Parole parole

A distanza di una legislatura, ripeto il giochino di trasfondere in cloud i programmi dei principali partiti che si contendono i seggi nel prossimo Parlamento. Un divertimento, nulla di più. E che, tuttavia, nel mettere insieme le parole maggiormente ricorrenti nei programmi politici nazionali (tutti pubblicati anche nella sezione “Elezioni trasparenti” del Ministero dell’Interno), rivela qualcosa di ogni attore dell’agorà politica di questi mesi. O forse no? Nessun commento da parte mia, naturalmente, e ordine assolutamente casuale: a voi il compito di attraversare le nuvole dei programmi. Un’unica avvertenza: il Movimento 5 Stelle, a differenza di tutti gli altri partiti, ha dedicato sezioni assai corpose ad ogni tema rilevante del proprio programma: collazionare il tutto avrebbe reso intraducibile ogni possibile significato per l’estrema sintesi dell’operazione. A mio insindacabile giudizio, dunque, per il M5S ho selezionato solo 4 fra i temi di maggior popolarità. Buona lettura!

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La campagna elettorale più brutta di sempre. O no?

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Mentre ci si avvia verso gli ultimi giorni di campagna elettorale per il Parlamento e per due fra le regioni più importanti d’Italia, cala il silenzio sui sondaggi. È un peccato, perché mentre sarebbe utile avere contezza dell’orientamento dell’elettorato sino al secondo prima del voto, gioverebbe, invece, alle stanche orecchie degli elettori abbassare il volume delle offerte “last minute” di tanta politica. Le ragioni di magone sono tante e tutte rilevanti. Intanto i toni si alzano ogni giorno e, mentre la discussione generale ruota attorno a temi simbolo, come l’immigrazione e il taglio delle tasse, il confronto sul merito scema per lasciar spazio alla pancia e alla battuta ad effetto, al rimbeccarsi sui social network e al rinfacciare all’avversario ogni colpa, esclusa – forse – quella di aver offerto il frutto proibito ad Eva. Da questo punto di vista, andrebbero seguite con attenzione le risultanze dell’indice di ostilità creato da “Parole ostili”, una community di oltre 300 comunicatori e blogger, che ha redatto una carta con 10 princìpi utili a ridefinire lo stile con cui stare in rete, e il “barometro dell’odio” elaborato da Amnesty Italia, volto a monitorare l’utilizzo di hate speech da parte delle forze politiche. Come evidenzia il Corriere della Sera, inoltre, sembrano scomparsi dall’agenda politica tutta una serie di dossier fondamentali per le scelte che dovranno esser fatte per il Paese nei prossimi anni come la legalità, la formazione e l’università, il turismo, la lotta alla povertà o, aggiungo, l’inclusione delle persone più fragili, come le persone con disabilità. Non basta: le proposte avanzate dalle forze politiche molto raramente godono di coperture finanziarie solide o sono, spesso, basate su entrate allo stato ipotetiche e aleatorie, o, peggio ancora, sulle ennesime politiche di spending review all’amatriciana, imperniate su tagli e non su efficientamenti reali. Un ulteriore elemento da non trascurare, infine, è quello relativo alle candidature presentate. Spuntano come funghi, trasversalmente, figure improbabili: riciclati, transfughi, facciatostisti, girovaghi, imputati, photoshoppisti, ras, caporioni, assessori regionali in carica, e così via. Personaggi quantomeno discutibili dal punto di vista dell’opportunità politica e che evidentemente portano in dote voti o rappresentano il risultato di accordi politici sui territori.

