Il burocrate, Mazzarino d’Italia

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In un recente articolo sul Corriere della Sera Angelo Panebianco ha recensito il volume “I Signori del tempo perso”, di Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri, i quali indagano sulle cause delle inefficienze burocratiche in Italia e sui possibili rimedi. In attesa di leggere il libro, che si annuncia di sicuro interesse, rilevano le riflessioni di Panebianco sul quadro della macchina dello Stato. Egli è uomo di rara cultura ed esperienza, con una produzione accademica sterminata, e le sue osservazioni non vanno prese sottogamba. Tuttavia, a me pare che si muova, pur nella necessaria sintesi giornalistica, con assunti che molto sanno di dogmatico. Inutile negare le tante patologie della nostra burocrazia: a testimoniare i problemi seri che affliggono le nostre amministrazioni basterebbero i continui scandali dei furbetti del cartellino, sintomo di un profondo corto circuito burocratico. Non sono però d’accordo con Panebianco quando, ad esempio, dipinge una politica debole nelle mani della burocrazia che fa e disfa: è certamente vero che la politica, per note ragioni storico-politiche, attraversa oggi una crisi che pare inarrestabile, ma sembra un azzardo descriverla come inerme preda dei satrapi statali, moderni Mazzarino. Sembra invece evidente che molta politica – mai generalizzare – abbia a cuore quasi esclusivamente il proprio particulare utilizzando in maniera assai spregiudicata le amministrazioni pubbliche, lì trovando spesso, purtroppo, chi è più che disposto ad accompagnarsi amorevolmente con essa. Un altro aspetto che mi vede in disaccordo con l’analisi di Panebianco è quello circa il fallimento della riforma Madia sulla dirigenza pubblica, che si dice essere stata “fermata da un fuoco di sbarramento che ha coinvolto i potentissimi Capi di Gabinetto, i veri reggitori dello Stato, molto più importanti dei ministri”. Osservo, sul punto, che la riforma è stata bloccata dalla Corte Costituzionale per aspetti apparentemente formali ma di sostanza, dopo che il Consiglio di Stato, pur dando luce verde, aveva messo in fila un impressionante numero di critiche. E aggiungo che se è vero che la dirigenza si è mobilitata contro gli aspetti più critici della riforma, i capi di gabinetto non sono dirigenti pubblici, ma fiduciari dei ministri, da questi cercati e corteggiati, in gran parte provenienti dalle magistrature amministrative e, più recentemente, dalle tecnocrazie delle aule parlamentari. Aldilà di tali obiezioni, non posso non contestare l’assertività di affermazioni quali “il paese è finito in mano a una burocrazia al tempo stesso irriformabile e inefficiente” o che burocrati e giudici continuano, “impuniti, impunibili, inattaccabili, a mal amministrare come sempre hanno fatto”. Si tratta di assunti di fede che i tanti impiegati, funzionari e dirigenti pubblici che fanno il proprio dovere in condizioni spesso complicate hanno il dovere di rimandare al mittente. Ci ridurremmo, altrimenti, agli strali da bar dello sport, accanto ai professori universitari tutti baroni, agli imprenditori tutti corrotti e ai giornalisti tutti prezzolati. Serve una riforma? Sì, serve disperatamente, e molte parti della Madia erano certamente utili. E serve, come osserva l’Autore dell’articolo, ricordando quanto illustrato da Giavazzi e Barbieri, per combattere la corruzione, ridurre l’ipertrofia della regolazione burocratica e, in ultima analisi, rendere migliore la vita dei cittadini. Serve, allo stesso modo, una politica che, interpretando le esigenze degli Italiani, metta mano con giudizio nelle piaghe degli uffici pubblici Italiani, ricordando sempre che i pubblici dipendenti sono al servizio della Nazione, innanzitutto. Il Professor Panebianco sa bene che la burocrazia è necessaria, nello Stato come nelle organizzazioni private. Si tratta, naturalmente, di renderla un ausilio all’organizzazione e ai suoi utenti piuttosto che un ostacolo, e non c’è dubbio che fette di Stato percepiscano la loro esistenza come diritto che prevale sui servizi da erogare alla collettività. Sparare a palle incatenate contro la PA eccita, si sa. Ma serve a poco. E ha stancato, francamente. Lo Stato è roba di noi cittadini, in fondo. Non facciamo i Tafazzi.

