Airbnb e non solo: fatti veri e allarmi farlocchi sugli affitti brevi

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Centri storici delle città italiane (e europee) ridotte a dormitori, evasione fiscale diffusa, prezzi degli affitti per ordinari inquilini o studenti alle stelle: queste le principali conseguenze che, secondo molte voci, sta causando quella che potrebbe essere definita la Airbnb-zzazione del tessuto urbano a livello mondiale. In Italia, in particolare, sono sempre più frequenti le critiche allo strapotere delle piattaforme on line di intermediazione per gli affitti brevi di immobili, soprattutto da parte delle organizzazioni rappresentative degli operatori alberghieri. Addirittura, nel corso del processo di conversione del decreto “milleproroghe” in Parlamento, ha visto la luce un emendamento che mirava a fissare un numero massimo di giorni in cui un appartamento può essere affittato con locazioni brevi e a richiedere una licenza per farlo. Senza farsi prendere dal panico, proviamo allora fare chiarezza nella vicenda, partendo da qualche dato.

Il primo: secondo Repubblica l’Italia ha visto il proprio flusso turistico raddoppiato negli ultimi vent’anni, mentre l’ISTAT ci dice che nel 2018 (ultimi dati disponibili), gli esercizi ricettivi italiani, con circa 428,8 milioni di presenze e 128,1 milioni di arrivi, hanno raggiunto un nuovo massimo storico. L’Italia, con una quota del 13,6% sul totale della Ue, è il terzo Paese in Europa per numero di presenze negli esercizi ricettivi, dopo Spagna e Francia. Un’impennata degli arrivi che ha interessato soprattutto le presenze nelle strutture extra-alberghiere (+1,7% rispetto al 2017). Insomma, pure in un quadro di storica, forte frammentazione e carente coordinamento nazionale da parte dello Stato, il turismo tira. E tira, val la pena ricordarlo, perché è progressivamente cambiato il turista-tipo: voli low cost che permettono oggi a numeri molto alti di spostarsi facilmente con un’estrema varietà di richieste e gusti che hanno imposto un impatto sull’offerta recettiva e di servizi. Il secondo: è noto come gli Italiani siano pazienti formichine che investono nel mattone e la parsimonia delle famiglie ha dato vita ad un parco immobili che costituisce una rilevante ricchezza sulla carta che, tuttavia, costa. E costa cara: IMU, TARI, TASI, bollette e mantenimento pesano come un macigno sulle seconde (o terze) case dei fortunati proprietari. Sempre secondo Repubblica, esistono 12,4 milioni di seconde case sfruttate solo qualche settimana all’anno con un ammontare di tasse che, in soli sei anni, è passato da 4,9 milioni a 10,2 milioni di euro: da qui la comprensibile urgenza di mettere a reddito l’immobile di famiglia. Il terzo, infine: sono ben conosciute le difficoltà di imbarcarsi nei contratti d’affitto di tipo classico (a canone libero o concordato, transitorio o a studenti) che per una serie di motivi – non ultimi il rischio di mancato pagamento e la possibile difficoltà di rientrare in possesso del bene in tempi rapidi – rendono sempre meno appetibile il contratto di locazione classico, pure in un quadro di aumento del valore medio del costo degli affitti.

Insomma, il mondo è cambiato e continua a cambiare ed è del tutto naturale che molti proprietari si siano orientati progressivamente verso la formula dell’affitto breve, con un utilizzo massiccio delle tante piattaforme di intermediazione presenti in rete, ben felici di pagare una percentuale a fronte del controllo continuo sull’immobile e della speranza di un reddito maggiore (anche grazie alla formula della cedolare secca) o, quantomeno, relativamente certo e continuo nel tempo. Stiamo assistendo, in altre parole, ad una banale risposta dell’offerta a fronte di una domanda in evoluzione che, si badi bene, ha di solito due esigenze: risparmiare rispetto al prezzo di una struttura alberghiera (che, ovviamente, offre una serie di servizi in più) e assaporare la quotidianità della città, vivendo come i locali e fra i locali. Da questo punto di vista, appare velleitario imporre limitazioni alla libertà di locare, negando un legittimo profitto ai proprietari e, soprattutto, non offrire sbocco ad una domanda turistica che esiste e che, con tutta probabilità, non intende in ogni caso usufruire di hotel e alberghi. Tanto più che, Airbnb o meno, la formula dell’affitto breve è presente e consentita nel nostro ordinamento, e si esprime a prescindere di piattaforme o intermediazioni.

Sono comprensibili i timori di chi denuncia uno sbilanciamento della concorrenza e un impatto negativo sulle città e sui centri storici che, si teme, rischiano lo spopolamento della popolazione residente a favore del turismo mordi e fuggi. Chiariamo una cosa, tuttavia: la trasformazione del tessuto urbano delle città è un processo che va avanti da tempo, sul quale la moda degli affitti turistici non ha fatto che innestarsi. La sparizione delle botteghe, il moltiplicarsi delle catene di negozi tutti uguali ovunque, lo spuntare come funghi dei mini-market e la pavida accettazione della movida che non risparmia il sonno di chi la mattina deve alzarsi per andare al lavoro sono i sintomi di un conformismo globale – glocale, forse – che va incontro all’appiattimento dei gusti di locali e visitatori che vogliono le stesse cose ovunque. Un ben triste fenomeno che è legato a processi di trasformazione profondi del nostro modello di vita e di consumo che è illusorio combattere colpendo i proprietari che scelgano la locazione breve.

Cosa fare, allora? Tre cose. Combattere il nero con controlli periodici a campione da parte di polizia urbana e ASL, verificando che siano presenti tutti i requisiti per stare sul mercato secondo le prescrizioni regionali, indipendentemente dal “vestito” offerto dalle piattaforme, e che le transazioni siano opportunamente registrate. Inoltre, sempre nell’ottica di fare emergere il sommerso e, al contempo, creare le condizioni per un adeguato livello qualitativo dell’offerta, far sì che contributo di soggiorno e il quantum della cedolare secca siano riscossi in automatico dalle piattaforme, rendendo quindi virtualmente impossibile la presenza su internet di chi voglia restare nell’ombra. Se per il primo punto i Comuni italiani stanno procedendo ad accordi in ordine sparso con i giganti del web, il tema della cedolare è invece approdato alla Corte di Giustizia europea, che discuterà la legittimità dell’obbligo previsto per legge dal 2017 e contestato dalle piattaforme. Infine, è arrivato il momento di fare una riflessione seria sul fenomeno dei gestori di appartamenti per conto terzi, i cosiddetti property manager, che sta impattando fortemente sul mercato e che importa una dimensione che stride con la natura non imprenditoriale della gestione del piccolo proprietario, per il quale, invece, l’immobile rappresenta una forma di previdenza integrativa in un futuro sempre più incerto. Sono interventi di buon senso che possono essere utili a regolare il mercato e ad accompagnare, senza intenti punitivi, un fenomeno che, per il momento, è in forte crescita e che può portare sani vantaggi a tutti gli attori in scena.