Tutto legittimo e tutto perfettamente comprensibile, per carità. Ma che sconta l’inesistenza di efficaci modalità di selezione del personale politico a favore di procedure di cooptazione dall’alto. E che, allo stesso tempo, fotografa, assieme ai toni di questa campagna, la distanza tra ciò che dovrebbe essere e ciò che, nei fatti, è. Tra la sbandierata voglia di cambiamento, di novità, di rendere i cittadini protagonisti della politica e la necessità di fare i conti con la realtà. Per parafrasare Mao, la politica non è un pranzo di gala: è cosa risaputa e le anime candide hanno spesso vita breve nel tritacarne della lotta politica. Nulla di veramente nuovo, ovviamente: c’è però molto su cui riflettere in merito allo stato delle cose e ai perché della percentuale, sempre alta, di coloro che si dichiarano indecisi e che, probabilmente, non si recheranno alle urne. Se a tutto ciò si aggiunge una legge elettorale dai mille difetti e che limita fortemente le scelte degli elettori (ma perché non ammettere il voto disgiunto, poi?), c’è di che preoccuparsi. Bene ha fatto Michele Ainis a ricordare su Repubblica che, anche a fronte di una acclarata incertezza politica, “lo Stato risiede nelle sue strutture profonde“: nella magistratura, nelle forze dell’ordine, nella burocrazia. Anche nell’improbabile caso di un nuovo, repentino ritorno alle urne, la Repubblica non chiuderà i battenti e l’ordinaria amministrazione continuerà senza troppi scossoni. Detto questo, la scelta della rappresentanza politica, a tutti i livelli, è uno dei passaggi fondamentali della vita pubblica di un Paese e le condizioni in cui essa si svolge non sono ottimali. Certo, diciamocelo francamente: non lo sono mai. Ed è certamente un’esagerazione considerare questa campagna elettorale la più brutta di sempre. C’è da dire, però, che se gli elettori hanno sempre ragione, essi hanno il dovere di esercitare la sovranità che appartiene loro, come recita limpidamente l’articolo 1 della nostra carta costituzionale, con una buona dose di sale in zucca. E di buon senso. Ad esempio compiendo una scelta che privilegi, all’interno della staccionata in cui forzatamente ci si muove, il profilo e la statura delle donne e degli uomini candidati, che dia spazio alle doti di equilibrio che essi abbiano dimostrato di possedere. O che dichiarino, credibilmente, di poter esercitare. Anche aldilà delle appartenenze politiche, soprattutto nelle competizioni all’interno dei collegi uninominali. Ed anche a fronte della concreta possibilità di depositare una scheda bianca ove l’offerta bloccata contenga polpette indigeribili o, addirittura, avvelenate. No, non è la soluzione a tutti i problemi, tenendo sempre bene a mente che le tentazioni qualunquiste cozzano con la fatica quotidiana del governare. La fiducia in politica, tuttavia, è merce rara che va guadagnata giorno per giorno, con la propria storia. E quella storia va riscontrata nella cabina elettorale, dove né Dio né Stalin devono metter bocca.

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Dirigenza pubblica punto e a capo?

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Con la conclusione della XVII legislatura repubblicana si è ufficialmente aperta una campagna elettorale particolarmente incerta in cui, al momento, non sembra aver ancora trovato posto una discussione articolata sullo stato ed il ruolo della pubblica amministrazione e, in particolare, della dirigenza pubblica. Non appaia insolito: Governo e Parlamento sono stati a lungo impegnati nella faticosa elaborazione dell’ambiziosa riforma della PA intestata alla ministra Madia, con l’adozione della legge 124 del 2015 e la messe di conseguenti decreti attuativi. Se, tuttavia, si centra l’attenzione su quel che a ragione può essere definito il motore della macchina pubblica, ovvero la dirigenza, sarebbe utile che la politica che verrà non si dimentichi della questione. L’intervento sulla dirigenza, azzerato dalla Corte costituzionale per effetto della sentenza n. 251 del 2016, rappresentava, infatti, uno dei pilastri del disegno certamente più ampio dell’operazione a cuore aperto sulla PA. Lo stop della Consulta, evitando seri rischi per l’imparzialità dell’azione amministrativa e l’autonomia della dirigenza stessa, ha, tuttavia, fatto saltare l’opportunità di attualizzare il quadro normativo. L’assoluto protagonismo della figura del dirigente, infatti, nel rapporto con la politica, nel funzionamento dei sistemi di performance, trasparenza e lotta alla corruzione – la cui complessità sta debordando nella concreta ingestibilità – e nel dispiegarsi di una reale semplificazione dei processi, rende evidente l’importanza di alcuni nodi da sciogliere che si crede opportuno siano parte della comune cultura in fatto di burocrazie e che hanno carattere prodromico ad ogni futuro intervento.

