La fase 2 della PA: molte cantilene ma (ancora) poca visione

assunzioni

È finalmente partita, fra qualche confusione e con legittima prudenza, la cosiddetta fase 2 della strategia di uscita dalla vera e propria ibernazione in cui il Paese è stato indotto per contrastare la diffusione del contagio da Covid-19. Le previsioni economiche per i prossimi mesi sono di quelle da far tremare i polsi e le conseguenze sociali con ogni probabilità impatteranno trasversalmente su tutta la popolazione, colpendo più duramente, come sempre accade, le categorie più fragili ed esposte. Uno scenario che deve preoccupare tutti e nel quale deve rientrare un serio discorso che investa ruolo e funzionamento della pubblica amministrazione, sia per il contributo che è chiamata a dare nel momento presente, sia, ancor più, quale attore determinante nello scenario post-coronavirus. Da questo punto di vista, il tema sul piatto di Governo e Parlamento sembra essere quello di rendere più efficiente ed efficace l’azione pubblica, per assecondare e accompagnare, ora e domani, le dinamiche di una società complessa e matura come quella Italiana. In parole povere: semplificare l’agire della macchina pubblica – a tutti i livelli di governo – a servizio della politica e dei cittadini, poter contare su personale adeguatamente formato e aggiornato, fare sì che la burocrazia, attraverso la funzione propria di assicurare l’imparzialità dell’azione amministrativa e di erogazione di servizi, sia sempre più reattiva avverso le molteplici sfide che si presentano e si presenteranno in futuro. In questo quadro, sono due gli aspetti, fra loro strettamente correlati, per costruire una visione condivisa su cui investire, proprio ora che a tutti verrà richiesto di darsi da fare: ripensare l’organizzazione del lavoro pubblico e rendere più veloce, al netto delle necessarie fasi procedurali, l’azione pubblica.

Per quanto riguarda il primo punto, si sono recentemente spesi fiumi d’inchiostro sull’esplosione del lavoro agile nella PA: si è già scritto che lo smart working d’emergenza ha senza dubbio dato un salutare scossone alla gestione quotidiana degli uffici pubblici, confermando che, grazie all’utilizzo delle tecnologie informatiche, una parte importante del lavoro giornaliero può essere resa da esterno, con una serie di evidenti benefici per l’ambiente e per il lavoratore. Se si sarà capaci di rendere strategica la forma agile di prestazione lavorativa, senza frettolose marce indietro e resistendo alla irrefrenabile voglia di scrivania che già si agita nei cuori di molti riottosi al cambiamento, si pianterà un paletto essenziale nel campo della trasformazione dell’organizzazione del lavoro della nostra amministrazione pubblica. È, certamente, una condizione necessaria ma non sufficiente: un cambio di paradigma culturale di questa magnitudine richiede, come disposto dalla recente circolare n. 3 del 2020 della Ministra per la pubblica amministrazione, di “mettere a regime e rendere sistematiche le misure adottate nella fase emergenziale, al fine di rendere il lavoro agile lo strumento primario nell’ottica del potenziamento dell’efficacia e dell’efficienza dell’azione amministrativa”. È fondamentale, ad esempio, formare lavoratori e dirigenza e far sì che quest’ultima, su cui ricade l’onere della quotidiana spinta trasformativa, sia adeguatamente supportata attraverso un insieme minimo di regole chiare, evitando l’errore di voler a tutti i costi ingabbiare e regolamentare ogni minimo aspetto della prestazione lavorativa che, una volta per tutte, dà evidenza al risultato e non al controllo orario, con caratteristiche elastiche e adattabili alla bisogna. Senza voler costringere lo smart working nelle strette maglie dell’organizzazione simil-fordista, sarà allora sufficiente che si declinino le attività escluse dalla modalità agile, che si preveda una sufficiente connotazione della fattispecie nei contratti nazionali e integrativi e che sia attentamente considerata la sicurezza minima del lavoro da remoto, integrando la prestazione resa in modalità agile nelle attività di monitoraggio degli obiettivi.

Passando al secondo aspetto essenziale per immaginare la PA post emergenziale e ripensarne l’organizzazione, è evidente che si rende necessario scomporre e ricomporre la stessa azione amministrativa. È sufficiente sfogliare un qualsiasi quotidiano o ascoltare le dichiarazione di molti tra gli esponenti dei partiti e dei movimenti politici per cogliere il mantra della fase 2: semplificare i processi, sconfiggere la burocrazia, liberarsi dagli ostacoli che potrebbero rallentare la ripresa. Il caso del ponte di Genova è, da questo punto di vista, assolutamente esemplare: aver derogato al complesso di norme del codice degli appalti ha portato alla rapida conclusione dei lavori, sanando la dolorosa ferita del crollo del 2018. Ci si chiede allora da più parti se le regole che disciplinano l’agire della PA – negli appalti e, per estensione, in generale – siano troppo numerose o efficaci, e come avere a disposizione un’amministrazione più semplice e più veloce. Mettendo da parte le lamentele di prammatica sulla burocrazia, recitate a mo’ di stanca cantilena senza la piena complessità dei temi di cui si discute, è opportuno mettere in chiaro da subito che viviamo di una ineliminabile complessità: sin da quando lo Stato contemporaneo ha ritenuto opportuno occuparsi non esclusivamente di ordine pubblico e sicurezza delle frontiere, l’esigenza di regolamentare la complessa rete di attività, relazioni e dinamiche sociali, giuridiche e economiche è aumentata esponenzialmente. Tuttavia, se è velleitario pretendere che un ampio spettro di norme, che inevitabilmente debbono essere connotate da un altro grado di tecnicismo, sia facilmente digeribile da chiunque, altra faccenda è che il Legislatore intervenga cum grano salis, con approccio organico e non estemporaneo che, a valle, complica la vita per chi sia chiamato ad applicare o interpretare le disposizioni normative. Cattiva qualità di redazione delle leggi e numero abnorme delle stesse contribuiscono a creare un groviglio che spetta poi al burocrate, novello esegeta, districare nel suo agire quotidiano: la necessaria discrezionalità di cui il dipendente pubblico deve godere è direttamente correlata all’attività di ricostruzione di un quadro ordinamentale spesso confuso e frastagliato ed è strumento indispensabile per tentare di trovare la strada giusta da seguire nei diversi dossier. Inutile negare, poi, che l’incertezza sul da farsi e la pluralità di responsabilità che scandisce minuto per minuto l’azione amministrativa possono rallentare le procedure e, talvolta, servire da facile scudo per chi voglia farsi paravento del blob normativo, scaricando a valle i ritardi a danno dei cittadini.

Il Parlamento può decidere di eliminare alcuni controlli, ridurre i tempi, generalizzare il silenzio-assenso: il ventaglio di opzioni sul tavolo è amplissimo e spetta alla politica compiere le scelte del caso. Le modalità di regolazione dell’attività dei pubblici poteri, purché in aderenza ai principi costituzionali in materia, non sono scolpite nella pietra e possono cambiare al mutare delle esigenze della società, cui la PA è servente. Attenzione, però: sarebbe pericoloso scaricare per intero sulle spalle degli amministratori pubblici l’onere di gestire una semplificazione tagliata con l’accetta che, nella concreta attuazione, potrebbe paradossalmente gestire maggiore complicazione, rimproverando magari al funzionario di non volersi addossare qualche rischio. Gestire la cosa pubblica non vuol dire sedersi ad una tavolo da poker: la posta è il diritto dei cittadini a risposte veloci e solide e tutte le parti in causa devono assumersi le proprie responsabilità, senza inutili, vicendevoli scaricabarile tra politica e burocrazia e evitando di alimentare lo scontro sociale, oggi più che mai. È richiesta una visione di lungo periodo, non (esclusivamente) condizionata da obiettivi di respiro corto. Rimbocchiamoci le maniche ora.

Pubblicato su Start Magazine

 

I tre requisiti per immaginare la PA post emergenza

coronavirus_social-600x381 (1)

Pare avvicinarsi, fra molte incertezze, la “fase 2” dell’emergenza sanitaria dettata dall’epidemia da COVID-19: mentre altri Paesi europei procedono a passi spediti verso un’apparente normalizzazione, la situazione Italiana soffre di una confusione di fondo in cui le voci del Governo, delle regioni e dei diversi stakeholder si affastellano, tutti proclamando la necessarietà della condivisione e unanimità delle scelte fondamentali ma, spesso, marciando fra spintoni e dispetti. Tutti concordano, almeno, sulla gravità del passaggio storico, e sulle conseguenze sociali, economiche e – si aggiunga – psicologiche, dell’impatto dell’epidemia: è sufficiente leggere, a tale proposito, le recenti riflessioni di Muhammad Yunus per rendersi conto della portata storica del momento che si attraversa. Se questo è il contesto, una delle priorità è rimettere sui binari la macchina pubblica del Paese che, mai come oggi, ha sulle spalle la responsabilità di operare quale infrastruttura necessaria e indispensabile per cittadini, famiglie e imprese. Non solo la burocrazia deve essere in grado di perseguire l’ordinario, ma è essenziale, al contempo, sostenere lo sforzo ulteriore a favore di chi ha subito conseguenze pesantissime dal punto di vista lavorativo e sociale a seguito dell’emergenza da Coronavirus.