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Furbetti del cartellino: repetita iuvant

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Il caso rilanciato dai quotidiani sul nugolo di furbetti nell’ospedale napoletano Loreto Mare ha davvero del clamoroso: 94 indagati e 55 arresti con video ripresi dai Carabinieri che lasciano esterrefatti. Poco da dire, se i fatti venissero provati – e a vedere certe immagini si stenta a credere che non lo saranno – costoro vanno perseguiti penalmente per truffa allo Stato. E immediatamente, per i casi conclamati, si avviino i necessari procedimenti disciplinari, indipendentemente dalle decisioni della magistratura. La bella impresa, peraltro, sale agli onori delle cronache lo stesso giorno dell’annuncio del Governo circa l’approvazione, in via preliminare, del decreto di riforma del testo unico del pubblico impiego, che contiene, fra l’altro, l’introduzione di disposizioni in materia di responsabilità disciplinare dei pubblici dipendenti, finalizzate ad accelerare e rendere concreta e certa nei tempi l’azione disciplinare. Insomma, le famose norme contro i furbetti del cartellino. Tempismo perfetto! Su fattacci del genere molto è stato già detto, e mi scuso se ripeterò riflessioni fatte in altre occasioni, ma repetita iuvant (forse). Inutile criticare l’azione del Governo, che pure, come osservato da taluni, potrebbe sul punto presentare alcune pecche in termini di funzionamento ed efficacia concreta. A fronte dei tanti, troppi episodi di malcostume, un intervento dal punto di vista politico si imponeva e si impone, anche a salvaguardia di chi lavora onestamente nelle strutture pubbliche. Tuttavia, due puntualizzazioni appaiono opportune. Ancora una volta, è facile vedere dai filmati che la strisciatura avviene con macchina a muro: non ci sono, dunque, i tornelli. Basterebbe sistemarli agli ingressi ed il gioco è fatto: ad ogni strisciata corrisponde un ingresso ed un’uscita, non si scappa. Il fenomeno crollerebbe a zero o giù di lì. Senza dimenticare che passare il tesserino con registrazione automatica ha anche il significato, in un posto di lavoro sano, di un’autonoma gestione del proprio tempo, in armonia con le esigenze della struttura. Gestire le proprie ore in relazione al risultato serve anche a svecchiare modi di interpretare la PA ormai desueti e polverosi. E proprio qui casca il classico asino: una volta sicuri che non si bari sulla presenza, chi verifica che il dipendente lavori? E magari in modo efficace? Ecco, ancora ed ancora, il tema che resta da sempre sullo sfondo: come riorganizzare il modo di operare delle amministrazioni mentre fuori il mondo del lavoro cambia a velocità impressionanti? Come coniugare il necessario rispetto delle regole burocratiche (servono, signori miei…) con la fluidità dei processi? E, soprattutto, come avere a disposizione risorse umane preparate, motivate, adeguatamente formate per compiti specifici e che, per dirla con un tecnicismo, stiano sul pezzo? Qui siamo in mare aperto: molto ricade sulla dirigenza che, oltre a vestire i panni di un Montalbano ed indagare per i corridoi, deve essere capace – ed in questo capacitata a farlo – ad agire come gestore di donne e uomini che, val la pena ripeterlo, non sono robottini ma persone con inclinazioni, attitudini e proprie modalità relazionali. Naturalmente, per capacitare la dirigenza serve anche un ecosistema capacitante, che parte dalla politica e scende dritto dritto negli uffici. Insomma, premere il classico bottone a monte non assicura un risultato a valle, se non si ficca il naso nella black box che sta nel mezzo. E se in un ospedale, in un Comune o in un qualsiasi ufficio pubblico si verificano episodi di una tale gravità, significa che sono ormai saltati tutti i sistemi di relazioni reciproche, di coesione della struttura, di appartenenza allo Stato. Siamo oltre la truffa e la corruzione: siamo al disfacimento del comune sentire. Un’analisi seria di questi aspetti ancora va messa sul tavolo e rappresenterebbe, questa sì, la riforma epocale della PA che tutti aspettiamo.