Il primo è certamente quello relativo al recupero della serenità della discussione che, nel corso degli ultimi anni, ha visto muovere contro i dirigenti pubblici accuse ed asprezze irricevibili che hanno gravemente danneggiato i rapporti all’interno della cosa pubblica e, cosa assai più grave, invelenito il clima sociale. Riconoscere il ruolo indispensabile della dirigenza pubblica e dei lavoratori pubblici in generale è elemento indefettibile se si vuol compiere una analisi seria e di lungo respiro dei problemi delle amministrazioni e della dirigenza in Italia, che sono molti e complessi da aggredire. La narrazione della riforma della dirigenza, incentrata sull’assalto ai privilegi ed all’inefficienza dei dirigenti pubblici di questo Paese (i “burocrati che remano contro”), condotta con fare arrembante e senza distinguo alcuno, è stato un infelice esempio di tale approccio da accantonare. Recenti prese di posizione sul primo giornale Italiano hanno sostanzialmente identificato le burocrazie come gruppi di golpisti: “Le burocrazie, amministrative e giudiziarie, spadroneggiano. I politici o sono al loro servizio o sono troppo deboli per tenerle a bada. Lasciate a se stesse quelle burocrazie ci preparano un futuro di autarchia e di declino economico e culturale”. Un’atmosfera pre-elettorale plumbea, purtroppo, che non fa ben sperare. Sia chiaro: non che non esistano burocrati e dirigenti inefficienti o inadatti. Ottusi, persino. Ma è la cattiva burocrazia l’avversario da sottomettere, non la burocrazia tout court.

Il secondo riguarda le modalità di reclutamento della dirigenza. L’estrema frammentarietà dei sistemi di selezione della dirigenza pubblica in Italia ha fatto sì che essa, diversamente da prefetti, diplomatici e magistrati (non casualmente la parte ancora non privatizzata del personale pubblico), non abbia saputo dar prova della propria natura di corpo dello Stato, troppo spesso incapace di scrollarsi di dosso un alto grado di autoreferenzialità e di mantenere un corretto rapporto di sana alterità con la politica. Superare l’attuale doppio accesso alla dirigenza, incanalando finalmente l’intero flusso di richiedenti per il tramite della Scuola Nazionale di Amministrazione, costituirebbe una delle leve determinanti per infliggere un colpo mortale al vizio del “particulare” che tanti danni ha fatto alla PA in Italia, magari prevedendo congrui periodi di stage per i neo-dirigenti (almeno un anno) e di servizio obbligatorio all’estero per tutti. Il recupero ed il rilancio dell’esperimento del corso-concorso per la carriera dirigenziale, mai veramente decollato, con gli opportuni correttivi per chi entri per la prima volta nella PA, per chi è già funzionario e per chi acceda a seguito di esperienze nel settore privato, rappresenta senza dubbio una leva per contribuire a (ri)fondare quello spirito di corpo che drammaticamente latita.

L’ultimo elemento investe, infine, natura e ratio della dirigenza stessa. Dopo decenni di ubriacatura neoaziendalista e di superfetazioni di concetti e modalità organizzative trapiantate direttamente nel tessuto molle delle amministrazioni, qualche segnale di ritorno alla peculiarità della funzione pubblica sembra oggi cogliersi, riaggiornandola con le esigenze proprie di una società italiana (e globale) in rapida mutazione. Il tema dell’amministrazione collaborativa, come descritto nella presentazione del recente Annual Report di ForumPA, sembra cogliere questo aspetto, che vede, in concreto, la PA muoversi in un’ottica di garante delle reti di interlocutori e delle transazioni sociali che si snodano, mutevoli, intorno ad essa. Se questo è vero, occorre allora porsi una domanda: che dirigente pubblico si vuole e per far cosa? La banale risposta è che il dirigente pubblico altri non può essere che colei o colui che viene chiamata/o ad esercitare le peculiari funzioni di amministrazione della cosa pubblica: districandosi tra sapere amministrativo-contabile, managerialità e gestione delle risorse umane (qui andrà verificata la carica di potenziale dello smartworking) e capacità di interloquire con i tanti e diversi stakeholder che con la PA hanno a che fare, senza dimenticare il compito fondamentale di intessere con l’Autorità politica di riferimento condizioni e scenari per l’attuazione delle politiche. Ciò richiederebbe che tali responsabilità vengano attribuite a chi sia stato adeguatamente formato, magari attraverso una selezione che rivoluzioni una volta per tutte le modalità sinora troppo nozionistiche di testare i candidati. Ofelè, fa el to mestè, direbbe la saggezza popolare. Eppure, a fronte di una tale ovvietà, negli anni si è di fatto affermato il principio che chiunque possa esercitare il mestiere: la competenza non paga più. E non si tratta solo dell’annosa questione dell’accesso esterno, senza concorso, di soggetti scelti dalla politica, o dell’inusuale numero di magistrati cui vengono affidati uffici e dipartimenti (si è mai visto un dirigente pubblico amministrare la giustizia in un’aula di tribunale?): un progressivo svilimento della funzione ha di fatto comportato un depauperamento del valore del ruolo sociale della dirigenza, il cui capitale reputazionale si è pressoché dissolto nelle pubbliche opinioni e nel comune sentire.