A dare ascolto ai principali di mezzi di comunicazione, c’è però poco da stare allegri: Raffaella Saporito, docente di SDA Bocconi, ha cercato quali e quanti articoli della stampa italiana contenessero la parola “burocrazia” tra la metà di marzo e la metà di aprile, trovando 5520 interventi, oltre la metà dei quali collegano il tema burocrazia al Coronavirus,  “L’impressione”, scrive Saporito, “è che non ci sia niente di nuovo in questa nuova ondata di insofferenza anti-burocratica, se non la miccia: una straordinaria emergenza sanitaria, già diventata economica e sociale, che acuisce il bisogno di istituzioni pubbliche e ne rende più visibili i limiti”, dato che “quando i bisogni aumentano, ma le risorse scarseggiano, la tolleranza verso le inadeguatezze delle amministrazioni crolla e alimenta un discorso pubblico di discredito verso una PA incompetente o addirittura malevola e capricciosa”. Si è già tentato di descrivere come quando si parli di burocrazia la confusione regni sovrana e che la continua e pervicace commistione di piani fra politica e tecnostruttura sia un formidabile ostacolo ad affrontare, col pensiero lungo che merita, il tema di rendere sempre più adeguata alle sfide del tempo presente la macchina pubblica, composta – elemento non secondario – dalle tante pubbliche amministrazioni ai diversi livelli di governo. Eppure, le drammatiche conseguenze dell’emergenza epidemiologica e l’incertezza della gestione del futuro possono e devono costituire una spinta formidabile per coniugare almeno le basi di una strategia per la PA del dopo virus.

In un’ideale classifica dei prerequisiti di sistema per la PA del dopo virus, al terzo posto si piazza il cessare le ostilità da parte di tanta parte delle classi dirigenti del Paese e di buona parte del mondo dell’informazione, così da dismettere, una volta per tutte, stereotipi e slogan in materia di cosa pubblica che solletichino la pancia di chi vede, purtroppo, aumentare il proprio disagio e ragionare, invece, in termini di fatti, cifre e circostanze. È arrivato il momento di bonificare il dibattito pubblico, da sempre sporcato da ignoranza o malafede circa chi siano e cosa facciano i civil servant e fare ogni sforzo per entrare nel merito dei diversi problemi. Ostinarsi a parlare di pubblica amministrazione unicamente per i famosi “furbetti del cartellino”, per i fantomatici stipendi da sceicchi dei dirigenti o, ancora, per propalare la vulgata del fannullone menefreghista potrà continuare fare audience ma non sposta di un millimetro le questioni che contano. Replicare ad nauseam gli stessi, identici articoli di denuncia o i medesimi servizi televisivi che mettono alla berlina le patologie proprie di qualsiasi organizzazione complessa ha fatto il suo tempo: la vicenda del celebre “uomo in mutande” del Comune di Sanremo, dichiarato innocente dopo essere stato sbattuto in prima pagina per mesi, dovrebbe servire da utile memento a molti. Per dirlo chiaro: la critica, aspra e senza guanti bianchi, è legittima e, anzi, doverosa. Sia, allo stesso tempo, onesta.

Al secondo posto, di converso, deve trovar posto lo sforzo fondamentale delle amministrazioni pubbliche di premere l’acceleratore sulla leva organizzativa per procedere nella trasformazione del proprio schema cognitivo e comportamentale, mettendo definitivamente in piedi un cambio di paradigma ormai maturo. Favorire l’iniziativa individuale, affiancare alle necessarie griglie procedurali e gerarchiche nuove modalità di lavoro che privilegino il raggiungimento del risultato in un’ottica di crescita dell’organizzazione sono solo alcune degli interventi la cui responsabilità finale non può che ricadere sulla dirigenza pubblica, lavorando, evidentemente, sull’ambito interpersonale, relazionale e cognitivo. Un compito, invero, arduo per chi è il prodotto di una cultura il cui peccato originale è l’adempimentizzazione. Da questo punto di vista, come già osservato, è ad esempio necessario che resti traccia della vera e propria valanga costituita dallo smart working d’emergenza che si è abbattuta con violenza sugli uffici pubblici e che ha sostanzialmente stravolto tempi, relazioni e prassi interne, intaccandone l’impianto spesso sclerotico. È evidente che, a quadro normativo vigente, gli spazi di movimento creativo da parte dell’individuo e dell’organizzazione nel suo complesso sono limitati da un reticolo di norme accumulate negli anni che hanno mirato, da un lato, a scandire ogni passaggio del quotidiano amministrativo e a perpetuare l’occupazione di ogni spazio di discrezionalità con previsioni di dettaglio e contribuendo ad alimentare, con l’ossessione del controllo, quella che taluno chiama amministrazione difensiva; dall’altra, a rendere enormemente complesso il fluire dell’agire pubblico, con tempi che la pubblica opinione trova indigesti, soprattutto in presenza di emergenze come quella attuale.

In cima sul podio sale, ovviamente, la classe politica e di governo. Nell’incessante dinamica fra politica e burocrazia, alla prima spetta non solo l’individuazione degli obiettivi da perseguire durante il mandato pro tempore di governo ma, in prima istanza, la responsabilità di costruire la visione del tipo di amministrazione di cui si vuole dotare il Paese. Volendo semplificare, si potrebbe dire che dagli anni ’90 ad oggi l’approccio verso la PA, dopo la sbornia aziendalista, è stato sostanzialmente quello della riduzione dei costi (tagli lineari e blocco del ricambio del personale) senza intervenire sulla trasformazione profonda della macchina, quasi dando per scontato che la strategia da adottare fosse quella della limitazione del danno e coglierne, al massimo, i frutti elettorali. Va detto, con rammarico, che molta politica ha fallito, per mera miopia, disinteresse o espresso pregiudizio ideologico, nella missione di investire su uno dei principali beni del patrimonio del Paese, riuscendo troppo spesso a dar vita a una serie di presunte “riforme epocali” il cui pensiero dominante era esplicito: il sospetto. Paradossalmente, poi, ad una amministrazione messa a dieta ferrea e militarmente imbrigliata sono stati attribuiti, via via, compiti sempre maggiori, grazie ad una ipernormazione bulimica (sempre più a cura dell’esecutivo), salvo poi lamentare che la burocrazia non riuscisse a tirar fuori dal cappello, come per magia, gli output desiderati un secondo dopo. Un cortocircuito perverso da cui non si riesce ancora ad uscire, a meno di stipulare un nuovo patto in cui entrambi gli attori esplicitino, fino in fondo e senza riserve, le proprie responsabilità di fronte alla comunità di cittadini.

Come ha scritto Yunus, “il coronavirus ha cambiato radicalmente il contesto delle cose e i dati spiccioli. Ha spalancato davanti ai nostri occhi possibilità temerarie che non erano mai state prese in considerazione in precedenza. All’improvviso, eccoci di fronte a una tabula rasa. Possiamo andare in qualsiasi direzione vorremo. Che incredibile libertà di scelta!”. Questo vale per l’economia e vale, allo stesso tempo, per il settore pubblico: l’economia, sostiene il Premio Nobel bengalese, è uno strumento di cui servirsi, che occorre continuare a progettare e riconfigurare finché non renderà tutti felici. Ecco, burocrazia e strutture pubbliche sempre più efficienti e, soprattutto, al passo coi tempi forse non faranno necessariamente felici gli Italiani, ma potranno rendere la vita più semplice a tutti, burocrati inclusi. La palla è in campo.

Pubblicato su Linkiesta

Mamma, ho perso un DPCM!

 

EVftu93WkAEBHHA

Si parla molto, finalmente, di lavoro agile (o smart working) per il settore pubblico, che il Governo, a mo’ di leva per contribuire a contrastare l’emergenza coronavirus, ha spinto con decisione attraverso una pluralità di interventi normativi. A bene seguire, tuttavia, il tortuoso svolgersi di decreti-legge, decreti del Presidente del Consiglio dei ministri (DPCM) e circolari, si smarrisce il filo e si perde traccia di cosa serve a cosa. Cominciamo.

Il DPCM 11 marzo 2020 prevedeva, fra le misure di contrasto al contagio, che le pubbliche amministrazioni assicurassero lo svolgimento in via ordinaria delle prestazioni lavorative in forma agile del proprio personale dipendente, anche in deroga agli accordi individuali e agli obblighi informativi, individuano le attività indifferibili da rendere in presenza (art. 1, co. 6), con effetto sino al 25 marzo successivo.