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Cristian Movio, Luca Scatà e le idee della Repubblica italiana

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Secondo il Bild – notizia riportata in Italia dal Corriere della Sera – i due agenti della Polizia di Stato che hanno fermato e ucciso Anis Amri, il terrorista assassino che a Berlino aveva ammazzato dodici persone, non meritano di ricevere l’onorificenza che il Governo Tedesco sembra avesse in animo di conferire loro. Il motivo? Le opinioni che i due avrebbero espresso sui loro profili social, che vanno dall’esaltazione di Mussolini a commenti razzisti contro gli immigrati. In soldoni, apologia di fascismo, cosa su cui i Tedeschi non fanno sconti. Ove queste notizie corrispondessero al vero, roba difficile da digerire. Imbarazzante, certamente. Se così fosse, dovremmo tutti porci qualche domanda. Cominciando dal chiederci, in primo luogo, se sia ammissibile e tollerabile che le pagine dei social media siano inondate da deliri fascisti e razzisti, lanciati e rilanciati quasi con noncuranza. Qualcosa si sta muovendo per arginare il fenomeno, ma ancora troppo poco, evidentemente. Se una società sana non può che rifiutare derive di questo tipo, diventa ancor più grave che dei servitori dello Stato, per di più appartenenti alle forze dell’ordine, possano esprimere in libertà certe opinioni senza conseguenze. Sia chiaro: Cristian Movio e Luca Scatà devono ricevere sempre e comunque la gratitudine dei loro concittadini, per aver compiuto il loro dovere a rischio della vita. Ed hanno il diritto, come tutti gli Italiani, a dar voce in piena libertà alle loro opinioni, tutelate dall’articolo 21 della nostra Costituzione. Può, però, un civil servant, impegnato nella difesa delle Istituzioni democratiche, sostenere idee che sono in aperto contrasto con la Carta fondamentale del Paese? La risposta, evidentemente, è no. Par di capire che i profili dei due ragazzi siano stati oscurati e non siano più consultabili: la tutela della loro sicurezza personale assume, ovviamente, carattere imperativo. Occorre, tuttavia, fare uno sforzo ed astrarsi dal caso specifico che riguarda Cristian e Luca e porsi seriamente il problema della fibra democratica di chi ha la funzione fondamentale di tutelare l’ordine pubblico e la sicurezza dello Stato. Mai generalizzare, certamente. Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e tutte le donne e gli uomini che hanno il compito di difendere le Istituzioni sono una ricchezza di questo Paese: basti citare gli sforzi compiuti in ogni occasione, dalla lotta al terrorismo, al contrasto alle mafie, all’aiuto nelle situazioni di disastro ed emergenza. C’è da essere orgogliosi delle nostre divise. Per indossarle, però, occorre sposare fedelmente la Repubblica. Non contano le idee politiche, tutte legittime se di casa nell’alveo del dibattito democratico. Pulsioni antisistema, tuttavia, che inneggino a ideologie totalitarie o alla supremazia razziale vanno non solo condannate, ma isolate ed espulse. A tutela delle stesse forze di sicurezza e, dunque, del Paese. Su certe cose la Germania non scherza. Dovremmo far sul serio anche noi.