Non è troppo tardi per invertire la rotta. È di tutta evidenza che il miglioramento dell’efficacia ed efficienza di un’organizzazione è un processo che non finisce ma si rinnova continuamente: la “perfetta amministrazione” di cui parla Benedetto Croce, e che Bernardo Mattarella richiama nel suo recentissimo volume su burocrazia e riforme, resta un traguardo mutevole e sfuggente. Tuttavia, all’indomani di uno sforzo riformatore imponente, i cui effetti vedremo nel medio e lungo periodo, recuperare responsabilmente alcune norme di basilare e civile convivenza fra pezzi della Repubblica, adottando accorgimenti mirati per scopi specifici, può far sì che il sistema delle amministrazioni Italiane diventi finalmente un pezzo dello sviluppo di questo Paese. Senza sconti a nessuno. Ma senza pregiudizi.

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I musei, i TAR e la democrazia dei Mandarini

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Un’Italia autodistruttiva: non usa mezzi termini Sylvain Bellenger, direttore francese del Museo di Capodimonte di Napoli, dopo la nuova pronuncia del Consiglio di Stato sulle nomine di direttori stranieri nei musei italiani. La vicenda è nota e rimando per brevità a quanto scritto non molti mesi fa, ricordando, ancora una volta, che nell’introdurre una deroga speciale per il settore cultura – su cui si può tranquillamente essere d’accordo – sarebbe stato sufficiente abrogare contestualmente tutte le norme che ostavano al nuovo corso. Tant’è. È interessante, tuttavia, che sulla questione intervenga stavolta  uno dei direttori stranieri, il quale lamenta la sindrome dell’interpretazione delle leggi in Italia, con la conseguenza, a suo dire, che “l’immagine dell’Italia all’estero è molto danneggiata, appare un Paese buffo, non serio”. Un moment, s’il vous plaît. Nulla quaestio sul fatto che le leggi in Italia siano troppe e scritte male: ma quando Bellenger dice che questo si riflette sul comportamento dei funzionari, che “quando scrivono sono spesso incomprensibili” perché “hanno paura di essere visti come indegni dall’amministrazione se la relazione che stanno scrivendo non è redatta in terza persona”, commette un errore. Veniale, forse, ma pur sempre un errore. Non perché la lingua dei burocrati non sia spesso difficile e, talvolta, per adepti, ma perché, come spesso accade, getta nel frullatore tutto senza distinzione alcuna. Va benissimo la semplificazione, non il semplicismo. Mettetemi al rogo, ma in una società in cui il linguaggio si è disossato e la scrittura è infestata dal “whatsappese”, un denso, grasso e caldo idioma complesso – non necessariamente complicato – è il benvenuto. Se i continui rimandi al tal comma o al tal alinea possono marcare un’ottusa opacità, di cui occorre liberarsi, i processi politico-amministrativi sono una cosina articolata. Non si scappa. E quando si tratta di dar risposte, pareri o prender posizione, occorre essere puntuali sino allo spasimo, pena la puntuale impugnazione o, Dio ce ne scampi, il rilievo di un qualche organo di controllo. Insomma auspicare un ordinamento più semplice ed efficace è una cosa: scaricare il fardello sui soliti Mandarini, la cui cultura addirittura “confisca la democrazia” mi sembra un salto logico azzardato. Forse, immagino, il direttore di Capodimonte si è scontrato con una triste, noiosa, eppur solida realtà, scoprendo – ahimé – che il direttore di un museo non è (solo) un direttore artistico: non organizza soltanto mostre ed eventi, ma è anche un dirigente pubblico e, dunque, deve avere a che fare con tutte quelle faccenducole burocratiche che tutti amabilmente detestiamo ma che servono a far funzionare una struttura. Di colpe i burocrati ne hanno tante: la lista sarebbe lunghissima. Ma se provassimo ad evitare che dirigenti e funzionari debbano troppo spesso indossare la sacra veste dell’esegeta per dar seguito a norme ed indirizzi non infrequentemente confusi, contradditori e financo cervellotici, ne usciremmo tutti più sereni. Probabilmente anche il direttore di Capodimonte.