Con decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, il Governo stabiliva (art. 87, co. 1) che “fino alla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica da COVID-2019 […] il lavoro agile è la modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nelle pubbliche amministrazioni”, dopo aver chiuso, il 2 marzo, la fase sperimentale dello smart working.
Conseguentemente, disponeva il decreto alla successiva lettera a), le PA “limitano la presenza del personale negli uffici per assicurare esclusivamente le attività che ritengono indifferibili e che richiedono necessariamente la presenza sul luogo di lavoro, anche in ragione della gestione dell’emergenza”.
Fino al 31 luglio, dunque, la regola generale stabilita il 17 marzo vuole che i pubblici dipendenti lavorino, di norma, da remoto.

Il successivo decreto-legge n. 19 del 25 marzo 2020, otto giorni dopo, all’art. 1, rubricato “Misure urgenti per evitare la diffusione del COVID-19”, disponeva (co. 1) che “per contenere e contrastare i rischi sanitari derivanti dalla diffusione del virus COVID-19, su specifiche parti del territorio nazionale ovvero, occorrendo, sulla totalità di esso, possono essere adottate, secondo quanto previsto dal presente decreto, una o più misure tra quelle di cui al comma 2, per periodi predeterminati, ciascuno di durata non superiore a trenta giorni, reiterabili e modificabili anche più volte fino al 31 luglio 2020, termine dello stato di emergenza dichiarato con delibera del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020”.
Fra queste misure di contrasto al contagio rileva “la limitazione della presenza fisica dei dipendenti negli uffici delle amministrazioni pubbliche, fatte comunque salve le attività indifferibili e l’erogazione dei servizi essenziali prioritariamente mediante il ricorso a modalità di lavoro agile (lettera s) nonché la “predisposizione di modalità di lavoro agile, anche in deroga alla disciplina vigente (lettera ff).
Per quel che riguarda l’attuazione delle misure di contenimento (art. 2), tali misure sono adottate (comma 1) con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta dei competenti ministri.
In altre parole, posto che sino al 31 luglio i pubblici dipendenti lavoreranno da remoto, possono adottarsi dei DPCM che stabiliscano, a partire dal 25 marzo e di mese in mese, le misure specifiche sul punto, in particolare circa le attività indifferibili e l’erogazione dei servizi essenziali prioritariamente mediante il ricorso a modalità di lavoro agile.

È il successivo DPCM del 1 aprile a riportare le disposizioni attuative del decreto-legge n. 19 del 25 marzo, nulla disponendo specificamente in materia di lavoro agile dei pubblici dipendenti e prevedendo all’art. 1 che l’efficacia delle disposizioni dei DPCM dell’8, 9, 11 e 22 marzo venga prorogata fino al 13 aprile 2020 (Pasquetta). Fra questi, il DPCM dell’11 marzo prevedeva che le PA assicurano lo svolgimento in via ordinaria delle prestazioni lavorative in forma agile del proprio personale dipendente con effetto sino al 25 marzo successivo.
Deve dunque ritenersi che il DPCM del 1 aprile abbia prorogato sino al 13 aprile gli effetti del DPCM dell’11 marzo (i cui effetti terminavano il 25 marzo) con particolare riferimento al fatto che i dipendenti pubblici lavorino da remoto, già codificato dall’intervenuto decreto-legge del 17 marzo?

Il DPCM del 10 aprile 2020, al pari del DPCM del 1 aprile, ha poi disciplinato (art. 1, co. 1) ulteriori disposizioni attuative del decreto-legge 25 marzo 2020, n. 19, e, specificando che rimane fermo “quanto previsto dall’art. 87 del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, per i datori di lavoro pubblici” (lettera gg), all’art. 8, co. 1, precisa che le disposizioni del decreto sono efficaci fino al 3 maggio 2020 e che cessano di produrre effetti i precedenti DPCM dell’8 marzo, del 9 marzo, dell’11 marzo, del 22 marzo e del 1 aprile.
Ergo: il DPCM del 10 aprile si richiamerebbe direttamente alle disposizioni generali del decreto-legge del 17 marzo, non disponendo nessuna misura specifica in materia di lavoro agile nella PA, ed estendendo la sua validità sino al 3 maggio.
Deve dunque ritenersi che il DPCM del 10 aprile estenda sino al 3 maggio le disposizioni del DPCM 1 aprile in materia di lavoro agile per le PA che, a sua volta, implicitamente richiamava il DPCM dell’11 marzo che poteva, tuttavia, ritenersi surclassato dalla disposizione relativa ai DPCM a cadenza mensile del decreto-legge 25 marzo?

Io, onestamente, mi sono perso.

Burocrazia for dummies (spiegata facile facile)

traversi-la-tempesta-della-burocrazia-89862714

Parafrasando Mao Zedong, grande effettivamente è la confusione sotto il cielo d’Italia durante queste difficili, maledette settimane: Stato contro regioni, regioni contro sindaci, sindaci contro ministri, scienziati contro politici, cittadini contro runner. Non tutto è perduto, fortunatamente: a salvaguardare l’unità nazionale viene in soccorso un antico, solidale sentire comune: tutti contro i burocrati. Squilla la fanfara della caccia allo “statale” che, soprattutto nella tempesta perfetta che l’emergenza sanitaria sta causando, si ostina a remare contro e frenare la ripartenza di un Paese con le gomme a terra: ogni intervento pubblico è inevitabilmente condito con una spolveratina di damnatio della burocrazia che appesta la vita pubblica. Roba seria, se persino Roberto Burioni, oggi una delle voci più ascoltate dalle pubbliche opinioni e dai decisori della politica, nel commentare la controversa vicenda delle dimissioni di Mauro Ferrari dal Consiglio europeo per la ricerca, commenta, sprezzante, che “l’Europa ha perso uno scienziato di altissimo livello, si tenga i burocrati”.

Burocrazia è la parolina magica, il prezzemolino di ogni pubblica, dolorosa arringa. Per capire meglio, val la pena partire dall’esempio offerto dai recenti scritti di due popolari giornalisti che, lancia in resta, hanno denunciato il profluvio di articoli e commi del “decreto liquidità” approvato dal Governo per sostenere l’economia italiana sotto scacco per le immani conseguenze dell’imperversare del Covid-19. Mattia Feltri e Gian Antonio Stella lamentano, infatti, che la cervellotica complessità normativa sia non solo incomprensibile ai più ma, in ultima analisi, inefficace rispetto agli obiettivi. “È piuttosto sconfortante – scrive Feltri su La Stampa – lo squilibrio fra i tempi dell’urgenza e la quantità degli emendamenti” (“Italoburocrati”, 7 aprile), mentre Stella, sinceramente preoccupato, sul Corriere (“Siate semplici”, 8 aprile) si danna al pensiero che “le più generose aperture, i più volenterosi obiettivi, rischiano di impantanarsi in un testo che si srotola per cento pagine in 37.157 parole, il quadruplo di quelle usate dai padri costituenti per la nostra Carta”. Entrambi, unendosi al coro dei cittadini vessati dal Moloch pubblico, puntano il dito contro l’Avversario, l’Oppositore, l’Antico Serpente, l’Angelo della Morte, il Caduto: il maledetto burocrate. Tutto chiaro? Cominciamo.

Capitolo 1: burocrati, burocrati ovunque. I Commissari europei? Burocrati. Gli scienziati europei che sfiduciano il loro Presidente? Burocrati. I ministri che firmano decreti indigesti? Burocrati. I medici che gestiscono l’emergenza? Burocrati. I Sindaci che emanano ordinanze? Burocrati. I Ministri che varano circolari? Burocrati. I dirigenti della squadra di calcio che vendono i giocatori? Burocrati. Si smarrisce del tutto il nucleo semantico della parola che, usata ormai come mero spregio e con altezzoso disdegno, va bene per chiunque. È l’insulto finale, un gradino al di sopra dello strangolatore di Boston. Inutile ragionare: il riflesso pavloviano non ammette tentennamenti o repliche. Tuttavia, piaccia o meno, i burocrati sono fra noi: sono nello Stato, nelle compagnie telefoniche, nelle banche, nelle società fornitrici di servizi essenziali, persino nel terzo settore. Sono quelli che oliano la macchina e che, a tutti i livelli e con compiti diversi, aiutano a spingere la carretta. Occorre rassegnarsi.

Capitolo 2: sono i burocrati a scrivere le leggi a loro uso e consumo. I funzionari e i dirigenti amministrativi, a tutti i livelli di governo, applicano quanto approvato dal decisore politico: lo spiega, mirabilmente, Sabino Cassese. Un ruolo lo hanno, naturalmente, anche i tecnici dei ministeri, alla luce del fatto che la decretazione degli esecutivi la fa ormai da padrone, essenzialmente per due motivi: da un lato la qualità di buona parte della rappresentanza politica è da anni in caduta libera e, con essa, la capacità di immaginare, elaborare e produrre leggi e riforme di ampio respiro; dall’altro, una società sempre più complessa richiede una regolazione complessa, altamente specifica, che esige la competenza dei tecnici. Le strutture burocratiche forniscono, ovviamente, il dovuto contributo alla loro Autorità politica di rifermento ma la responsabilità di sfornare e impiattare le porzioni spetta agli uffici legislativi e di gabinetto, retti da personale fiduciario della politica (solitamente preparatissimi esponenti delle magistrature amministrative e contabili) non appartenente alla struttura: tutto meno che burocrati.