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Quei cani di statali

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Quando sembra si sia toccato il fondo del barile, c’è sempre spazio per un lampo di genio. E si comincia a scavare. È il caso della trovata di Alberto Forchielli, noto imprenditore ed esperto di economia e di affari internazionali, spesso ospite di trasmissioni radiofoniche e televisive. Nella puntata di “24 mattino” del 7 febbraio, seguitissimo appuntamento mattutino di Radio 24 condotto da Alessandro Milan, ha proposto la sua personalissima ricetta contro l’assenteismo degli statali: “Ho io la soluzione contro l’assenteismo. Gli statali andrebbero microchippati come i cani“. Nulla di nuovo sotto il sole, potrebbe sembrare. Basta farsi un giro in tv o sui social media per vedere quale sia da tempo il clima ed il comune sentire contro i dipendenti pubblici. Non sono critiche che piovono dal cielo, beninteso, ma reazioni di pancia alle storture che le nostre pubbliche amministrazioni presentano, al pari di tutte le burocrazie pubbliche del pianeta. Inutile, purtroppo, attendersi un ragionamento di sistema: il randello, per di più brandito da coloro che potremmo definire degli influencer, solletica i più. Non val la pena, per non imbarcarsi in un reciproco annoiarsi, rientrare per l’ennesima volta nel merito di come possano o meno presentarsi e interpretare i dati sulle assenze o nella inutile dicotomia pubblico/privato. E neppure osservare – mestamente – che la diffusa frustrazione dei leoni da tastiera porta al paradosso che la massima felicità corrisponda al fatto che tutti i lavoratori debbano star peggio: il dipendente pubblico è naturalmente, per definizione, un privilegiato. Ora, se il punto è dare un taglio all’odioso fenomeno dei rubagalline che timbrano e vanno al bar, basta mettere dei tornelli in luogo delle macchinette a muro: i furbetti spariranno. Problema risolto. Altra questione è far sì che il dipendente presente alla scrivania lavori. Come? Qualcuno, grazie alla epocale riforma di turno, se ne occuperà. Se si sostiene, invece, che gli assenteisti truffatori sono tanto più insopportabili perché pagati con denaro pubblico, si deve concordare al 100% ed aggiungere che vanno mandati a casa senza perder tempo. Senza illudersi, però, che tagliando teste aumenterà magicamente l’efficienza della macchina pubblica. Aldilà delle solite, noiosissime questioni, il punto che più dovrebbe interessare, tuttavia, è che non si trovi preoccupante l’avvenuto sdoganamento di certi linguaggi verso una parte di cittadine e cittadini Italiani che, nella stragrande maggioranza, fanno il loro lavoro con coscienza, né più né meno degli altri Italiani dipendenti privati che lavorano nelle banche, nelle compagnie telefoniche, nei diversi settori dell’industria. Far passare senza ribattere che ai lavoratori pubblici vada impiantato un microchip, come ad un cane, non può essere visto solo come una – grottesca – provocazione. Dileggiare e, soprattutto, disumanizzare le persone, ridotte al rango di animali, insinuando che una intera categoria sia, per il sol fatto di operare nel pubblico, colpevole è un approccio degno del miglior regime orwelliano. Siamo, si direbbe, in piena post-verità. La vicenda, anzi, al pari delle tante altre che costellano il dibattito pubblico ed in rete su questi temi, ricade appieno nella categoria ormai nota dell’hate speech, delle affermazioni che, implicitamente o esplicitamente, incitano all’odio. Il famoso “popolo della rete” ama far polpette di chiunque, e gli “statali“ (ma chi sono, poi, questi statali?) sono un boccone ghiotto. Va pretesa, però, la dovuta responsabilità da parte di chi abbia l’opportunità ed il privilegio di rivolgersi al grande pubblico. Altrimenti è un tutti contro tutti che mina alle basi il tessuto civile del Paese: burocrati lassisti contro politici ladri, contro giornalisti venduti, contro imprenditori che lavorano col nero. Ecco, giocare al massacro fa indignare, anche se non sembra più di moda. A volte, tuttavia, ci si riesce ancora. Ci si deve riuscire.

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Aggiornamento dell’8 febbraio: dopo la pubblicazione del post, caso vuole che su “Il Messaggero” appaia un articolo che apre come segue: “In Belgio l’era dei furbetti da cartellino si avvia al tramonto. Otto dipendenti di una società hanno accettato di farsi impiantare un chip elettronico: ha le dimensioni di un chicco di riso e alloggia comodamente nella mano. I nuovi minotauri aziendali, metà uomo e metà badge, adesso posso “timbrare” e accedere ai loro computer senza l’ausilio di tessere o pennette“. Caro Big Brother, benvenuto.

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Tre gambe per il dopo voto

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A fronte del grande spazio riservato sui mezzi di comunicazione tradizionali, è assai probabile che in molti abbiano seguito e seguano con un certo distacco le vicende legate alla pronuncia della Corte Costituzionale sulla legge elettorale. Per non pochi Italiani il dibattito che incendia l’agone politico circa quando andare a elezioni è vissuto con assai scarso coinvolgimento: quelle formule alchemiche che regolano le norme elettorali, certamente fondamentali per decidere chi entra e chi resta fuori nel giro che conta, sono solitamente incomprensibili per i più, interessati a ricevere dalla politica risposte ai problemi concreti. In ogni caso, dato che siamo ancora in tempo in vista dello scontro alle urne, potrebbe trovar spazio un sommesso avvertimento, pacatamente e serenamente, come amava ricordare il Veltroni made in Crozza. I programmi della politica, per avere speranza di portare ad un qualche risultato, devono reggersi su alcune gambe.