Comuni di vetro

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Sono stati resi pubblici i risultati di un monitoraggio condotto dall’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) circa gli accessi effettuati dagli abitanti di 20 grandi Comuni alla sezione “Amministrazione trasparente” dei siti internet municipali: in circa 20 mesi, fra gennaio 2016 e agosto 2017, sono stati registrati quasi 4 milioni di clic di cittadini che sono andati a dare un’occhiata a quelli che una volta erano gli interna corporis dei loro Comuni. Uno su quattro ha navigato la sezione organizzazione, in cerca di compensi e spese, mentre quasi il 60% ha sfruculiato fra i provvedimenti dell’ente, inclusi gare e contratti. Sono dati assai interessanti, che vedono, curiosamente, una latitanza di romani e napoletani, con diffusione di accessi ancora a macchia di leopardo. Raffaele Cantone su La Repubblica di domenica ha espresso un legittimo e condivisibile compiacimento per i passi avanti fatti nel rendere l’amministrazione di prossimità – e non solo quella – una casa di vetro. Ed ha ragione: dove c’è luce, i malintenzionati ci pensano due volte prima di delinquere. Non solo: la trasparenza, accanto alla carica di deterrenza per i reati, ha un enorme potenziale di spinta alla costruzione di fiducia tra amministratori e cittadini. Certo, restano tuttora in piedi le critiche mosse alla pubblicazione – fatta salva la dovuta disponibilità per le amministrazioni – dei dati patrimoniali personali dei dirigenti pubblici (non ci torno), ma il fatto che i cittadini sempre più consultino e utilizzino i dati delle pubbliche amministrazioni in un regime di accesso alle informazioni ormai assai diretto è un fatto certamente positivo per la democrazia del nostro Paese. Un’osservazione, tuttavia,è dovuta: le perplessità di qualcuno circa il regime di trasparenza introdotto dal decreto 33 del 2013 (e dalle modifiche dell’anno scorso) non corrispondono esattamente a quel che evidenzia Cantone. Dice il Presidente dell’ANAC, infatti, che “fra i commenti, per lo più improntati alla diffidenza, ne prevalevano soprattutto due: si sarebbe trattato di un adempimento puramente burocratico, privo di conseguenze, e l’unico risultato sarebbe stato un “voyeurismo digitale”, finalizzato a conoscere gli stipendi di politici e dirigenti”. Posto che una fetta di gogna mediatica (vera o presunta) è fisiologica, e sono convinto verrà superata con la maturazione dell’approccio al sistema, il vero timore era e resta quello della sostenibilità della macchina. Siamo tutti d’accordo che la trasparenza debba essere parte integrante del funzionamento delle amministrazioni: anzi, è un percorso che va continuato con sempre maggiore determinazione e profondità, anche perché le pubbliche amministrazioni, in molti casi, devono ancora rendere la cifra della trasparenza come strategica del loro agire quotidiano, trasformando la propria cultura organizzativa. Non servono santi: serve un insieme di regole che scoraggi la corruzione. Il punto è che chi è chiamato a dar corpo a questi fondamentali compiti deve farlo rispettando il sacro dogma: quello dell’invarianza finanziaria. Recita, infatti, l’articolo 52 del decreto 33 che “dall’attuazione del presente decreto non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le amministrazioni interessate provvedono agli adempimenti previsti con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente”. Insomma, ti arrangi. Non c’entrano nulla Cantone e l’ANAC, sia chiaro. Tutti noi facciamo quel che la legge ci dice di fare, al meglio delle nostre capacità e competenze. È, tuttavia, opportuno che tutti (e in primo luogo noi come cittadini), si sia consapevoli che realizzare e rendere concreta la sacrosanta trasparenza comporta tempo e impegno, dovendo fare, allo tesso tempo, tante altre cose, piccole e grandi, che vanno a comporre la vita quotidiana di un ufficio pubblico. La casa di vetro è un dovere: le mani per pulirla per bene e non lasciare aloni sempre due restano.