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La notizia è una di quelle che sembrano costruite a tavolino per diventare virali in rete, fake divertenti per fare il giro dei telefonini nei gruppi WhatsApp degli amici: una persona sorda residente negli USA, fruitore dei servizi on line di Pornhub, piattaforma di video vietati ai minori, avrebbe fatto causa alla compagnia perché i loro video hot non sono accompagnati dai sottotitoli. Non si sa, al momento, se la vicenda, rilanciata dai siti di informazione e dai quotidiani, sia vera o meno ma, in realtà, stavolta importa poco. Paradossale quanto si vuole (potrebbe discutersi della complessità e del contributo dei dialoghi all’articolazione della trama nei video in parola…), il tema della discriminazione è reale ed investe la possibilità per le persone con disabilità, in questo caso persone sorde, di aver garantito il proprio diritto di partecipare pienamente a tutti gli aspetti della vita e a godere (ops!), come recita l’articolo 9 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, di misure adeguate a garantire, su base di uguaglianza con gli altri, l’accesso all’ambiente fisico, ai trasporti, all’informazione e alla comunicazione, compresi i sistemi e le tecnologie di informazione e comunicazione. Si potrà obiettare che il materiale pornografico offerto da Pornhub e da analoghe piattaforme sia di dubbia moralità o gusto, e che, dunque, non abbia sufficiente lustro per rientrare nelle categorie cui vada associata l’accessibilità per tutti. Tuttavia, il problema sarebbe, in questo caso, mal posto. La pornografia on line, che vede intrattenersi adulti consenzienti e che garantisce a frequentatissimi provider lucrosissimi affari, è legale e legittima, seppure nasconda il gigantesco tema dello svilimento della figura femminile, spesso ridotta a oggetto sessuale, e porti con sé il peso di un messaggio di tipo culturale – cognitivo, potrebbe dirsi – che viene offerto, con conseguenze serie e impatti psicologici e comportamentali oggi difficilmente immaginabili, in particolare per le giovani generazioni. Pur tenendo ben presente un simile scenario, è innegabile che quando la Convenzione ONU richiede, all’articolo 30, che le persone con disabilità abbiano accesso a programmi televisivi, film, spettacoli teatrali e altre attività culturali, in formati accessibili, non può non includersi, piaccia o meno, l’intrattenimento per adulti. Se la condizione disabilità è tale perché accanto alla menomazione, con caratteristiche proprie, va considerata l’interazione con barriere di diversa natura che possono ostacolare la piena ed effettiva partecipazione nella società delle persone con disabilità su base di uguaglianza con gli altri, non si può non concludere che anche la curiosa storia dei sottotitoli al porno rappresenti, con tutto il suo inevitabile carico di sghignazzo, un caso di scuola. E chissà che la vicenda, mentre sta per partire il primo festival di Sanremo totalmente accessibile ed inclusivo per le persone sorde, non favorisca una qualche riflessione in più sui passi che è ancora necessario compiere per assicurare eguali diritti a tutti.

Simone e i permessi della legge 104

Simone Sinigaglia, operaio di 40 anni della provincia di Padova, è morto suicida dopo aver ricevuto la lettera di licenziamento per violazione delle norme che regolano i permessi per l’assistenza ai famigliari con disabilità della legge 104 del 1992. Da quanto si apprende al momento sui giornali, l’azienda aveva dato incarico a degli investigatori di pedinarlo per verificarne i comportamenti nelle giornate di permesso, mentre la famiglia sostiene che facesse semplicemente dei lavori nel giardino della zia, destinataria dell’attività di cura di Sinigaglia. Inutile, di fronte ad una tragedia come questa, azzardare ipotesi e ricostruzioni circa l’accaduto e la condotta dei soggetti coinvolti: come sempre, parleranno gli incartamenti per i successivi approfondimenti. Sulla base di quel poco che si sa, tuttavia, è possibile una breve riflessione circa scopo e natura dei tre giorni di permesso retribuito mensile di cui può godere il lavoratore dipendente, pubblico o privato, che assiste persona con grave disabilità. La legge, modificata più volte, anche alla luce di pronunce della Corte costituzionale, permette l’assistenza al coniuge, al parente o affine entro il secondo grado, ovvero entro il terzo grado qualora i genitori o il coniuge della persona da assistere abbiano compiuto i sessantacinque anni di età oppure siano anche essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti. È evidente, dunque, il favor verso la persona con grave disabilità e il tentativo di individuare comunque, anche in situazioni in cui i congiunti più prossimi non siano in grado di assolvere i compiti di assistenza, una persona di riferimento per la persona e i suoi bisogni. Ma in cosa consiste, di fatto, l’assistenza? A ben riflettere, per la persona con grave disabilità che risieda presso il proprio domicilio (il beneficio non si applica nel caso di ricovero a tempo pieno) non potranno mai essere sufficienti tre giorni al mese per condurre, con dignità, la propria quotidianità. Le tre giornate, in realtà, possono concretarsi in vari modi, a seconda della condizione pratica dell’assistito. Può trattarsi di cura materiale che, limitata nelle giornate lavorativa, dura per tutto il giorno nei casi di permesso. O, come spesso accade, di giornate che vengono utilizzate per disbrigare le tante pratiche mediche o burocratiche che la persona assistita non è più in grado di compiere. Ancora, possono venire utilizzate per accompagnare la persona con grave disabilità presso visite mediche. Insomma, si parla di assistenza a tutto tondo, tesa a rendere migliore la vita di chi si trovi in situazioni di particolare fragilità e che, secondo una recente giurisprudenza, può esplicarsi anche attraverso una mera assistenza spirituale, o di compagnia, per chi passi le sue giornate senza la vicinanza dei propri cari. È un istituto che non prevede paletti troppo rigidi, per evidenti motivi, ed ha natura chiaramente fluida, legata alla situazione del caso. Sta al datore di lavoro, anche sulla base delle indicazioni fornite dall’INPS, conciliare la più ampia fruibilità dei permessi con le esigenze organizzative dell’azienda, dell’ente o della struttura pubblica, cercando sempre di aver bene presente, tuttavia, il bene supremo della tutela del diritto all’assistenza e alla cura della persona con grave disabilità. Non è infrequente, purtroppo, com’è nella natura delle cose umane, imbattersi in casi di disonesto utilizzo del beneficio: patologie da combattere con durezza e che, tuttavia, non debbono inficiare la validità di una normativa di civiltà e di solidarietà. Questo breve excursus per arrivare a dire che, basandosi su quanto emerso sino ad oggi sui quotidiani, i lavoretti che Simone faceva nel giardino della zia potevano ben ricadere nella casistica legittima della fattispecie dei permessi della legge. Non è possibile, al momento, dire altro: troppo scarni i fatti a disposizione e troppo vivo il dolore che ha investito famiglia, amici e colleghi. Le parole si fermano necessariamente qui.