La prima è fatta di buone idee e di proposte solide: inutile far proclami per propositi irrealizzabili. C’è sempre uno iato – anche notevole – fra una proposta e la sua concreta realizzazione finale, che sconta la famosa scatola nera in cui vengono frullate le politiche pubbliche. Tuttavia, l’irresponsabilità sfrenata può fare di quello iato un crepaccio in cui rischiare di precipitare. La seconda gamba sono, conseguentemente, delle forze politiche responsabili che, sulla base di proposte serie, riescano a condurle in porto seguendo due coordinate indispensabili: non perdere (troppo) tempo a farsi la guerra spasimando per un passaggio televisivo, affidandosi alla defatigante ripetizione di slogan e frasi fatte (su questo Donald Trump sta dando efficacissime lezioni di comunicazione, eventualmente rivolgersi lì), e saper parlare delle loro proposte al Paese, tenendo dentro quei pezzi di società su cui le politiche impatteranno. I sindacati, innanzitutto, e penso alla recente Via Crucis della riforma della Pubblica Amministrazione, condotta in solitaria avverso qualsiasi suggerimento o monito. Ma non solo. C’è necessità di farsi esegeti accorti, mutando i linguaggi e riguadagnando la capacità di spiegare i cosa, i come, i perché. Su questo Matteo Renzi, surclassando Berlusconi, ha fatto scuola, anche se non così bene hanno fatto altri rappresentanti del suo Governo. La terza – e ultima – gamba è sapersi servire in modo corretto delle strutture amministrative che devono tradurre quelle idee in pratica. Inutile qui riprendere temi noti e abbondantemente sviscerati sul perché la pubblica amministrazione (meglio, le pubbliche amministrazioni) funzionino come funzionano: eccellenze e carrozzoni; donne e uomini che danno l’anima e furbetti del cartellino; isole tecnologiche e montagne di carte. Il punto non è l’ennesima riforma, ma ricostruire un corretto rapporto fra la politica legittimata dal voto e la burocrazia che ha il compito di supportarla nella costruzione di scenari di lungo respiro e farlo con una visione che non si limiti alla gestione dell’oggi. Val la pena ricordarlo perché ad ogni cambio di Governo, e a maggior ragione con una nuova Legislatura, riparte una piccola grande rivoluzione organizzativa che dall’empìreo della politica si riverbera giù giù lungo tutta la filiera amministrativa.

Non siamo (ancora) allo spoil system, ci mancherebbe. Ma l’assestamento che segue una nuova configurazione del vertice politico di fatto rallenta, e in alcuni casi blocca, l’azione amministrativa, che molto spesso non può che attendere il nuovo quadro che verrà data. Nulla di patologico, ma una pratica da disbrigare velocemente e con le idee chiare. E senza partigianerie. Le decisioni vanno messe in opera, e per farlo non servono annunci, primi cento giorni o no. Men che mai servono i fideles. Giusto per ricordarcelo quando sarà il momento.

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Dopo lo stop della Consulta alla riforma PA usciamo dall’angolo