Capitolo 3: di quelle leggi non si capisce un tubo, che peste vi colga. Sì, talvolta è così. E se non si capisce un tubo è perché questioni complesse vanno disciplinate in maniera complessa e adeguata alla bisogna. Spetta a chi di dovere tradurre per i non addetti. Tutti sanno per caso come funziona un motore a scoppio o una tomografia assiale computerizzata? Ci si inalbera col meccanico o col medico specialista? Solitamente si accettano i loro vaticini, magari borbottando, perché si conviene che quel che conta è la competenza in quel settore. Allo stesso modo, la tecnica legislativa è materia per specialisti: i tortuosi richiami che fanno venire l’orticaria a Feltri e Stella – e non solo a loro – sono necessari perché la norma deve dire, con estrema precisione, quel che deve per vivere all’interno di un ordinamento ampio, stratificato e oltremodo esteso, che risponde alle esigenze di una molteplicità di diritti e interessi. A meno di ricorrere ad un Salomone che, in nome della sua indubitabile sapienza, decida caso per caso tagliando a fette le questioni. Piace a tutti? A nessuno, probabilmente. E anche il dannato burocrate fatica non poco a interpretare il linguaggio sacerdotale della tecnica legislativa: d’altronde, come recita un popolarissimo mantra, è pagato profumatamente per farlo.

Capitolo 4: tecnica normativa sì, ma con giudizio. Tutto bene, allora, Madama la Marchesa? No, affatto. Se la tecnica legislativa è affare complesso per specialisti, non è necessario aggravare la situazione. Per intenderci: una cosa è la stesura di un insieme di norme che rispondono a specifici, avvertiti bisogni e che devono, ai fini della certezza delle diverse fattispecie, utilizzare un determinato linguaggio, al pari di una diagnosi medica. Altra cosa è, invece, la modalità con cui il Legislatore (diretto o delegato, nazionale o regionale) interviene per regolare quel tal caso. Disciplinare in maniera compiuta e puntuale serve a delimitare la fattispecie e fissare i confini per la successiva interpretazione e applicazione della norma. Al contrario, intervenire ripetutamente, in modo frammentato e incoerente, a seconda del vento che tira, da parte di un estensore che manca di visione e di respiro lungo, contribuisce a dar vita ad un affastellamento di norme che, tra cancellazioni incerte, rimandi in cortocircuito e mano malferma, aumenta la confusione a danno di cittadini, imprese e gli stessi burocrati, i quali si trovano sulla scrivania normative da decrittare il cui linguaggio si presta a molteplici e contrastanti interpretazioni. E, ciliegina sulla torta, l’incertezza del funzionario aumenta esponenzialmente a causa della spada di Damocle fatta dal coacervo di responsabilità contabili, penali, amministrative, civili e di performance che pendono, inesorabili, sul suo capo.

Insomma, se proprio si vogliono perseguitare i burocrati, almeno li si crocefigga per i loro peccati, non per quelli altrui. Dal Leviatano, per ora, è tutto.

Pubblicato su Formiche

Tre lezioni per lo smart working di domani nella PA

despaired-2261021_1280

“Fino alla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica da COVID-2019 […] il lavoro agile è la modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nelle pubbliche amministrazioni”: l’art. 87 del decreto-legge n. 18 dello scorso 17 marzo è cristallino nello stabilire una volta per tutte che, causa coronavirus, la PA opera normalmente in smart working. Si tratta, come si è già sottolineato, di una modalità emergenziale che, per ovvi motivi legati allo sforzo di contenimento del contagio, ha messo in cantina l’approccio sin troppo timido che aveva fino a ieri contraddistinto la fase di sperimentazione delle “nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa” (come recitava, in apertura, la direttiva Madia del 2017). Tuttavia, anche se difficilmente si può sostenere di avere a che fare con una forma ortodossa di smart working, dopo alcune settimane è possibile cominciare a far tesoro dell’esperienza, per non trovarsi a reinventare la ruota una volta usciti dalla drammatica situazione attuale. Tre possono essere le lezioni da mandare a memoria per il prossimo futuro.

La prima è la indefettibilità della necessaria strumentazione informatica che deve essere a disposizione del lavoratore. Aver lasciato (quasi) tutti a casa da un giorno all’altro ha reso inevitabile per molti operare col proprio computer e grazie alla rete internet casalinga e, se la gestione dell’emergenza sembra reggere, quest’ultima ha comportato, per taluni, l’impossibilità di accedere ai sistemi di protocollo, alle reti intranet o alle cartelle condivise in locale e la conseguente necessità di continui, laboriosi scambi di file che allungano i tempi di lavorazione dei dossier. Richiamando appena il tema relativo alla sicurezza dei dati, è evidente che una buona prestazione agile riposa, in primo luogo, sulla capillare ed efficiente dotazione informatica in rete. Ma non basta. Serve una ulteriore spinta alla alfabetizzazione informatica dei dipendenti pubblici, particolarmente necessaria alla luce dell’età media molto alta delle amministrazioni (55 anni a fine 2017), e deve potersi contare su una infrastruttura digitale del Paese solida e “a prova di futuro”, come riporta la Strategia Italiana per la banda ultralarga (alzi la mano chi nelle ultime settimane si è trovato in infernali videoconferenze in cui la connessione lasciava a desiderare).

La seconda lezione investe il ruolo e la responsabilità della dirigenza nel condurre efficacemente l’attività quotidiana degli uffici. Nel riconoscere, senza infingimenti, che in non pochi casi lo smart working è stato sinora vissuto come l’ennesimo adempimento, è in agguato una vera e propria trappola cognitiva che induce il dirigente della struttura a credere di dover compiere uno sforzo ulteriore per trovare i compiti da affidare al collaboratore che lavori fuori dall’ufficio, quasi a compensare il beneficio concesso. È un aspetto non trascurabile, che investe l’animus profondo dell’organizzazione del lavoro pubblico, profondamente intrisa di “tornellismo” indotto e che prova due cose: da un lato, lo scarso livello di vicendevole fiducia tra i membri del corpaccione dell’amministrazione pubblica e, dall’altro, la ancora insufficiente comprensione delle potenzialità dello strumento. Le nuove coordinate di lavoro agile, infatti, non intaccano affatto la gestione delle attività e dei carichi di lavoro ma prevedono unicamente che vengano svolti al di fuori delle quattro mura dell’ufficio, scommettendo su autonomia e risultato. Il lavoro in presenza e la socialità sul posto di lavoro restano naturalmente essenziali ma viene richiesto, al contempo, di “mollare gli ormeggi” del proprio bagaglio culturale-percettivo e far leva su un patto fiduciario tra lavoratori. Questo anomalo dilemma del prigioniero ha esito win-win se la dirigenza è capace di rendere evidenti e comunicare efficacemente gli obiettivi cui si tende come squadra e responsabilizzare ogni singolo collaboratore investito del processo per risultati.

La costruzione di una disciplina quotidiana è la terza lezione da apprendere per il successo di questo passaggio organizzativo: i vantaggi che il lavoro agile comporta (evitare spostamenti, trovar spazio per le esigenze della famiglia, etc.) possono trascinare con loro, quale esternalità negativa, una dimensione totalizzante che, nel lungo periodo, può intaccare il valore dello strumento se non si riesce a fissare i paletti di tempi e spazi riservati al lavoro. Se l’efficienza può aumentare in ragione della maggiore concentrazione e minore dispersione di attenzione e tempo che spesso governa uffici “mediterranei” come quelli Italiani, di converso il superlavoro (o overworking) è dietro l’angolo: telefonate, e-mail e videochiamate continue rischiano di travalicare ogni argine alla disconnessione e causare, alla fine, insoddisfazione e perdita di efficienza. Una simile disfunzione, peraltro, potrebbe paradossalmente penalizzare le lavoratrici, tipicamente i soggetti ancora maggiormente gravati dai carichi di cura familiari, ed erodere, quindi, il valore di conciliazione proprio dello strumento.

