”, per i fantomatici stipendi da sceicchi dei dirigenti o, ancora, per propalare la vulgata del fannullone menefreghista potrà continuare fare audience ma non sposta di un millimetro le questioni che contano. Replicare ad nauseam gli stessi, identici articoli di denuncia o i medesimi servizi televisivi che mettono alla berlina le patologie proprie di qualsiasi organizzazione complessa ha fatto il suo tempo: la vicenda del celebre “uomo in mutande” del Comune di Sanremo, dichiarato innocente dopo essere stato sbattuto in prima pagina per mesi, dovrebbe servire da utile memento a molti. Per dirlo chiaro: la critica, aspra e senza guanti bianchi, è legittima e, anzi, doverosa. Sia, allo stesso tempo, onesta.

Al secondo posto, di converso, deve trovar posto lo sforzo fondamentale delle amministrazioni pubbliche di premere l’acceleratore sulla leva organizzativa per procedere nella trasformazione del proprio schema cognitivo e comportamentale, mettendo definitivamente in piedi un cambio di paradigma ormai maturo. Favorire l’iniziativa individuale, affiancare alle necessarie griglie procedurali e gerarchiche nuove modalità di lavoro che privilegino il raggiungimento del risultato in un’ottica di crescita dell’organizzazione sono solo alcune degli interventi la cui responsabilità finale non può che ricadere sulla dirigenza pubblica, lavorando, evidentemente, sull’ambito interpersonale, relazionale e cognitivo. Un compito, invero, arduo per chi è il prodotto di una cultura il cui peccato originale è l’adempimentizzazione. Da questo punto di vista, come già osservato, è ad esempio necessario che resti traccia della vera e propria valanga costituita dallo smart working d’emergenza che si è abbattuta con violenza sugli uffici pubblici e che ha sostanzialmente stravolto tempi, relazioni e prassi interne, intaccandone l’impianto spesso sclerotico. È evidente che, a quadro normativo vigente, gli spazi di movimento creativo da parte dell’individuo e dell’organizzazione nel suo complesso sono limitati da un reticolo di norme accumulate negli anni che hanno mirato, da un lato, a scandire ogni passaggio del quotidiano amministrativo e a perpetuare l’occupazione di ogni spazio di discrezionalità con previsioni di dettaglio e contribuendo ad alimentare, con l’ossessione del controllo, quella che taluno chiama amministrazione difensiva; dall’altra, a rendere enormemente complesso il fluire dell’agire pubblico, con tempi che la pubblica opinione trova indigesti, soprattutto in presenza di emergenze come quella attuale.

In cima sul podio sale, ovviamente, la classe politica e di governo. Nell’incessante dinamica fra politica e burocrazia, alla prima spetta non solo l’individuazione degli obiettivi da perseguire durante il mandato pro tempore di governo ma, in prima istanza, la responsabilità di costruire la visione del tipo di amministrazione di cui si vuole dotare il Paese. Volendo semplificare, si potrebbe dire che dagli anni ’90 ad oggi l’approccio verso la PA, dopo la sbornia aziendalista, è stato sostanzialmente quello della riduzione dei costi (tagli lineari e blocco del ricambio del personale) senza intervenire sulla trasformazione profonda della macchina, quasi dando per scontato che la strategia da adottare fosse quella della limitazione del danno e coglierne, al massimo, i frutti elettorali. Va detto, con rammarico, che molta politica ha fallito, per mera miopia, disinteresse o espresso pregiudizio ideologico, nella missione di investire su uno dei principali beni del patrimonio del Paese, riuscendo troppo spesso a dar vita a una serie di presunte “riforme epocali” il cui pensiero dominante era esplicito: il sospetto. Paradossalmente, poi, ad una amministrazione messa a dieta ferrea e militarmente imbrigliata sono stati attribuiti, via via, compiti sempre maggiori, grazie ad una ipernormazione bulimica (sempre più a cura dell’esecutivo), salvo poi lamentare che la burocrazia non riuscisse a tirar fuori dal cappello, come per magia, gli output desiderati un secondo dopo. Un cortocircuito perverso da cui non si riesce ancora ad uscire, a meno di stipulare un nuovo patto in cui entrambi gli attori esplicitino, fino in fondo e senza riserve, le proprie responsabilità di fronte alla comunità di cittadini.

Come ha scritto Yunus, “il coronavirus ha cambiato radicalmente il contesto delle cose e i dati spiccioli. Ha spalancato davanti ai nostri occhi possibilità temerarie che non erano mai state prese in considerazione in precedenza. All’improvviso, eccoci di fronte a una tabula rasa. Possiamo andare in qualsiasi direzione vorremo. Che incredibile libertà di scelta!”. Questo vale per l’economia e vale, allo stesso tempo, per il settore pubblico: l’economia, sostiene il Premio Nobel bengalese, è uno strumento di cui servirsi, che occorre continuare a progettare e riconfigurare finché non renderà tutti felici. Ecco, burocrazia e strutture pubbliche sempre più efficienti e, soprattutto, al passo coi tempi forse non faranno necessariamente felici gli Italiani, ma potranno rendere la vita più semplice a tutti, burocrati inclusi. La palla è in campo.

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