L’ormai celebre sentenza numero 251 della Corte Costituzionale è arrivata come uno tsunami a travolgere parti importanti della fase attuativa della riforma della pubblica amministrazione varata lo scorso anno dal Governo, incidendo, in particolare, sull’emanando decreto sulla dirigenza pubblica, entrato in Consiglio dei Ministri lo scorso 24 novembre. Il fatto è noto: la Corte ha accolto il ricorso della Regione Veneto con cui si chiedeva in luogo di un mero parere delle regioni sulle norme di riforma una vera e propria intesa. Che succede ora? La Corte ha chiarito che le pronunce di illegittimità sono circoscritte alle disposizioni di delegazione della legge madre (la legge n. 124 del 2015, oggetto del ricorso) e non si estendono alle relative disposizioni attuative. Nel caso di impugnazione dei decreti delegati, si dovrà quindi accertare l’effettiva lesione delle competenze regionali, anche alla luce delle soluzioni correttive che il Governo riterrà di apprestare al fine di assicurare il rispetto del principio di leale collaborazione. Traducendo: la Corte non entra nel merito della riforma, ma dice che i decreti approvati dovranno essere riscritti prevedendo un’intesa in luogo del parere. Il cartellino rosso pone ora una serie di questioni sul tappeto che richiedono uno sforzo di visione comune, in primo luogo evitando di farsi trascinare nella discussione tutta politica in vista del prossimo referendum. Le norme di riforma sulla PA sono state elaborate a Costituzione vigente e appare davvero poco utile legare le possibili soluzioni all’impasse alle urne. Questo vale in primo luogo per il Governo, che sembra voler utilizzare la vicenda per sostenere le ragioni del “sì” alla riforma quando si dice che la sentenza dimostra come si sia “circondati da burocrazia opprimente”. Ma vale allo stesso modo per le opposizioni e per coloro i quali, magari sollevati dal possibile affossamento della riforma, ne approfittano per spingere per il “no” criticando il passo falso del Governo. Una cosa è riscrivere parti importanti della Carta, altra è legiferare con l’obiettivo – condiviso o meno – di rendere più efficiente la macchina pubblica e i suoi vertici amministrativi. La domanda oggi è relativa alla sorte dei decreti non ancora approvati, come quello sulla dirigenza. È evidente che in questo caso la dimensione tecnica muta in politica. La riforma della dirigenza è stata sempre presentata dal Governo come perno per la modernizzazione delle nostre amministrazioni e, di conseguenza, del Paese tutto e lo “schiaffo” della Consulta pone un serio problema all’esecutivo. Se a questo si aggiunge che la delega è scaduta il 27 novembre, appare davvero complicato capire cosa potrà accadere, soprattutto a pochi giorni dal referendum il cui esito – malauguratamente – appare oramai decisivo per la vita del Governo. Chi brinda per la possibile fine dalla riforma della dirigenza, tuttavia, commette un grave errore. Sebbene possano ravvisarsi molteplici e serie critiche alle disposizioni sulla dirigenza, sarebbe da irresponsabili non riconoscere che una riforma era ed è necessaria. Le esigenze profonde di rendere la dirigenza pubblica più mobile, autonoma ed efficiente restano sul piatto e, se è in primo luogo necessario ed opportuno intervenire soprattutto sulla dimensione organizzativa, l’introduzione di un ruolo unico della dirigenza della Repubblica è un punto da anni sostenuto da molte parti della dirigenza stessa. Ecco perché lo stop del Giudice delle Leggi può essere l’occasione per porre mano, in maniera consapevole e condivisa, al testo del decreto sulla dirigenza, ascoltando chi ha posto nel tempo critiche tese a migliorare la riforma, non penalizzando inutilmente chi fa il proprio lavoro con gli strumenti a disposizione, ma mirando a creare quel mercato vero delle competenze pubbliche che vada a vantaggio dei servizi per i cittadini. Non cogliere questa opportunità servirà solo a rafforzare sterili steccati fra politica e burocrazia, dando voce a reciproche delegittimazioni che vanno a detrimento dello sviluppo del nostro Paese. È un errore che davvero non possiamo permetterci.

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Il referendum costituzionale non sarà l’Apocalisse