L’uomo in mutande e lo spirito del tempo

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Correva l’anno 2015 e l’operazione “Stachanov”, effettuata dalle forze dell’ordine, portava agli arresti domiciliari un consistente numero di dipendenti del Comune di Sanremo che erano stati filmati mentre timbravano il cartellino e se ne andavano dal posto di lavoro. Saliva agli onori della cronaca Alberto Muraglia, vigile urbano immortalato in mutande a passare il proprio badge: il Comune, procedendo per via disciplinare mentre andava avanti il giudizio penale, aveva deciso di licenziare lui e una trentina di suoi colleghi. Dopo più di quattro anni dai fatti, il colpo di scena: il gup di Sanremo ha assolto Muraglia e altri nove imputati perche il fatto non sussiste, mentre sedici persone sono state rinviate a giudizio e altrettante sono uscite dal processo con un patteggiamento, con ciò comprovando, in parte, l’impianto accusatorio. Pochi minuti e parte la tarantella sui social che cavalca lo sdegno del “popolo della rete” per l’uomo in mutande, furbetto per antonomasia che, per chissà quale cavillo, salva la ghirba e, con tutta probabilità, rientrerà in servizio. Occorrerà naturalmente attendere che le motivazioni del giudice vengano depositate e rese disponibili per entrare nel dettaglio, sebbene sembra potersi affermare che le spiegazioni fornite da Muraglia, goffe o sempliciotte che fossero, siano state considerate attendibili nel corso del giudizio. Aldilà dei fatti e delle circostanze specifiche, tuttavia, la vicenda sembra avere tutte le carte in regola per diventare, a suo modo, un caso di scuola che investe vizi e vizietti del costume nazionale. Quanto accaduto rende intanto necessario un richiamo non banale al principio di garantismo: se le sentenze vanno accettate tutte, non solo quelle che piacciono, Muraglia era e resta innocente, almeno sino all’eventuale colpevolezza provata nell’ultimo grado di giudizio. La Costituzione ci ricorda che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva: un concetto di civiltà giuridica di intuitiva evidenza, senza scomodare Perry Mason. Il secondo aspetto è quello relativo al sensazionalismo a tutti i costi e all’ormai familiare meccanismo che porta a sbattere il mostro in prima pagina: quel che è accaduto è l’ennesima conferma che qualsiasi apparente evidenza va sempre corroborata nelle sedi giudiziarie, senza improvvisati processi sui giornali, nelle televisioni o, men che mai, sui social network. E spetta agli operatori della comunicazione il delicato compito di mettere a disposizione i fatti in modo obiettivo, senza pregiudizi e offrendo la loro legittima opinione senza lanciarsi nella crociata del momento, magari cavalcando e amplificando gli appetiti dell’indignazione a comando, che si abbatte con violenza sulla vita degli individui. “Vengo da quattro anni e mezzo di tortura mediatica per colpe che non ho mai avuto. Sono stato costretto a cambiare vita, reinventarmi un lavoro, sopportare e far sopportare ingiustamente alla mia famiglia il peso di derisioni, mancanze di rispetto, difficoltà. Questi anni nessuno me li restituirà mai – ha detto Muraglia dopo la sentenza – ma ora voglio solo voltare pagina […]. Ho peccato di malcostume, forse di scorrettezza amministrativa, ma non di certo di truffa allo Stato”. Una riflessione seria meritano, infine, origine ed effetti della vulgata dei cosiddetti furbetti del cartellino, vera e propria gallina d’oro di tanta parte dell’informazione e della politica, che sul tema ha costruito consenso e attenzione mediatica. L’allora Presidente del Consiglio, commentando l’accaduto a Sanremo, tuonava: “Se io ti becco a timbrare il cartellino e te ne vai, entro 48 ore te ne vai a casa, sospendendoti, e poi 30 giorni per chiudere il procedimento […]. Questa è gente da licenziare entro 48 ore. È una foto terribile, è una questione di dignità e rispetto verso chi si alza la mattina e mette la sveglia presto per andare a lavorare”. Parole di apparente buon senso ma, in realtà, tese a lisciare il pelo alla rabbia sorda verso tutto ciò che sa di pubblico in Italia attraverso una sorta di moderna legge del taglione, che non conosce gradazioni o sfumature, che non vuole verifiche e che non tollera approfondimenti, considerati un inutile spreco di tempo, sempre poco, sempre meno. Un j’accuse peloso, incessante e martellante, contro i rubagalline del cartellino che ha contribuito a spezzare le gambe di una burocrazia già malandata, senza interrogarsi in profondità su quel che davvero servirebbe per renderla una volta per tutte leva di sviluppo. Intendiamoci: chi truffa lo Stato non solo commette un reato ma, ancor peggio, tradisce il mandato costituzionale di svolgere con disciplina ed onore i propri compiti a servizio della comunità e indebolisce gravemente il tessuto civile del Paese. E nessuno nega i mali che attanagliano la macchina pubblica Italiana, ancora troppo spesso malata di formalismo ed ipocrisia adempimentale. Ma la dimensione civile di uno Stato di robusta costituzione e della sua classe dirigente – politica, economica, amministrativa – si regge sul rispetto delle regole costituzionali e sul comune impegno alla salvaguardia delle Istituzioni, aldilà dei singoli e degli individui. E si basa, soprattutto, sulla capacità di saper interpretare una realtà in costante evoluzione senza i paraocchi dell’immediato e del facile tornaconto. L’esempio di quello che passerà alle cronache come l’uomo in mutande travalica il tema dell’informazione, la qualità della burocrazia o lo spessore della classe politica nazionale ed investe il clima generale del Paese, il suo spirito del tempo. La velocitas dell’oggi non può e non deve essere una facile scusa per inseguire l’attimo, per non riportare il quotidiano, con la parola e con i comportamenti, alla complessità delle cose, senza dover assecondare il corso della corrente. Non serve una repubblica dei migliori ma una società in cui chi riveste ruoli di responsabilità, in ogni campo, eserciti quella necessaria prudenza che salvaguardi i valori profondi che occorre preservare dall’usura del tempo. Mutande o non mutande.