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La longa manus del burocrate

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Alfonso Sabella, oggi GUP al tribunale di Napoli, è magistrato di grandissima esperienza, impegnato da anni su fronti difficilissimi e, anche per questo, meritevole di stima incondizionata. Spesso esprime posizioni assai critiche contro la burocrazia, forte della sua parentesi come assessore nel Comune di Roma, con Ignazio Marino, allo scoppio di quella che allora venne chiamata “Mafia Capitale”. Su “Il Foglio” ha rilasciato a Massimo Solani un’intervista in cui dichiara: “Roma è una città in mano alla burocrazia, con una politica debolissima e incapace di imporre le proprie visioni e i propri progetti, che ha accettato di delegare ai burocrati tutto il controllo del potere in cambio di una totale, o quasi, deresponsabilizzazione. Il risultato è il trionfo della logica del fancazzismo, nella migliore delle ipotesi, o dell’“ad culum parandum” per evitare rischi. Quella delle gare sotto soglia e senza evidenza pubblica, delle procedure d’emergenza che diventando addirittura programmate come se il freddo non arrivasse ogni inverno o a primavera non si sapesse già che per Natale bisogna comprare l’abete di Piazza Venezia. Invece si aspetta novembre e si compra Spelacchio pagandolo di più e facendo eseguire i lavori ad una ditta a cui l’appalto viene dato con procedura diretta. A volte certe dinamiche nascondono la corruzione, che a Roma come in tutto il paese è un fenomeno dilagante, altre soltanto il fancazzismo e l’incapacità dei burocrati”.

Allora, un paio di considerazioni.

Smettiamola per favore di usare la parola “burocrati” come se parlassimo di assassini seriali. Senza la burocrazia, quel noioso insieme di regole che proceduralizzano l’azione amministrativa, non ci sarebbe certezza di come muoversi e i dannati burocrati fanno – talvolta bene, talvolta male – il loro lavoro. Detestabile dai più, forse. Ma necessario: senza burocrazia non c’è lo Stato, non c’è un’impresa, non c’è una società telefonica, non c’è neppure un tribunale. La regole della burocrazia sono cervellotiche? Spesso sì. Ma è profondamente errato pensare che lo siano per grazia divina. O perché logge di burocrati coi bavaglini si ritrovino a lume di candela nei sotterranei per vergare regolette strampalate utilizzando sofisticati algoritmi di generatori di frasi inutili. Lo sono perché le leggi – non infrequentemente – sono troppe e scritte male e perché la nostra è una cultura formalista: per i burocrati come per i magistrati. Siamo figli di quella cultura e per cambiare ci vogliono decenni. Se poi la politica è debole ed è preda della burocrazia (un assioma tutto da verificare), forse la colpa è di una classe politica la cui selezione dal basso è erratica e bizzarra, o inesistente, e di chi, al momento del voto, non usa dosi congrue di raziocinio.
Io non lavoro a Roma, né in un ente locale e conosco da lontano le dinamiche proprie di un Comune. Se Sabella parla, parla per esperienza. Mi permetto, tuttavia, di giudicare inappropriata la dichiarazione che, ove non ci sia corruzione, in Italia emerge solo “il fancazzismo e l’incapacità dei burocrati”. E non solo perché tutta da provare. Esorterei il dottor Sabella a considerare che utilizzare linguaggi di questo tipo non va certamente a tangere chi malversa e delinque, ma ha due effetti certi e diretti.
Il primo: sovraeccitare il cittadino stanco di un’Italia che deve ancora far riportare a livelli fisiologici i fenomeni corruttivi, la percentuale di lavoro nero, la lamentata inaffidabilità della stampa, la pressione fiscale troppo altra, e così via sino ai migranti e ai rettiliani. Quel cittadino che è, dunque, disilluso verso lo Stato e la cosa pubblica in generale.
Il secondo: fare solennemente incazzare chi nel lavoro per la collettività ci crede e si spende. Quelli pubblici sono lavoratori e, in quanto tali, meritano rispetto. A meno di voler pensare che la stragrande maggioranza dei burocrati sono dei delinquenti, dei corrotti e dei ladri: in quel caso tanto vale adottare la legge del taglione e armarsi di clava.