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No, comunque la si pensi e comunque vada a finire, il referendum costituzionale su cui saremo chiamati a votare il 4 dicembre non darà il via all’Apocalisse e neppure sarà primo motore di una subitanea rigenerazione nazionale. Chiunque sia dotato di medio buon senso è ben consapevole che, pur vincesse il “No”, di riforme il Paese avrebbe in ogni caso dannatamente bisogno e che, allo stesso tempo, in caso di vittoria del “”, ci sarebbe un necessario periodo di assestamento e avvio del sistema e che i timori di pulsioni autoritarie hanno ben poco fondamento nella realtà. Insomma credo che le classi dirigenti Italiane, così come i cittadini, dovrebbero prepararsi al voto in modo molto meno drammatico da come prefigurato da certa politica e certa stampa. Calma e gesso, per capirci. Andrebbero fatte, in soldoni, valutazioni complessive e di sistema sui due punti fondamentali su cui si incentra la riforma (tralasciando l’abolizione del CNEL, organismo da decenni reso ininfluente dalla Storia): riforma del bicameralismo e nuova definizione dei rapporti fra Roma e le regioni. Sono certamente importanti gli eventuali risparmi che la riforma potrebbe portare: tuttavia, posto che sembra non molto semplice fare valutazioni concrete sui denari che effettivamente potrebbero restare nelle casseforti del Tesoro, ha un peso maggiore tentare di capire l’impatto concreto sulla modernizzazione e maggiore efficienza delle Istituzioni e dell’organizzazione dello Stato. Dal punto di vista di chi lavora nella macchina pubblica, ad esempio, il tema regionale appare, dal punto di vista del funzionamento del sistema, assai tangibile: basti pensare alla delicatissima materia delle politiche sociali per la quale, complice la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, ci si trova davanti a una serie di veri e propri staterelli, ognuno con propri sistemi, col rischio più che concreto per i cittadini di ricevere livelli di servizi diversificati a seconda del luogo di nascita, con un fortissimo squilibrio di quote di servizi nelle diverse aree del Paese. Personalmente porrei meno enfasi, invece, sulla riforma del bicameralismo che, sulla carta, potrebbe creare una qualche confusione e che, soprattutto, non pare risolvere il problema endemico della qualità delle leggi e dello spostamento del boccino del potere normativo all’Esecutivo. Se questi sono i temi sui quali è doveroso e legittimo dibattere e dividersi, in vista del voto credo indispensabile tenere fermi alcuni punti. Primo: il Presidente del Consiglio suscita indubbiamente grandi simpatie o grandi antipatie e l’aver legato il risultato del referendum alla sua persona può essere stato un errore di valutazione. Sarebbe, tuttavia, imperdonabile ed irresponsabile esprimere un voto che sia meramente pro o contro il Governo senza una valutazione seria delle proposte contenute nella riforma. È evidente che il mondo della politica si esercita da mesi nell’immaginare gli scenari politici post-voto, ma non possono essere queste le motivazioni che devono guidare chi si rechi alle urne. Secondo: la Carta può esser cambiata. Anzi, deve esserlo ove opportuno. La legge fondamentale di un Paese è un documento vivo, che certamente si adatta in modo elastico ai mutamenti della società e che, tuttavia, necessita di aggiustamenti: gli stessi costituenti, val la pena ricordarlo, hanno posto l’unico insormontabile paletto di riforma nella forma repubblicana, che non può essere oggetto di revisione costituzionale (a meno, naturalmente, di sovvertimento dello Stato). Terzo, infine. Tutte le riforme costituzionali del mondo non potranno magicamente rendere più efficiente un Paese se non c’è una classe dirigente capace di gestirne i cambiamenti, sempre più imponenti e, talvolta, virulenti. Facciamo i conti con una inarrestabile personalizzazione in senso leaderistico (non conta il colore politico, naturalmente) che fa il pari con un crescente distacco o disinteresse dei cittadini per l’impegno civile: una società “molecolare”, come ha richiamato il Censis nel suo ultimo rapporto, in cui tutto è breve, veloce, dimenticabile. È una mera constatazione, beninteso: non siamo gli unici. È bene, tuttavia, tenere a mente che la scelta delle persone che prendano in carico responsabilità politiche è in capo ai cittadini, e solo a loro. Se dimentichiamo questa fondamentale responsabilità, cedendo al vizio della lamentela in cui siamo maestri indiscussi o, peggio, abdicando ai nostri doveri civili e repubblicani, il voto, referendario o meno, conta davvero poco.