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Dirigenti pubblici e pubblicazione dei dati patrimoniali: una replica a Gian Antonio Stella

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Caro Stella,

confesso di provare una certa difficoltà nel dover ritornare sull’annosa questione della pubblicazione dei dati patrimoniali dei dirigenti pubblici, su cui la Corte costituzionale si è espressa nel febbraio del 2019 con una lunga e articolata sentenza. La mia difficoltà e, aggiungo, il mio disagio, trovano origine da due ordini di motivi, che tenterò brevemente di spiegare e che spero voglia avere la pazienza di leggere.

Il primo investe il merito della questione, di cui Lei tratta nel Suo articolo del sul Corriere della Sera (“Se trasparenza è sinonimo di voyeurismo”, domenica 12 gennaio) e su cui mi sento, pur dopo la pronuncia della Consulta, obbligato ad intervenire per aggiungere qualche dettaglio.

Senza annoiare nessuno con noiosi tecnicismi, può essere utile ricordare che la decisione di ricorrere al TAR (quale audacia, invero!) nasceva dall’intimo convincimento che obbligare i dirigenti pubblici a rendere conoscibili sui siti istituzionali delle amministrazioni di appartenenza il proprio, personale patrimonio, nonché quello del coniuge e dei loro parenti entro il secondo grado, analogamente a quanto disposto per gli eletti della politica, fosse improprio, inutile e illegittimo. Mi sembrava allora, e ne sono convinto oggi, che la disposizione fosse figlia di una certa modaiola morbosità, alimentata da accese campagne contro tutto quel che sapeva di pubblico, e che fosse lunare dover dimostrare all’intera platea degli internauti che non si fosse, a prescindere, corrotti e malfattori. Ebbene, la Corte costituzionale ha stabilito, senza peli sulla lingua, che l’obbligo vale per la politica, il cui legame fiduciario con i cittadini che hanno espresso un voto legittima un penetrante controllo di questo tipo, ma non regge – è incostituzionale – per chi sia un professionista dell’odiata burocrazia, vincitore di concorso pubblico. Esattamente quel che, con le armi del buon senso, si sosteneva mesi addietro, esponendosi a sfottò e ad accuse di tramare nelle segrete stanze dei ministeri per celare agli occhi del mondo, novelli Arpagoni, mucchi di luccicanti monete d’oro ottenute chissà come.

Detto questo, confesso che il mio disagio ed il mio imbarazzo sono, altresì, strettamente legati al tono del Suo articolo. Voglio premettere, senza slancio alcuno di captatio benevolentiae, di seguirLa con attenzione e apprezzamento, sia quando critica, non infrequentemente con più di una ragione, l’azione politica e pubblica, sia, ancor più, quando pone all’attenzione del lettore le tante mancanze nell’assicurare la piena efficacia dei diritti delle persone più fragili, in particolare delle persone con disabilità.

Stavolta, tuttavia, l’approccio alla questione, così come utilizzato nel pezzo, mi è sembrato parziale, ingiusto e financo inutilmente cattivo. Dipingere i burocrati che esultano sui social network come si trattasse “di giarrettiere o baby-doll” (ma in che senso, scusi?) o tratteggiare con sufficienza chi ha esercitato il suo diritto di ricorrere al giudice amministrativo perché riteneva lesa una tal situazione soggettiva non rende giustizia al Suo lavoro. E se dispiace leggere addirittura di “rivolta” di chi riteneva erronee quelle norme (noi paludati burocrati possiamo al massimo inarcare, come il vulcaniano Signor Spock, un sopracciglio), si resta francamente basiti quando si gettano disinvoltamente nel mucchio, con una certa malizia, “gli arricchimenti spropositati di burocrati d’oro come Duilio Poggiolini”. Al netto di ogni verve polemica, sempre legittima, nel momento in cui si venga anche solo lontanamente accomunati a gente di tal fatta mancano, francamente, le parole.

Veda, non ho certamente la pretesa di parlare per le migliaia di colleghe e colleghi che, come me, servono lo Stato e sono ben consapevole – ne ho scritto a iosa – dei tanti, tantissimi problemi che affliggono le nostra macchina pubblica e la stessa categoria dei dirigenti. E non devo neppure convincerLa di alcunché. Tuttavia, credo occorra recuperare un livello minimale di rispetto e fiducia nella buona fede delle altrui posizioni che, certamente, possono e devono essere soggette a severo scrutinio, ma che si spera vengano almeno intercettate e digerite nella loro propria dignità, pur nella diversità di opinioni e di interpretazioni della realtà. Perché, mi creda, chi fa il proprio dovere, avendo scelto di lavorare per la comunità nazionale, è sinceramente stufo di esser preso a pesci in faccia. A prescindere, come avrebbe detto Qualcuno.

Allora, caro Stella, venga a trovarmi in ufficio, a Roma. Sarei lieto di continuare questa chiacchierata. Entri in un Ministero, la accompagno io. Parli con chi ha vinto un concorso e ha investito nello Stato. Veda e giudichi con i suoi occhi, chissà che possa cambiare idea. Magari in peggio, ma guardandoci in faccia, perlomeno.