Ne vale la pena?

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Bologna velata

giustizia

La notizia ha fatto in fretta il giro della rete: Asmae Belfakir, 25 anni, praticante avvocata di origine marocchina, si è allontanata da un’aula del Tar dell’Emilia Romagna in quanto indossava l’hijab, il velo che lascia scoperto solo il volto della donna. Asmae stava seguendo con una collega un’udienza in cui si discuteva di un ricorso in materia di appalti quando il presidente del tribunale Giancarlo Mozzarelli l’avrebbe invitata a togliersi il copricapo altrimenti avrebbe dovuto lasciare l’aula: la giovane si è rifiutata ed è uscita. All’ingresso il giudice aveva fatto esporre un cartello recante la scritta “chi interviene o assiste all’udienza non può portare armi o bastoni e deve stare a capo scoperto e in silenzio”. Inoltre, sempre a leggere i quotidiani, il giudice avrebbe spiegato, mentre la praticante lasciava l’aula, che occorreva rifarsi “al rispetto della nostra cultura e delle nostre tradizioni”. Nessuna dichiarazione da parte del dottor Mozzarelli.

Diciamolo subito, forte e chiaro. Stentoreo, ove servisse. Se – e solo se – le cose fossero andate come riportato dai media, alla praticante sarebbero dovute delle immediate scuse. In primo luogo perché il divieto – di buon senso e legittimo – di non indossare cappelli e non portare armi nella sede dello Stato in cui si amministra la giustizia non può certamente includere un velo che, in ogni caso, lascia scoperto il volto e rende, dunque, identificabile l’individuo. La disposizione dell’articolo 470 del codice di procedura penale, peraltro, secondo cui la disciplina all’interno delle aule di tribunale sono stabilite dal presidente dell’udienza, anche avvalendosi della forza pubblica, non è certamente applicabile al caso in questione, che con la necessaria disciplina della sessione nulla ha a che fare. Per tacer del fatto che, in ogni caso, tali norme non possono in nessun caso prevalere contro quanto disposto dalla nostra Costituzione, secondo cui non solo “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione […] di religione” (art. 3), ma “hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume” (art. 19). Portare liberamente e senza costrizioni l’hijab, dunque, in un contesto pubblico, non si pone in contraddizione alcuna con la nostra Carta e, conseguentemente, l’invito a rimuovere il velo costituirebbe un gravissimo vulnus delle libertà fondamentali dell’individuo. A meno di non voler intimare alle suore che capitassero in un’aula di tribunale di scoprirsi il capo per la violazione dell’ordine pubblico e del buon costume: ci sarebbe di che divertirsi, senza dubbio.

Ma non basta. Ove – e solo ove – venisse accertato l’effettivo riferimento in pubblico da parte del giudice, nell’esercizio delle sue funzioni, a presunte culture e tradizioni Italiane, il fatto avrebbe del grottesco. E sarebbe censurabile da ogni punto di vista. Nei tribunali si amministra la giustizia, in nome del popolo ed in ossequio alla legge, di fronte alla quale tutti i cittadini, a prescindere dalla loro origine, sono eguali. Sostenere in una sede pubblica, propria dello Stato Italiano, che cultura e tradizione (ma quali, poi, verrebbe da chiedersi) prevalgono su chiare e limpide disposizioni costituzionali e di legge è una tale aberrazione che farebbe sorridere, se non avesse connotati tragici, degni della bufala del fantomatico piano Kalergi. Secondo le agenzie, il presidente del Tar, Giuseppe Di Nunzio, avrebbe dichiarato che la dottoressa Belfakir potrà partecipare a tutte le udienze, indossando senza problemi il velo, mentre  il Presidente del Consiglio di Stato, Alessandro Pajno, avrebbe incaricato il Segretario Generale di richiedere al Presidente della Sezione una relazione circostanziata sull’accaduto ai fini di una compiuta valutazione dei fatti. Come sempre, parleranno le carte. A valutare i fatti come descritti, tuttavia, mancano davvero le parole.