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Dirigenti idonei (ma non troppo)

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Fra le tante novità previste dalla riforma della Pubblica Amministrazione targata Madia è rinvenibile un deciso cambio di rotta circa le ormai note graduatorie di idonei, attraverso la definizione di limiti assoluti e percentuali, in relazione al numero dei posti banditi, per gli idonei non vincitori, e la riduzione dei termini di validità delle graduatorie. In altre parole, mentre in passato il Legislatore, nell’ottica della salvaguardia del principio costituzionale di buon andamento della PA e del contenimento dei costi per la collettività, aveva stabilito e costantemente confermato, sin dal 2008, che fosse buona norma attingere dalle graduatorie degli idonei prima di bandire nuovi concorsi, la riforma dello scorso anno tende, al contrario, a chiudere la partita e a cambiare marcia puntando sulle future selezioni. Senza entrare nei tecnicismi giuridici (rimando ad un pregevole scritto di Lucia Tria, svolto quest’anno alla Camera dei deputati), credo vi sia la necessità di far chiarezza e districare un pasticcio che rischia di dar luogo a contraddizioni e a palesi ingiustizie. Intanto, ma chi sono questi idonei? L’idoneo, in sostanza, è chi, pur avendo superato le prove concorsuali, non rientra nel numero dei posti al momento disponibili e banditi: ha, dunque, le carte in regola per accedere ma si trova indietro nella graduatoria. Costoro, ci dice la giurisprudenza, hanno una legittima aspettativa ad essere chiamati, mentre le amministrazioni godono, in ogni caso, di ampia discrezionalità che, in un quadro di tagli progressivi e di stabilizzazioni di precariato pubblico (cui si è aggiunto il tema della ricollocazione del personale delle Province), ha limitato grandemente il cosiddetto scorrimento delle graduatorie. Peraltro, il tema assume rilievo assai maggiore con la prossima riforma della dirigenza pubblica, che, pur fra tante criticità, sembra finalmente privilegiare l’accesso alla dirigenza tramite il corso-concorso bandito dalla Scuola Nazionale dell’Amministrazione: il decreto prossimo al varo, nell’eliminare ogni proroga di validità per le graduatorie oggi esistenti, dispone, infatti, che le graduatorie finali del concorso di accesso al corso-concorso, nonché del concorso per l’accesso alla dirigenza, sono limitate ai vincitori, e non comprendono idonei. Il principio, condivisibile o meno, cambia completamente le carte in tavola e pone oggettivamente l’esigenza di non lasciare in mezzo al guado chi non sia stato ancora assunto. In parole povere, se fino a ieri, seppur con molta fatica e riluttanza, le amministrazioni hanno attinto alle graduatorie dei dirigenti idonei, da domani chi non sia stato ancora chiamato resterà definitivamente fuori gioco, perdendo completamente la sua aspettativa di ricoprire un incarico per il quale sia stato positivamente valutato. Si tratta, in altre parole, di evitare una palese discriminazione fra chi sino a ieri ha goduto di un diritto garantito dall’ordinamento e di chi, in procinto di salpare, si vede togliere la scaletta di bordo mentre ancora si trova ai primi scalini. E non si tratta, sia ben chiaro, della mera salvaguardia di situazioni personali, ma dell’opportunità di reclutare figure già selezionate senza imbarcarsi in ulteriori e costose procedure selettive, con vantaggi in termini di costi e di tempi. La vicenda idonei è, tutto sommato, lo specchio di come, in materia di politiche di reclutamento pubblico, sia stata carente la volontà di capire di chi effettivamente si avesse bisogno in relazione alle funzioni pubbliche da implementare. In un quadro di perenne blocco delle assunzioni e di comportamenti non sempre trasparenti da parte dell’attore pubblico (superfluo richiamare l’uso disinvolto che è stato sempre fatto dell’istituto della cosiddetta dirigenza a chiamata diretta), credo servano chiarezza e buon senso, volti innanzitutto a contemperare i fondamentali principi di efficacia ed efficienza dell’azione amministrativa e la necessità di far tesoro del potenziale già selezionato e disponibile a costo zero. Ad oggi esistono gli strumenti per chiudere una volta per tutte la tormentata vicenda delle graduatorie, ad esempio attraverso convenzioni fra amministrazioni diverse, così che il ministero A possa attingere, in caso di bisogno, dalle graduatorie ancora aperte del ministero B. Da domani si cambia? È cosa buona e giusta: invece della ghigliottina, tuttavia, si usi il cesello, evitando il rischio di ricadere nel perenne vizio di gettare il bambino con l’acqua sporca. Tempo e denaro sono risorse fondamentali in ogni organizzazione, e la Pubblica Amministrazione non fa eccezione: evitiamo di sprecarle ulteriormente.

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