Pubblicato su Formiche

Vincoli di bilancio e diritti delle persone con disabilità

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Lo scorso 2 gennaio il Consiglio di Stato ha pronunciato una sentenza di particolare interesse sul tema del contemperamento fra valori di natura e rango costituzionale che vanno ad incidere sulla vita delle persone con disabilità. Come riportato dal Redattore Sociale, a seguito del mancato inserimento di un giovane con grave disabilità in un centro diurno per la lamentata mancanza di risorse finanziarie da parte di un’Azienda Sanitaria del Veneto, i giudici amministrativi di secondo grado hanno ritenuto che “l’affermato principio dell’equilibrio di bilancio in materia sanitaria […] non possa essere invocato in astratto, ma debba essere dimostrato concretamente come impeditivo, nel singolo caso, all’erogazione delle prestazioni e, comunque, nel caso in cui la disabilità dovesse comportare esigenze terapeutiche indifferibili, il nucleo essenziale del diritto alla salute deve essere salvaguardato”. In sostanza il Collegio ritiene che le norme a tutela delle persone con disabilità, “in un quadro costituzionale che impone alle Istituzioni di favorire lo sviluppo della personalità, risultano essenziali al sostegno delle famiglie ed alla sicurezza e benessere della società nel suo complesso”, in quanto argini contro fenomeni di isolamento e segregazione che causano costi umani ed economici, potenzialmente insostenibili per le famiglie. Il Consiglio, nel richiamare la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e i principi fondamentali della Costituzione Italiana relativi, ad esempio, alla tutela dei diritti inviolabili dell’uomo e agli inderogabili doveri di solidarietà sociale ed al compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana, pone l’accento su quel nucleo indefettibile di garanzie che costituisce un limite espresso alla discrezionalità del Legislatore e dei pubblici poteri nella individuazione delle misure necessarie alla tutela dei diritti delle persone con disabilità, come già la Corte costituzionale aveva ricordato in materia di diritto al sostegno scolastico in deroga (sentenza n. 80 del 2010). Attenzione però: la pronuncia non vuole significare che l’attore pubblico non sia sempre e comunque obbligato a tenere conto della effettiva disponibilità economica, ma che debba, da un lato, dimostrare concretamente e nel dettaglio la mancanza di risorse e l’impossibilità di reperirne altre e, dall’altro, operare proattivamente nel ricercare diverse soluzioni, anche di natura organizzativa. Solo allora potrà dirsi che non si sia impropriamente inciso sul nucleo fondamentale di garanzie poste a tutela delle persone più fragili. Una posizione, potrebbe dirsi, di buon senso e che, tuttavia, pone un ulteriore dovere a carico delle pubbliche amministrazioni che non potranno limitarsi a constatare i vincoli di bilancio loro posti dall’ordinamento ma dovranno adoperarsi a trovare, ove possibile, soluzioni alternative. Un elemento che dovrebbe spingere, ancora una volta, alla sempre più urgente trasformazione delle amministrazioni – a tutti i livelli di governo – in organizzazioni che contemperino efficacemente controlli e orientamento al risultato. Soccorre, peraltro, in questa interpretazione anche la stessa Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006. Essa evidenzia l’impegno dello Stato a prendere “misure, sino al massimo delle risorse di cui dispone” con esclusivo riferimento ai diritti economici, sociali e culturali, pur senza pregiudizio per gli obblighi contenuti nella Convenzione che siano immediatamente applicabili in conformità al diritto internazionale (art. 4.2). Allo stesso tempo, tuttavia, uno dei concetti fondamentali che accompagna e sostanzia la concreta realizzazione dei diritti contenuti del trattato di New York è quello relativo all’accomodamento ragionevole, ossia l’insieme delle modifiche e degli adattamenti necessari ed appropriati per garantire alle persone con disabilità il godimento e l’esercizio, su base di uguaglianza con gli altri, di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali: si tratta di modifiche ed adattamenti, dice la Convenzione, che non devono imporre un onere sproporzionato o eccessivo, incontrando, dunque, limiti dettati dalla relazione del costo rispetto alla situazione concreta. Ci si muove, evidentemente, in un ambito caratterizzato da una forte elasticità, condizionata dai diversi fattori che incidono sulla situazione di specie e che rende probabilmente con maggiore chiarezza l’ambito di applicazione della sentenza di Palazzo Spada. Occorre, volta per volta, a fronte del rischio di impattare negativamente sul nocciolo duro delle garanzie che, sempre e comunque, debbono essere poste a presidio dei diritti costituzionali delle persone con disabilità, esaminare con estrema attenzione ogni alternativa a disposizione a fronte dei limiti di risorse finanziarie e di bilancio posti all’azione pubblica: non si tratta, come è evidente, di un compito di facile esercizio, comportando alti rischi di valutazione da parte degli attori in campo e una particolare responsabilità da parte del giudice che potrebbe essere chiamato a stabilire se e quanto sia stata diligente e/o efficace l’azione pubblica rispetto alla tutela di un diritto condizionato da vincoli esogeni. Una sfida rilevante per le pubbliche amministrazioni che operano sul campo e per la politica che decide e alloca le risorse.