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L’ordinaria inciviltà della disabilità

Disabile-Treno

Il Corriere della Sera ha recentemente riportato una di quelle storie che potremmo catalogare come ordinaria inciviltà. Una persona con disabilità, in carrozzina a motore, è rimasta intrappolata per una notte in una stazione ferroviaria, ostaggio delle barriere architettoniche. Antonio Canonica, 60 anni, era partito da Bellinzona nel pomeriggio per Varese ma, una volta arrivato, non è potuto scendere perché il predellino era troppo alto rispetto alla banchina. Vista la pesantezza della sua carrozzina a motore, l’unica soluzione che gli è stata prospettata è stata quella di ritornare in treno fino alla stazione precedente, Induno Olona, e riprendere un convoglio che arrivasse al binario accessibile 3 di Varese che ha l’altezza giusta per le carrozzine. Arrivato in stazione, però, la sorpresa: dovendo cambiare binario, l’ascensore era bloccato e la rampa per i disabili terminava su un cancello chiuso, senza che nessuno avesse le chiavi. Fine dei giochi: armato di coperta e un panino, dopo aver trascorso la notte in stazione, alle 5 del mattino Canonica ha ripreso il primo treno per la Svizzera. Una storia che ha dell’incredibile, vero? No, purtroppo. Anche in un paese come l’Italia, assai avanzato per quel che riguarda il quadro normativo in materia di disabilità, l’obiettivo di realizzare l’inclusione sociale delle persone disabili, come promossa dalla Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità del 2006, resta un risultato difficile da raggiungere. Intendiamoci: rimodellare una società intera a misura di tutti è un’impresa che non finisce mai: hanno un ruolo l’urbanistica, l’architettura, il design industriale, la medicina, il welfare, senza parlare della macchina pubblica che deve attuare concretamente le politiche di inclusione. E l’Italia non è certamente all’anno zero. Ma, come dimostra la disavventura del sessantenne di Bellinzona, lo scoglio da superare, prima di ogni altro impedimento, è quello della visibilità della disabilità nelle nostre comunità. Provo a spiegarmi. C’è un bellissimo volume di Matteo Schianchi, che non mi stanco mai di citare (Storia della disabilità: dal castigo degli dèi alla crisi del welfare, Carocci Editore), che ricorda come nella storia le persone con disabilità siano state sempre nascoste alla vista, chiuse in casa, segregate, allontanate. O, addirittura, derise e perseguitate. La disabilità, per una serie di motivi socio-religiosi, è stata per secoli una condizione relegata in un angolo, priva di dignità e cittadinanza, considerata una maledizione divina, una vergogna o, nel migliore dei casi, qualcosa da compatire. E anche oggi, nelle nostre moderne e civilissime società, l’eredità di questo passato si fa sentire, e parecchio: la mancanza della consapevolezza che la disabilità altro non è che una normale condizione umana, che molti di noi possono trovarsi a vivere in un momento qualsiasi della propria vita, di fatto pone un ostacolo formidabile all’accettazione della disabilità stessa. La quotidianità della disabilità spaventa: se un Alex Zanardi o una Bebe Vio suscitano simpatia ed ammirazione, la fatica giornaliera delle difficoltà nella normalità è un altro paio di maniche. E, conseguentemente, tutta una serie di azioni che tendono a riequilibrare la situazione garantendo la parità di godimento degli inalienabili diritti di cui ogni cittadino gode, come limpidamente sancisce l’articolo 3 della nostra Costituzione sin dal 1947, arranca, spesso si trascina, perde vigore. Non trova, in altre parole, un ambiente favorevole. Capacitante, Si tratta, di fatto, dell’incosciente – nella duplice accezione di inconsapevole e sconsiderato – rifiuto dell’alterità di tante donne e tanti uomini che quotidianamente si trovano ad affrontare situazioni sfibranti. Spesso umilianti. Se ancor oggi c’è bisogno dell’instancabile attivismo di Iacopo Melio, che con il suo #vorreiprendereiltreno ha fatto capire quale sia il significato profondo del diritto alla mobilità e all’accessibilità per chi ha una disabilità, è evidente che la sfida è culturale prima che normativa o economica. Chissà se di questo ed altro parlerà agli Italiani la politica che affila le armi per le prossime elezioni per il Parlamento.

Pubblicato su Linkiesta