Cosa ci aspetta, allora? Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano l’adozione di un modello “maturo” di smart working per le imprese può generare un aumento del 15% della produttività per lavoratore, ovvero 13,7 miliardi di euro di benefici complessivi a livello di sistema-Paese. Inoltre, dal punto di vista dei lavoratori, una sola giornata a settimana di modalità lavorativa agile comporta un risparmio medio di 40 ore all’anno di spostamenti e una riduzione di emissioni pari a 135 kg di CO2 all’anno. La PA non fa eccezione: se, tuttavia, si vuole che la macchina pubblica vada di pari passo con la società in cui opera e non la rincorra, virare con decisione per il lavoro agile a tutti i livelli di governo, agendo sul mutamento della cultura organizzativa interna di ministeri, enti, regioni e comuni, è una scelta irrinunciabile. Come? Ad esempio restituendo elasticità allo strumento al netto delle necessarie garanzie dell’istituto, incrementandone la diffusione ben oltre il 10% dei lavoratori e utilizzando tecniche di monitoraggio che ne accompagnino l’evoluzione Sempre secondo l’Osservatorio di Milano, lo smart working è “una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”: siamo ben lontani dall’aver internalizzato un simile approccio, ma lo shock che le pubbliche amministrazioni stanno forzatamente subendo potrà avere impatti positivi in termini di spinta al cambiamento. È un’occasione che non va persa.

Pubblicato su Phastidio

Mettetevi comodi, è ripartita la caccia al burocrate

unnamed (1)

Signore e signori, mettevi comodi: è ripartita l’onda lunga della caccia al burocrate. Complice il clima da Covid-19, che ha colpito in modo drammatico l’Italia, riemerge sui mezzi di comunicazione il rancore sordo che tanti covano avverso i travèt nostrani. Nulla di nuovo, per carità: la pubblicistica Italiana conta migliaia e migliaia di pagine avverso i mali della burocrazia, con una serie pressoché infinita di accaniti censori che, quale rimedio per le innumerevoli magagne di cui soffre il Paese, predicano la soluzione finale per tecnocrati e tecnocrazia. Non che non manchino le cose da fare, naturalmente. Come in tutte le democrazie complesse, in Italia sono accresciuti a dismisura i compiti regolatori richiesti alla macchina pubblica, alle prese con una bulimia normativa che, non lo si trascuri, è ormai in gran parte in mano agli esecutivi, con un corto circuito legislativo la cui matassa va dipanata, alla fine della fiera, proprio dai dannati delle scrivanie. Per il resto, Max Weber è ancora di vivissima attualità: la burocrazia ha certamente un alto grado di autoreferenzialità e, soprattutto in Italia, vive ancor troppo, in maniera quasi esasperata, di formalismo adempimentale. Molto è cambiato e molto è in trasformazione. Una delle conseguenze dell’epidemia che ha colpito l’Italia è quella di aver dato una fenomenale scossa agli uffici col lavoro da remoto, l’ormai noto smart working, con tutti i potenziali, positivi riverberi sull’organizzazione pubblica, i cui effetti andranno attentamente valutati per il futuro. Insomma, ben vengano le critiche: il sistema delle amministrazioni pubbliche è un’organizzazione come tutte le altre e se non si trasforma muore.

Colpisce, tuttavia, come si passi, senza pudore, dal giudizio severo e l’analisi, pure impietosa, al qualunquismo populista. Sbandierare assiomi nel carezzare il pelo al popolo dei forconi sembra diventato lo sport preferito di molti in uno dei momenti più critici che il Paese vive dal secondo dopoguerra ad oggi. Qualche esempio? Su “il Riformista” del 17 marzo, Piero Sansonetti, in un pezzo dal sobrio titolo “Burocrazia, il male che sta uccidendo chi ha il coronavirus”, si chiede quando ci si deciderà “a fare la guerra alla burocrazia e all’etica dei burocrati che travolge lo spirito di un Paese”. Angelo Panebianco, sul “Corriere della Sera” del 27 marzo, non ha dubbio alcuno: non si pensi, scrive, che “i grandi intralci che la burocrazia pone alle attività economiche siano dovuti solo all’ottusità” (bontà sua), perché il vero motivo per cui “occorrono tempi biblici e una grande quantità di adempimenti per poter aprire un qualunque esercizio economico e poi per poterlo mantenere è che ne viene esaltato il potere discrezionale della burocrazia”. Non si chiede, l’illustre professore, chi e perché ha stabilito quelle procedure, dato che, conclude, “è la storia italiana” che lo dimostra. Amen. Franco Bechis, su “Il Tempo”, nel suo articolo del 28 marzo “Via la burocrazia o si muore”, sostiene che “bisogna mettere via ogni norma, ogni istruzione, ogni baraccone come Inps, Consip e quanto altro” per salvare il Paese: insomma, alla bersagliera, per citare l’immortale Ragionier Fantozzi Ugo. Il 21 marzo Giuliano FoschiniMarco Mensurati e Fabio Tonacci su “La Repubblica” firmano una pagina che denuncia il vergognoso meccanismo da borsa nera per le indispensabili mascherine, mettendo però assieme, chissà perché, “sciacalli e burocrati” (ops!): poco conta che nel pezzo non si trovi evidenza del fatto che si facciano affari insieme, il messaggio è stato lanciato. Dal canto suo Alessandro De Nicola, docente ed editorialista solitamente acuto nelle sue analisi, su “la Stampa” del 28 marzo afferma, in un articolo dal misurato titolo “I burocrati ostacolano la Nazione” (addirittura?), che “appare evidente come le pastoie e la mentalità burocratiche siano il primo peso di cui liberarci per avere una chance di successo”: appare evidente?

Nossignori, non si intende minimizzar nulla o negare che procedure, regole e prassi possono e devono essere cambiate e migliorate. Lo chiedono – pensate – gli stessi burocrati. E neppure ricordare per l’ennesima volta che la cattiva burocrazia va spesso a braccetto con la cattiva politica, che scarica a valle la sua rincorsa al momento e all’annuncio di risultati che tali non sono, tanto c’è chi ci metterà una pezza domani. Siamo tutti donne e uomini di mondo, diamo tutto il pacchetto per acquisito. Il punto è che sorprende – anzi, sgomenta – come sembra si sia sempre più spesso incapaci di formulare un pensiero solido, fondato sulla comprensione del fenomeno su cui si intende offrire la propria opinione o il proprio contributo. Il funzionamento della macchina dello Stato non è cosa semplice, proprio come non è semplice gestire una banca, una compagnia telefonica, un giornale. Anzi, di più. Eppure, il Paese sforna continuamente battaglioni di esperti di pubblica amministrazione, pronti a elargire ricette miracolose infilate sulle baionette. Appare smarrito il piacere dell’approfondimento, persa la capacità di dialogo, pure aspro, ma che vuole arrivare ad una sintesi che porti ad un passo avanti. Regna la voglia di “asfaltare” (che orrore!) il nemico oggettivo per eccellenza, colpevole a prescindere, direbbe il Principe. Non ci si meravigli: l’argine è stato travolto da tempo, con un vero e proprio salto di qualità compiuto dall’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi che, nel dichiarare in un evento pubblico che occorreva aggredire la burocrazia, il “nostro più grande avversario” , arrivava a dire che nella palude Italiana “i funzionari, i dirigenti pubblici, i burocrati ci sguazzano, ma nella palude le famiglie italiane affogano”.

È l’aria che tira: è sufficiente, d’altronde, scorrere sui social network i commenti a prese di posizione come quelle illustrate per inorridire e immedesimarsi seduta stante nel povero Dante Ceccarini, l’esilarante e ingenuo personaggio interpretato da Roberto Benigni in “Johnny Stecchino”che, indotto a prendere il posto del criminale suo sosia, viene seraficamente e continuamente apostrofato da un implacabile concittadino come “Assassino!”. Non ci si può esimere, tuttavia, dal fare due richiami. Il primo richiamo è alla responsabilità di chi si rivolge alle pubbliche opinioni, soprattutto in un momento così delicato per il Paese. Delegittimare, senza fare nomi e cognomi, un’intera categoria di lavoratrici e di lavoratori che, al netto dei mille problemi di cui soffre la nostra burocrazia, fanno andare avanti la carretta non è solo velleitario, ma dannoso. Semplificare per solleticare mortifica chi fa il proprio dovere e lavora con dedizione per le comunità, mina la credibilità delle Istituzioni e ingenera rabbia sociale nei cittadini. Il secondo richiamo è alla ragione, merce sempre più rara oggidì. In questa rinnovata caccia all’untore qualcuno si azzarda a chiedersi perché quel funzionario o quel dirigente si dovrebbe ostinare a mettere i bastoni fra le ruote alla politica, a sabotare astutamente il glorioso flusso degli eventi, a elaborare, nel chiuso del suo polveroso ufficio, ogni possibile, inimmaginabile cavillo per rendere impossibile la vita dei cittadini e affossare definitivamente il Paese? Perché, in nome di Dio? Al netto di tutti i difetti propri della burocrazia pubblica, spacciare l’idea che i civil servant, cittadini Italiani come gli altri, operino scientemente e dolosamente a danno del Paese, soprattutto quando le persone muoiono per il contagio, è semplicemente vergognoso. Mentre da un lato medici, infermieri, operatori della protezione civile e forze dell’ordine sono in prima fila per contrastare il contagio da corona virus e, dall’altro, impiegati, funzionari e dirigenti nei tanti uffici portano avanti, tra mille difficoltà, l’ordinaria amministrazione per far sì che lo Stato non si fermi, certe accuse suonano ingenerosi e lunari. Si affrontino senza peli sulla lingua tutte le crepe che attraversano la nostra (sì, è nostra!) amministrazione, non per punire in nome di un livore giacobino, ma per far crescere al meglio una delle componenti indefettibili del Paese, che ha l’onere e l’onore di servire al meglio cittadini, famiglie e imprese. Sappiate che costa fatica: tanta. E da parte di tutti gli attori in gioco. Se gli opinion maker di casa nostra vorranno tenere a mente queste poche cautele, chi ne trarrà vantaggio sarà il Paese, noi tutti.