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La politica di Pantagruele

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Puntuale come la morte e le tasse, il 30 dicembre è stato emanato dal Governo il “decreto Milleproroghe”, una sorta di scialuppa di salvataggio di fine anno che, approvata la legge di bilancio, predispone qualche scivolo per prorogare termini fra i più disparati o interviene per consentire di dar seguito al meglio a indicazioni normative sopravvenute ed urgenti. In tema di dirigenza pubblica, ad esempio, ci si adegua (articolo 1, comma 7) alla sentenza n. 20 della Corte costituzionale dello scorso anno con cui la Consulta aveva censurato alcune disposizioni del decreto legislativo che, in materia di trasparenza, aveva erroneamente ampliato anche alla dirigenza pubblica, oltre che agli eletti della politica, l’obbligo di pubblicazione dei dati patrimoniali (se ne parlava, diffusamente, qui). Tra le tante norme affastellate nel decreto, tuttavia, ce n’è una, anch’essa sulla dirigenza, gettata lì quasi casualmente, che sta a testimoniare, ancora una volta, la pervicace testardaggine di certa politica, che non manca dar corpo e vigore al celebre “vuolsi così colà dove si puote”. I fatti: un asciutto comma (comma 6, articolo 1) informa i cittadini che – traduco dal latinourum della tecnica legislativa – si sospende ulteriormente, sino alla fine del 2020, la possibilità di bandire concorsi pubblici per dirigenti generali. Si tratta di una disposizione introdotta dall’allora Ministro Brunetta che intendeva riservare il 50% delle posizioni di dirigenti di prima fascia a procedure concorsuali, sottraendole alla nomina politica, un’innovazione mai digerita da nessuno. Andiamo avanti: lo stesso comma prosegue disponendo che “la percentuale di cui al comma 6 dell’articolo 19 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, può essere elevata dall’8 per cento al 10 per centro, a valere sulle facoltà assunzionali di ciascuna amministrazione”. Traduciamo ancora: se sino ad oggi era possibile contrattualizzare dirigenti non generali, di seconda fascia, senza passare per un concorso pubblico, nella misura dell’8 per centro della pianta organica, ora quella percentuale sale al 10. Ergo, su 100 incarichi di funzione dirigenziale nelle amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo, 10 potranno essere assegnati ad esterni. Diciamo subito che la dirigenza in quota esterna (e di chiamata politica diretta, almeno per quel che riguarda la dirigenza generale) non è, di per sé, il diavolo incarnato. La norma, introdotta dall’allora Ministro Bassanini, intendeva aprire le amministrazioni, in un momento in cui veniva osannata l’aziendalizzazione a 360 gradi del settore pubblico, a competenze ed esperienze provenienti dall’esterno, seppur ponendo paletti che impedissero che un quisque de populo, per il sol fatto di essere affiliato a quella cordata o a quella parte politica, approdasse illegittimamente ad una posizione pagata dal contribuente. Tuttavia, agli occhi di chiunque mastichi un pochino di amministrazione, i risultati concreti non sono stati certo incoraggianti: non infrequentemente sono stati avanzati dubbi sul fatto che quella tal professionalità non fosse già rinvenibile nella struttura e, soprattutto, l’eccezionalità e la temporaneità del conferimento, che avrebbero dovuto spingere l’amministrazione a darsi da fare per creare in casa quella professionalità che aveva dovuto ricercare nel mercato, non hanno scoraggiato molta politica (e vertici amministrativi) a rinnovare continuamente incarichi su incarichi. Senza contare che, aggirando la ratio della norma, sono stati spesso conferiti incarichi a funzionari già in servizio, considerati, con una buona dose di vivace immaginazione, esterni. Insomma, l’inconfessata voglia di buona parte della politica di assicurarsi dei fideles nel proprio cortile non ha certo giovato ad una macchina pubblica già piena di problemi e rischia di togliere ruolo e dignità alle professionalità che, invece, erano e sono state immesse nella PA correttamente e con profittoSe questo è il quadro, occorre allora interrogarsi su quale fosse lo straordinario caso di necessità ed urgenza che la Costituzione prescrive per l’emanazione di un decreto legge (articolo 77 Cost.) che ha indotto il Governo ad inserire, allo scoccare del 2020, l’innalzamento della famigerata percentuale nel milleproroghe. Si tratta, come ha denunciato UNADIS, l’Unione Nazionale dei dirigenti dello Stato, di una norma ad personam? Il solito, pantagruelico appetito di chi non resiste alla tentazione di entrare, sgomitando, nella gestione di enti e ministeri? O, come si potrebbe maliziosamente supporre, è un cavallo di Troia da presentare in aula nel corso del dibattito parlamentare di conversione del decreto per scardinare definitivamente le salvaguardie dell’istituto? Sia quel che sia, prevale l’amarezza della perdurante miopia di chi non può, non riesce o non vuole guardar lontano e, magari, ripensare e riformulare in radice la questione. Come? Ad esempio prevedendo, nel rimetter mano al corso-concorso per dirigenti della Scuola Nazionale di Amministrazione (SNA), un filone di entrata specificamente dedicato a professionalità del mercato privato che intendano mettersi a servizio della cosa pubblica, accanto ad analoghe porte di entrata per i neo laureati e per chi già lavori in una pubblica amministrazione. Lo fa l’Ecole Nationale d’Administration (ENA) che, a fronte delle trasformazioni annunciate e volute da Emmanuel Macron, ha avuto e continua ad avere il merito di mettere assieme, a mo’ di percorso di accademia, individui di provenienza diversa ma accomunati dai valori repubblicani. Avere una visione che trascenda gli appetiti e le prebende del momento, insomma, invece di giocherellare coi numeri: ne siamo capaci?

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Per una società inclusiva contro quella dello scarto

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Il 2019 si chiude con una brutta storia di discriminazione avverso un gruppo di bambini e bambine con disabilità a Ferentino, in provincia di Frosinone: a leggere quanto riportato dai quotidiani, una struttura termale ha deciso di rifiutare un gruppo di genitori con i loro figli con autismo perché non volevano che gli ospiti venissero disturbati. In Italia, dice uno dei papà in una bella e intensa intervista apparsa su Repubblica, l’autismo fa ancora paura. Occorre ammettere che ha ragione: il brutto episodio avvenuto nel frusinate è, purtroppo, l’ultimo dei tanti che ancora costellano le cronache dei giornali, almeno fra quelli che vengono portati alla luce. Ed è particolarmente odioso perché coinvolge dei minori: mai dimenticare che le bambine ed i bambini con disabilità, soprattutto quelli con disabilità intellettive, sono fra i gruppi sociali maggiormente soggetti a discriminazione, in ragione della loro particolare fragilità. Il Rapporto Mondiale sulla Disabilità dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) del 2011 si apre ricordando ai lettori che la disabilità è una mera condizione umana, tanto che ciascuno di noi, in uno o più momenti della vita, potrà incorrere in una situazione di disabilità permanente o temporanea, se non altro in ragione dell’età, vista la stretta interrelazione dell’insorgere di condizioni che determinano una disabilità nelle persone anziane (l’Italia, lo ricorda l’ISTAT nel suo rapporto annuale, è un paese a trazione anziana). È, tuttavia, una condizione che difficilmente si pensa possa entrare nella vita di ciascuno, grazie ad un meccanismo di rimozione e rifiuto potentissimo, tanto che la storia della disabilità narrata nel bel libro di Matteo Schianchi (“Storia della disabilità. Dal castigo degli dèi alla crisi del welfare”, Carocci, 2012) è caratterizzata dalla paura, dalla fatica dell’accettazione, dall’abitudine a nascondere, celare agli occhi degli altri una condizione che si considerava talvolta una punizione divina, talaltra un capriccioso castigo del fato. La paura, dunque: il timore della diversità, la fatica di accogliere – meglio bandire il termine tollerare – condizioni, situazioni ed esigenze differenti che evidentemente significa, per taluni, mettere in discussione il proprio, piccolo confine, la propria comfort zone. Vuol dire, si potrebbe immaginare, scardinare quelle coordinate che fanno di molta parte delle nostre comunità delle aree ritagliate su misura per individui che siano adatti solo ed esclusivamente ad un certo modus vivendi che pare essere l’unico possibile per certi, predeterminati fini, tendendo ad espellere dal club tutta un’ampia categoria di persone che potremmo definire fragili, in ragione della loro condizione sociale, economica, di vita o del loro genere, dell’età o dell’orientamento sessuale, potenzialmente svantaggiate e soggette a situazioni di possibile multidiscriminazione. Senza inerpicarsi in sentieri di sociologia spicciola, sembra innegabile che, a fronte di un quadro normativo certamente avanzato – seppur sempre perfettibile – è tuttora presente una sfida di carattere culturale contro lo stigma che resta ancora incollato sulla pelle di tante, troppe persone con disabilità. Come è stato ricordato in un recente incontro presso il Comune di Roma organizzato dalla Cooperativa Matrioska, nell’immaginario collettivo le persone con disabilità restano ancora gli eterni bambini, relegati in una situazione di minorità, magari venata di paternalismo, che ostacola la loro crescita civile e l’acquisizione di una piena cittadinanza ed il godimento, al pari di tutti gli altri cittadini, di eguali diritti. Si pensi, ad esempio, all’impatto della campagna virale lanciata da Iacopo Melio per “Vorrei prendere il treno”, che esemplifica limpidamente come i gesti più semplici e banali della vita quotidiana – come salire su un mezzo di trasporto, andare al cinema o prendere il sole in spiaggia – siano spesso proibitivi per le barriere, fisiche come sociali e culturali, che le persone con disabilità si trovano innanzi. Se questo è e resta il quadro di contesto, diviene allora sempre più intollerabile assistere a episodi di discriminazione, di violenza e di abuso che non possono trovar posto nella società Italiana. Indignarsi? Certamente. Ma quali, poi, le soluzioni? Lavorare per la cultura dell’inclusione, intanto: quanti di noi sono al corrente che sin dal 2006 esiste una Convezione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità? Quanti di noi sono a conoscenza del fatto che in Italia le persone con disabilità intellettiva votano? Quanti di noi hanno riflettuto con attenzione su tutti quei comportamenti che possono creare un disagio ad altri come, tanto per fare un esempio banale, parcheggiare un veicolo in prossimità di uno scivolo e su un marciapiede? Ecco perché è compito delle autorità pubbliche, assieme alle organizzazioni della società civile rappresentative delle persone con disabilità, fare ogni sforzo per incidere su un cambio di passo culturale, sin dalla scuola, per far sì che la nostra società sia veramente inclusiva e riesca a “garantire e promuovere la piena realizzazione di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali per tutte le persone con disabilità senza discriminazioni di alcun tipo sulla base della disabilità”, come ricorda la Convenzione delle Nazioni Unite. Tra le voci che costantemente risuonano per dar fiato a questa svolta, si leva quella di Papa Francesco che, in occasione della giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità di quest’anno, ha ricordato come oggi “si constata la presenza della cultura dello scarto” e molte persone con disabilità sono discriminate ed escluse e “sentono di esistere senza appartenere e senza partecipare”. Per questo, spiega Francesco, è necessario non solo tutelare i diritti dei disabili e delle loro famiglie, ma “rendere più umano il mondo, rimuovendo tutto ciò che impedisce loro una cittadinanza piena, gli ostacoli del pregiudizio, e favorendo l’accessibilità dei luoghi e la qualità della vita, che tenga conto di tutte le dimensioni dell’umano”. Non si sarebbe potuto dir meglio.

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Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma

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Occorre ”separare il comparto scuola dal comparto ricerca e università. Sembrano appartenenti alla stessa filiera ma hanno logiche molto diverse, hanno esigenze e problematiche molto diverse. Quindi, mi farò latore della creazione di un nuovo ministero dell’Università e della Ricerca”: queste le parole del Presidente del Consiglio dei ministri nel corso della conferenza stampa di fine anno. Dopo le recenti dimissioni dell’ex Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, il dicastero di Viale Trastevere, a sorpresa, si scinde: da un lato la scuola, dall’altro l’università e la ricerca. Come nel caso di altre strutture ministeriali, la scomposizione (e ricomposizione) di competenze e funzioni non costituisce certamente una novità. La riforma dell’allora Ministro Bassanini, che con due decreti legislativi del 1999 aveva ridisegnato attori e perimetro  dell’amministrazione centrale, riunì sotto un’unica autorità politica il Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica ed il Ministero della Pubblica Istruzione, e solo col Governo Prodi II, nel 2006, i due rami vennero nuovamente separati, per essere successivamente ricomposti, nel 2008, col Governo Berlusconi IV. Fatti salvi i tempi tecnici per la predisposizione del necessario veicolo normativo, le due componenti che sino ad oggi hanno costituito il MIUR (un acronimo ormai consueto nell’oscuro lessico dei burocrati) prendono, dunque, strade diverse. Non interessa, in questa sede, affrontare il tema della bontà o meno di tale scelta e, men che meno, analizzare le eventuali motivazioni di natura squisitamente politica della decisione: c’è, tuttavia, un aspetto della questione che non guadagnerà, c’è da scommetterci, i titoli dei giornali o dei notiziari, ma che riveste una importanza decisiva. Con tutta probabilità sarà un decreto legge a determinare lo scorporo dei due tronconi del vecchio ministero, seguito dal conferimento delle deleghe ai due nuovi membri dell’Esecutivo. Partirà, da quel momento, un tormentato iter per accompagnare l’amichevole divorzio fra l’anima della scuola e quella dell’università, sinora conviventi sotto lo stesso tetto.