Pubblicato su Formiche

Le bozze nel cinema (al tempo del coronavirus)

main_photo-cinema

La situazione è, purtroppo, nota. L’emergenza impone interventi continui da parte del Governo e l’usuale – impropria – circolazione di decreti in bozza acquisisce ancora maggior rilevanza. Nell’ottica di stemperare la tensione, a cinema chiusi, ho buttato giù e sparato su Twitter una serie di titoli cinematografici nello stile #cinebozze, senza alcun ordine prestabilito. Magari qualcuna va nella social top ten di “Propaganda live”, hai visto mai?

  • Bozzilla
  • Tre bozze sopra il cielo
  • Ti amo in tutte le bozze del mondo
  • Quella bozza di un giorno da cani
  • Hitch lui si che capisce le bozze
  • Henry – Bozza di sangue
  • Habemus bozzam
  • La seconda tragica bozza
  • Il miracolo della 34a bozza
  • Il collezionista di bozze
  • La bozza violenta della legge
  • Le 12 bozze di Asterix (omaggio a Uderzo)
  • La 25a bozza
  • Last action draft – L’ultima grande bozza (solo per intenditori)
  • Ladri di bozze
  • Bozza profonda (VM18)
  • La piccola bozza degli orrori 
  • La bozza ti fa bella
  • La bozza è finita
  • La meglio bozza
  • La la bozza
  • JFK – Una bozza ancora aperta
  • Tutte le bozze del Presidente
  • Tre uomini e una bozza 
  • La bozza esplosiva (questa viene direttamente dagli anni ’80)
  • La bozza da un altro mondo
  • La bozza verrà distrutta all’alba
  • I bozzoni di Navarone
  • La bozza e la bestia
  • La bozza di Chen terrorizza anche l’occidente
  • Bozze spaziali
  • L’esercito delle 12 bozze
  • La bozza fuggente
  • E le bozze stanno a guardare
  • Le 400 bozze
  • La bozza è bella
  • Occhio, malocchio, bozza e finocchio
  • Fino all’ultima bozza
  • Fa’ la bozza giusta
  • Mamma ho perso la bozza
  • Bozzissima me
  • Quella sporca ultima bozza
  • C’è bozza per te
  • I predatori della bozza perduta
  • Mission imbozzible

Lo smart working d’emergenza c’è, finalmente. E dopo?

9c1e0015d48a221caffaaf849b0eb6

L’emergenza dettata dal diffondersi del Covid-19 sta producendo effetti rilevantissimi nelle amministrazioni pubbliche italiane, le quali, come disposto dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri dell’11 marzo, “fatte salve le attività strettamente funzionali alla gestione dell’emergenza […], assicurano lo svolgimento in via ordinaria delle prestazioni lavorative in forma agile del proprio personale dipendente, anche in deroga agli accordi individuali e agli obblighi informativi” previsti dalla legge 81 del 2017, e “individuano le attività indifferibili da rendere in presenza”, con efficacia sino al 25 marzo. Già dallo scorso 2 marzo il Governo aveva rotto gli indugi e, allo scopo di evitare la prossimità dei lavoratori e combattere la diffusione del contagio, con decreto-legge aveva stabilito la fine della fase sperimentale del lavoro agile nelle amministrazioni pubbliche, inaugurato nel 2015 dalla “legge Madia”. Dopo un susseguirsi di ulteriori interventi nei giorni seguenti, ministeri, regioni e organismi pubblici si erano mossi per adeguarsi alle nuove prescrizioni, spesso in ordine sparso e con disposizioni non sempre coerenti (come riassunto qui). La successiva decisione dell’11 marzo rappresenta un significativo salto di qualità: non solo lo smart working entra a pieno titolo nel sistema dell’organizzazione del lavoro pubblico ma, almeno fino al 25 marzo, diviene la modalità ordinaria di svolgimento delle attività nelle amministrazioni italiane. La nuova, recentissima direttiva della Ministra per la PA del 12 marzo interviene, subito dopo, “per fornire nuovi indirizzi operativi […] al fine di garantire uniformità e coerenza di comportamenti del datore di lavoro per la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori” e ribadisce l’ordinario ricorso alla prestazione lavorativa in modalità agile, limitando la presenza del personale negli uffici ai soli casi in cui la presenza fisica sia indispensabile, adottando forme di rotazione dei dipendenti per garantire un contingente minimo e assicurando prioritariamente la presenza del personale con qualifica dirigenziale, in funzione del proprio ruolo di coordinamento.

Quindi (quasi) tutti al lavoro da remoto, senza soglie massime, con modalità semplificate e temporanee di accesso alla misura per ogni categoria di inquadramento e di tipologia di rapporto di lavoro, anche nei casi in cui, a fronte dell’indisponibilità o insufficienza di dotazione informatica, il dipendente si renda disponibile ad utilizzare il proprio computer. Resta in ufficio, insomma, solo un numero minimo di lavoratori con la prioritaria presenza dei dirigenti, in funzione del loro compito di coordinamento, ancor più delicato nel presente frangente. Per quelle attività che, per loro natura, non possono essere oggetto di lavoro agile, si adottano strumenti alternativi come la rotazione, la fruizione di congedo, banca ore o istituti analoghi, nonché di ferie pregresse. Si tratta, in parole povere, di uno smart working d’emergenza, che irrompe negli uffici per contribuire, attraverso il distanziamento sociale, a vincere in fretta la battaglia contro il virus, ed è del tutto evidente come una spinta così subitanea e massiccia in favore del lavoro agile, dettata dalla situazione contingente, possa sollevare più di una difficoltà di applicazione. Aldilà di questi aspetti, tuttavia, quel che rileva è che ci si trova innanzi ad un formidabile shock che scuote alle fondamenta la cultura diffusa di tante amministrazioni. È un elemento tutto sommato positivo: l’eccessiva prudenza e, in alcuni casi, la malcelata sfiducia da parte di molti circa natura e potenzialità dello strumento ne avevano con tutta probabilità limitato non solo la diffusione ma, soprattutto, la necessaria internalizzazione nella cultura organizzativa degli uffici. La timidezza nell’utilizzo del lavoro agile, di solito limitato ad una giornata a settimana, ha in qualche modo caratterizzato lo strumento, fino a ieri, come una parentesi eccezionale della normale conduzione delle attività, senza incidere nel tessuto organizzativo profondo delle strutture, e faticando ad essere apprezzato, in particolare, da parte della dirigenza, infastidita da un potenziale, ulteriore adempimento cui far fronte in termini di nuova e faticosa relazione a distanza coi collaboratori.

Nessuna sorpresa, in realtà: dopo anni di crociate a favore del tornellismo e della presenza in ufficio in risposta alla pancia rumoreggiante di buona parte dell’opinione pubblica, è comprensibile la difficoltà di calare ed integrare lo smart working in un ambiente la cui cultura organizzativa è impregnata di controllo e ancor troppo aliena al rapporto di vicendevole fiducia che dovrebbe esserne alla base. Eppure, condizioni come quelle attuali possono, nella loro drammaticità, indurre a modifiche profonde nei comportamenti che, con un po’ di fortuna, produrranno nelle teste effetti duraturi nel tempo: passata la buriana, ci si dovrà misurare con un pensiero lungo circa cosa sia, come funziona e come potrebbe funzionare la pubblica amministrazione. Si scoprirà forse, arginata l’epidemia, che il Diavolo non è così brutto come lo si dipinge e che il tanto detestato apparato pubblico è riuscito ad adattarsi, al netto degli scossoni, ad una nuova gestione del tempo e del lavoro che, naturaliter, vira al risultato. Se lo smart working è stato principalmente introdotto come leva per la – sacrosanta – conciliazione dei tempi di vita e professionali, lavorare senza il vincolo della presenza oraria, con modalità non ingessate e con esigenze variamente modulabili nel corso della settimana lavorativa, può avere effetti notevoli nell’intaccare sensibilmente l’approccio adempimentale di cui ancora è intrisa tanta azione amministrativa. Ciò non significa, ovviamente, che non debbano rispettarsi scrupolosamente i vincoli, i termini e le procedure stabilite a tutela e garanzia dell’imparzialità dell’azione amministrativa, o che debba perdersi di vista la fondamentale importanza del lavoro vis-à-vis, ma che potrà emergere, con maggior chiarezza, il risultato cui tendere, vero fulcro di una filiera burocratica efficiente.