In soldoni: dalle ceneri del MIUR vanno incontro a nuova vita, speranzosi, due esseri che abbisogneranno del necessario per sopravvivere e prosperare, desiderosi di farsi una propria famiglia. Occorrerà, intanto, dividere l’appartamento e i figli (sedi e risorse umane), procedendo, contestualmente, a disporre quanto serve per rifarsi una vita. I due ex, tornati sul mercato, dovranno rinnovare il guardaroba e un bel regolamento di organizzazione nuovo di zecca sarà il perfetto abito della festa, seguito da un successivo decreto ministeriale che, completando il corredo, ridefinirà minuziosamente i compiti degli uffici. La cerchia più stretta di amici e parenti, come sempre accade nelle separazioni, subirà inevitabilmente qualche scossone e molti sceglieranno l’uno o l’altra, determinando l’ingresso in casa di nuove conoscenze: ecco, quindi, la necessità di avere due capi (e vice) di gabinetto, due capi (e vice) del legislativo, due capi della segreteria particolare, due capi della segreteria tecnica,due referenti dell’anticorruzione e trasparenza (con relativi piani), due portavoce e due uffici stampa, due comitati unici di garanzia, due organismi indipendenti della valutazione, due URP, due strutture che dovranno occuparsi di personale, bilancio e affari generali. Insomma, dove prima c’era una comunità, con i suoi componenti e le sue regole consolidate, vanno ora a formarsi due nuove famiglie, che dovranno affrontare il problema di metter su casa, allacciare le utenze, rimettersi in forma. È un processo non semplice, che richiede molto tempo, denaro e buona volontà. E che, se non adeguatamente governato, rischia di trascinarsi a lungo, impattando negativamente sul funzionamento delle strutture e, in ultima analisi, sui cittadini. Come spesso accade, il sol fatto di prendere una decisione o di approvare una norma non determina, automaticamente, un effetto, per il quale, al contrario, occorre dispiegare tempo ed energie, dando corpo e concretezza alle indicazioni espresse a monte. È una elementare banalità che, tuttavia, sfugge molto spesso al dibattito pubblico. Sarà bene, al contrario, tenere bene a mente come funzionano davvero le cose una volta che i riflettori si sono spenti: non sia mai che i due decidano di tornare assieme!

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Buon Natale, Signor Presidente

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Si avvia a chiusura un anno complicato per l’Italia, una delle grandi potenze economiche mondiali che, a dispetto del suo status, soffre di tanti problemi. Come tutte le società complesse, anche quella Italiana deve fare i conti con la difficoltà di assicurare, per dirne una, il corretto dispiegarsi dei processi di formazione delle decisioni e delle politiche, in piena trasparenza e col supporto di una robusta attività deliberativa pubblica. Occorre anche far fronte, inoltre, a crescenti diseguaglianze sociali ed economiche, che impattano soprattutto sulle categorie più fragili della popolazione, e che possono suscitare, al contempo, diffusi malumori e forti spinte critiche verso l’azione pubblica e quella politica, sfibrando il tessuto civile del Paese. Una considerevole responsabilità pesa sulle spalle della politica e delle amministrazioni pubbliche, sulle donne e gli uomini che, come si usa dire, sono la testa e le gambe della pratica di governo. Amministrare la cosa pubblica non è cosa semplice: aldilà delle intenzioni proclamate o degli slogan, ci si deve confrontare con la complessità dell’azione quotidiana, che richiede studio, analisi e capacità di tenere nel conto i molteplici fattori che entrano in gioco quando si programma e si pone in essere una politica pubblica. In questo difficile quadro, la figura e l’autorevolezza del Presidente della Repubblica rappresenta, senza ombra di dubbio, un faro. Difficile immaginare, in tutta onestà, il carico di responsabilità che grava su chi venga chiamato all’ufficio più alto. La Costituzione affida al Capo dello Stato molte ed importanti funzioni, che fanno del Presidente un attore essenziale e indefettibile del nostro ordinamento, guardiano dei complessi meccanismi che regolano i rapporti fra poteri diversi e arbitro fondamentale nei momenti di crisi, nel quale trovano soluzione costituzionale le inevitabili tensioni politiche e istituzionali che attraversano, di sovente, la nostra vita politica. Non è solo lo statura istituzionale, tuttavia, che è manifesta ed evidente. Sergio Mattarella, salito al Quirinale nel 2015, ha posto l’accento, a più riprese, sul senso della Repubblica e del valore delle Istituzioni, non mancando di denunciare senza esitazione fratture profonde come, recentemente, nel caso della lotta alla corruzione, ricordando a tutti come chiarezza delle norme, trasparenza e imparzialità dell’azione amministrativa siano i pilastri portanti dello Stato democratico. Egli, tuttavia, ha anche inteso sin da subito dar ampio spazio ad una significativa attenzione per tutte quelle situazioni di disagio e fragilità che sono comuni a molti cittadini Italiani, con ciò evidenziando come l’inclusione sociale ed economica costituisca uno dei requisiti essenziali della robustezza della Repubblica, e riempendo di nuovo significato il principio costituzionale di eguaglianza, in particolare per quel che concerne il compito della Repubblica di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscano il pieno sviluppo della persona umana”. Il costante impegno a favore delle persone con disabilità, delle bambine e dei bambini, delle persone più fragili è apparso limpido nell’azione quotidiana del Quirinale, testimoniato, peraltro, dall’attenta scelta di coloro che sono stati insigniti delle Onorificenze al Merito della Repubblica Italiana, eroi quotidiani che si sono distinti per l’impegno civile e la dedizione al bene comune. Ecco, dunque: l’instancabile attività del Presidente ricorda a tutti, ed in primis a chi ha l’onore – e l’onere – di servire lo Stato e la Repubblica, due cose: che, come ricorda la Costituzione, coloro cui siano affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore; e che il quotidiano impegno nelle Istituzioni deve essere sempre accompagnato dalla chiara visione che il fine ultimo sia e resti non certo il personale interesse ma il benessere dei cittadini e della comunità. Dimenticarsene, alle prese col giornaliero tritacarne, può essere più facile di quanto si pensi, ed è alto il rischio di perdere di vista il senso della propria azione: anche per questo è importante la figura e la persona del capo dello Stato. Quindi grazie, Signor Presidente. E buon Natale.

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