Due sono i punti su cui sarà bene riflettere sin d’ora, proprio mentre si vive l’emergenza. Il primo è che il lavoro agile è efficace se si punta senza esitazione sulla (ri)costruzione del capitale fiduciario tra i lavoratori e tra di essi e l’amministrazione: è una scommessa che, in massima parte, ricade sulla responsabilità della dirigenza, per una ripresa di senso circa la missione e dei compiti da assolvere e la motivazione di squadra indispensabile al risultato da raggiungere. E che richiede, allo stesso tempo, di liberarsi del retroterra punitivo che ha animato tanta parte della “riformite” degli ultimi vent’anni. Il secondo aspetto investe la necessità di abbandonare la familiare comfort zone dell’agire quotidiano. Non si tratta di un mero passaggio tecnologico, come erroneamente potrebbe pensarsi, che rappresenta un fluidificante dell’agire amministrativo: è una sfida culturale complessa che abbisogna dell’impegno concreto e continuo dei vertici politici e amministrativi al più alto livello. Siamo in ballo e sono al momento sul tavolo questioni ben più importanti dell’organizzazione del lavoro pubblico. È palese come il valore dell’azione pubblica emerga specialmente nelle situazioni di crisi ed è opportuno ricordare che, pure a fronte delle critiche, spesso fondate, le tanto bistrattate burocrazie hanno contribuito ad impedire che, in tanti momenti della storia recente, si andasse a gambe all’aria. Ciò non significa che non si debba cambiare in profondità: le lezioni che potranno trarsi saranno utili per immaginare, già da oggi, come potranno cambiare le cose domani. In meglio.

Pubblicato su Linkiesta

Gli impatti del virus sull’organizzazione del lavoro pubblico: è il momento di scegliere

smart_working-696x398

Inutile nasconderselo: a causa dell’epidemia dell’ormai noto “coronavirus”, l’Italia sta vivendo una situazione di emergenza che ha pochi precedenti. È ormai chiaro che gli impatti attesi saranno amplissimi: oltre all’aspetto epidemiologico e sanitario e alla primaria preoccupazione per la salute dei cittadini, ci si comincia a render conto delle conseguenze economiche, lavorative e sociali della crisi, che chiama tutti ad un imperativo senso di responsabilità per arrestare la diffusione del Covid-19, anche e soprattutto nei comportamenti individuali adottati quotidianamente. È chiaro il messaggio che proviene dalla comunità scientifica e dalle Autorità: limitare al massimo le occasioni di socialità e prossimità onde impedire il diffondersi del contagio. Conseguenti sono state, sinora, le misure adottate dal Governo, estese a tutto il territorio nazionale e non solo alle “zone rosse” (purtroppo in aumento), quali, ad esempio, la chiusura delle scuole e delle università e, per quanto riguarda i lavoratori, la spinta ad utilizzare modalità lavorative da remoto attraverso forme di lavoro agile (o smart working).

Già dal 25 febbraio, infatti, con direttiva n. 1 del 2020 della Ministra per la PA Dadone, si erano date indicazioni ai pubblici uffici al fine di evitare al massimo riunioni o viaggi di missione, ponendo l’accento sul privilegiare modalità flessibili di svolgimento della prestazione lavorativa, favorendo i lavoratori portatori di patologie che li rendono maggiormente esposti al contagio, quelli che si avvalgano di servizi pubblici di trasporto per raggiungere la sede lavorativa, e quelli sui quali gravi la cura dei figli a seguito dell’eventuale contrazione dei servizi dell’asilo nido e della scuola dell’infanzia. Le amministrazioni venivano invitate, altresì, a potenziare il ricorso al lavoro agile, con modalità semplificate e temporanee di accesso. Con Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 1 marzo è stato in seguito disposto che la modalità di lavoro agile di cui alla legge 22 maggio 2017, n. 81, “può essere applicata, per la durata dello stato di emergenza […] dai datori di lavoro a ogni rapporto di lavoro subordinato […], anche in assenza degli accordi individuali ivi previsti”. Successivamente, col decreto-legge n. 9 del 2 marzo, è stata prevista la possibilità di incrementare sino al 50% i quantitativi massimi delle convenzioni-quadro di Consip S.p.A. per la fornitura di computer portatili e tablet, al fine di coprire la dotazione necessaria per i lavoratori del settore pubblico in modalità remota.

Lo stesso decreto, inoltre, ha disposto (art. 18, co. 5) la fine della fase sperimentale del lavoro agile nelle pubbliche amministrazioni, introdotta, su base volontaria e con l’obiettivo di coinvolgere, entro tre anni, almeno il 10 per cento dei dipendenti, dalla legge 7 agosto 2015, n. 124, l’arcinota “Legge Madia”. Dopo ben 5 anni di sperimentazione delle “nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa”, già disciplinate dalla direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3 del 2017, il lavoro agile, in ragione dell’emergenza presente, diviene quindi modalità di lavoro propria del settore pubblico, al pari del lavoro in presenza. Una modalità decisamente rivoluzionaria per le amministrazioni, che impone una decisa sterzata verso attività slegate dal complesso di parafernalia tipici dell’azione amministrava fatto di cartellino, presenza alla scrivania e procedure ben definite, in un quadro pre-crisi in crescita ma che il recente Rapporto Annuale di Forum PA definiva ancora assai limitato in termini di diffusione e di “digestione” da parte delle strutture, chiamando in causa “la cultura manageriale di quei dirigenti che dovrebbero favorire il passaggio dal meccanismo del controllo a una relazione fra capo e collaboratore basata sulla fiducia”. Il dado è ormai tratto e il 4 marzo, mentre viene adottato il Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri che dispone la sospensione in tutta Italia delle attività didattiche negli istituti scolastici e nelle università dal 5 al 15 marzo, la Ministra Dadone emana la circolare n. 1 del 2020 con cui si spinge con maggiore decisone per l’adozione di modalità di lavoro agile nelle pubbliche amministrazioni Italiane e si stabilisce, fra l’altro, anche alla luce dell’emergenza in corso, a) il progressivo superamento del telelavoro e il ricorso prioritario al lavoro agile; b) il ricorso a videoconferenza e conferenze telefoniche al posto di riunioni; c) il ricorso a modalità flessibili anche per il lavoratore che utilizzi propri dispositivi, a fronte dell’indisponibilità da parte dell’amministrazione, con uso del cloud per l’accesso condiviso a dati, informazioni e documenti.

È il via libera: a ruota, le diverse amministrazioni centrali (limitiamoci a queste), presso le quali già erano in essere diposizioni relative alla disciplina dello smart working, adottano speditamente gli atti amministrativi conseguenti per adeguarsi alla straordinarietà della situazione, prevedendo modalità semplificate di accesso ma attraverso determinazioni, tuttavia, non sempre coerenti. Presso la Presidenza del Consiglio dei ministri viene prevista, il 4 marzo, l’autorizzazione a prestare lavoro agile per un numero di giornate mensili non superiore a 10, sostanzialmente raddoppiando quanto sino a quel momento previsto. Con comunicazioni del 4 marzo e, successivamente, del 6 marzo, il Ministero dell’economia e delle finanze, individua, fino a nuova disposizione, un numero massimo di 15 giornate mensili in lavoro agile, favorendo i dipendenti affetti da patologie croniche o con multimorbilità ovvero con stati di immunodepressione congenita o acquisita, quelli  maggiormente esposti al contagio e quelli con particolari esigenze di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, anche in relazione ai provvedimenti di chiusura di asili nido, scuole dell’infanzia, scuole primarie e secondarie di primo grado. L’Agenzia per la coesione territoriale, il 5 marzo, opta per dare priorità, sino al 22 marzo, a chi sia portatore di patologie, si avvalga dei mezzi pubblici per raggiungere la sede lavorativa, su cui gravi la cura dei figli a seguito della contrazione dei servizi scolastici o abbia necessità di prestare assistenza a familiari per particolari patologie, anche non rientranti nella casistica relativa alle legge l04 del 1992. Il Ministero della Giustizia, con direttiva del 4 marzo, nell’individuare le attività delocalizzabili, mira a favorire, in ordine di priorità, ma senza limiti numerici di accesso, coloro che siano affetti da patologie tali da esporli ad un maggiore rischio di contagio, lavoratori con figli in condizioni di disabilità grave, lavoratrici nei tre anni successivi alla conclusione del congedo di maternità, dipendenti sui quali grava la cura dei figli minori, anche in conseguenza della sospensione o contrazione dei servizi degli asili nido, della scuola per l’infanzia e della scuola primaria di primo grado e, infine, dipendenti che raggiungano la sede di lavoro con mezzi pubblici, percorrendo una distanza di almeno cinque chilometri. Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, con decreti del 2 marzo e, successivamente, del 5 marzo, prevede, sino al 31 marzo, un numero di giornate lavorative non superiore a dieci per ciascun lavoratore autorizzato, rivedibile sulla base dell’evoluzione dell’emergenza epidemiologica, favorendo, in particolare, i portatori di patologie che li rendono maggiormente esposti al contagio, chi ha soggiornato o è transitato, a partire dal quattordicesimo giorno antecedente il 2 marzo, nelle cosiddette “zone rosse”, nonché coloro su cui gravi la cura dei figli di minore età, nei limiti di durata del periodo di sospensione dei servizi e delle attività didattiche. Il Ministero dello sviluppo economico, con nota del 6 marzo, non pone limiti per l’attivazione dell’accesso, indicando, tuttavia, priorità per il i lavoratori con patologie che li rendono più esposti al contagio, per quelli conviventi con familiare affetto da patologie a rischio, per gli ultrasessantacinquenni, per coloro che debbano provvedere alla cura e custodia dei figli minori a seguito della chiusura delle scuole e per i lavoratori con disabilità, anche cognitiva. È facoltà del responsabile degli uffici prevedere rotazioni in caso vi siano impatti negativi sull’organizzazione del lavoro.

Fermiamoci qui: è evidente come, sotto l’ombrello delle indicazioni generali fornite dal Dipartimento della funzione pubblica, le diverse amministrazioni si siano attrezzate, con immediata reattività, per far fronte all’emergenza attraverso il potenziamento dello smart working, inteso, in questo frangente di straordinarietà, come un modo per ridurre la compresenza dei lavoratori nelle sedi di lavoro e limitare, così, il diffondersi del contagio. La particolarità della situazione giustifica, evidentemente, la spiccata creatività con cui le diverse strutture hanno inteso disciplinare l’ampliamento del lavoro agile, pur contemplando, in modo poco comprensibile, non solo criteri preferenziali spesso diversi ma, in più, un numero di giornate dedicate al remoto assolutamente variabile e improntato a una ratio che non è facile scorgere. Serve, tuttavia, a questo punto, fare ordine in tavola. Sappiamo che la fine della sperimentazione del lavoro agile nel settore pubblico è stata decretata sulla base dell’emergenza: è stata una decisione di buon senso, puntando a utilizzare una leva importante per limitare la presenza negli uffici. Ed è evidente che il valore aggiunto in termini di ripensamento organizzativo che l’adozione dello smart working potenzialmente comporta lascia in questa fase il passo alla primaria esigenza di evitare, per quanto possibile, ogni fenomeno aggregativo. Ebbene, se il quadro generale è quello illustrato e l’urgenza è quella di evitare i luoghi affollati e i contatti ravvicinati mantenendo la distanza di almeno un metro (come recitano testualmente le ormai note raccomandazioni del Ministero della salute), allora occorre convenire che le misure sin oggi adottate sono poco più di un pannicello caldo. La gravità della situazione, le cui conseguenze sono ancora in parte poco prevedibili, impone, senza mezzi termini, di sgombrare gli uffici pubblici. Gli accorgimenti sinora previsti, approntati con grande sforzo e sotto una pressione difficilmente immaginabile per far fronte all’emergenza sanitaria attraverso la spinta all’utilizzo del lavoro agile sono, purtroppo, insufficienti. Quale il senso di chiudere scuole e università se lavoratori in tutto il Paese continuano in gran numero a condividere stanze e open space per ore e ore al giorno? Diciamolo chiaramente: non si tratta più di dare priorità a categorie di individui o ampliare il numero di giornate lavorabili da remoto su base volontaria, ma di impedire, ora e subito, la prossimità delle persone in un momento critico per arrestare la diffusione del contagio.

Gli eventi hanno scavalcato, impetuosi, le misure immaginate, nate già obsolete: l’emergenza richiede, senza troppi giri di parole, atti straordinari. Si prendano decisioni drastiche, draconiane: tutti a lavorare lontano dalle quattro mura degli uffici, con una presenza nelle sedi delle tante amministrazioni ridotta al minimo assolutamente necessario per le funzionalità che richiedano la presenza fisica, dirigenti in primo luogo. La macchina dello Stato non si ferma e le attività ordinarie possono continuare adattandosi in fretta. Lo si decida ora e per il tempo necessario, consapevoli della eccezionalità della misura e del dovere di fare subito tutto quel che sia opportuno per contribuire a bloccare l’epidemia. Quando il peggio sarà passato, avremo magari imparato una volta per tutte, grazie ad una terapia shock, che l’organizzazione del lavoro pubblico può e deve cambiare in profondità, che possono salvaguardarsi con efficacia le esigenze di conciliazione fra lavoro e vita privata e che le relazioni di fiducia potranno finalmente prendere il posto dell’esasperato formalismo che ancora governa troppa parte dei nostri regolatori e delle nostre burocrazie. Domani, però: oggi preme fare presto, ed essere, una volta tanto, smart.

Pubblicato su ForumPA

Due donne, un solo mondo

AFP_1OZ29H-kJjD-U3170653812066CTC-656x492@Corriere-Web-Sezioni

Fanno capolino sui quotidiani due notizie che hanno molto in comune e che in qualche modo trattano, entrambe, di una forma di disabilità. Anzi, per meglio dire, parlano di due persone, due donne. Una con disabilità, l’altra senza. La prima notizia riguarda Éléonore Laloux, trentaquattrenne con sindrome di Down, candidata alle elezioni municipali che si terranno a marzo ad Arras, in Francia, 160 chilometri a Nord di Parigi. La seconda racconta, invece, di Asia Valente, 23 anni, modella e influencer di Benevento, una dei partecipanti al “Grande Fratello Vip” che, per rimbrottare un altro concorrente che l’aveva spaventata, lo ha apostrofato con un eloquente “sei un Down”. Il paragone è di per sé impietoso e la si potrebbe anche finir qui, ma qualche riflessione è, tuttavia, opportuna. Da una parte una ragazza con disabilità che, come racconta Stefano Montefiori sul Corriere della Sera, lavora, vive in modo autonomo ed è portavoce dell’associazione “Les amis d’Éléonore” fondata dai genitori per tutelare i diritti delle persone con sindrome di Down. Se eletta, porterà avanti un programma che non si limita a promuovere i diritti delle persone con disabilità, ma si estende a temi ambientalisti, con richieste di più piste ciclabili, più fondi per la pulizia della città e una maggiore attenzione agli spazi riservati ai cani. Dall’altra, una ragazza, assai giovane, apparentemente very important person, che ha utilizzato un termine riguardante la disabilità (in questo caso intellettiva) come sinonimo di persona stupida: un atteggiamento offensivo e discriminatorio verso le persone con disabilità, come ha ben evidenziato l’attivista Iacopo Melio in una petizione lanciata su Change.org. Se questi sono i fatti, ha, tuttavia, poco senso prendersela con una ragazza di 23 anni alla quale, come a tutti i giovanissimi, è concesso dire qualche castroneria, anche così urticante. Non è l’unica, d’altronde: neanche due anni fa fu Marco Travaglio, nel polemizzare in una trasmissione televisiva, a inciampare nella denuncia che si volessero trattare gli elettori di una parte politica come “mongoloidi”. Il punto è, con tutta probabilità, rendersi conto che quelle parole sono le stesse che tanti, troppi utilizzano nella vita di tutti i giorni. È un segnale di come ancora alligni nella nostra cultura una sorta di atavica molla denigratoria per il diverso, la cui differenza ci allontana, ci spaventa, ci allontana. Ed ecco allora rispuntare puntualmente quel rosario di termini stigmatizzanti che sono finalizzati a marcare una differenza, a piantare nelle teste e nelle coscienze quei paletti del rassicurante confine fra “noi” e “loro”. Inutile e illusorio condannare una certa modalità di fare televisione: chi vuole, farà ricorso al telecomando. Non ci si può sottrarre, tuttavia, al dovere di contrapporre alle tante, piccole e grandi manifestazioni di degrado sociale il richiamo ai valori di eguaglianza, inclusione e parità di diritti per tutti. Non mancano, anche nel mondo dello spettacolo, le dimostrazioni che le cose possono cambiare: il recente sceneggiato Rai “Ognuno è perfetto” ha portato sul piccolo schermo, con delicatezza e senza facili paternalismi, una storia che ha visto come protagonisti persone con Trisomia 21, rompendo lo schema dell’invisibilità delle persone con disabilità nel mondo del cinema e della televisione. “Prima di tutto siamo esseri umani”, ha detto Éléonore, aggiungendo che vuole “più vita e più rispetto”. Nessuna assolutoria lapidazione social, allora: si utilizzi questa occasione per spiegare, ancora una volta, la bellezza della diversità. Perche le parole cambiano, e cambiano le persone. E se cambiano le persone, arriva il rispetto. Persino nella “casa”.

Pubblicato su Formiche