Lavoro agile e obiettivi di sviluppo sostenibile: lavoro dignitoso per tutti (SDG 8)

L’obiettivo di sviluppo sostenibile numero 8 dell’Agenda 2030 dell’ONU mira a incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti (promote sustained, inclusive and sustainable economic growth, full and productive employment and decent work for all) ed è strettamente e logicamente legato alla lotta alla povertà, al miglioramento delle condizioni sociali ed economiche e, in ultima analisi, al contrasto delle diseguaglianze ancora presenti e profondamente radicate a livello internazionale. Una crescita economica non fine a sé stessa, sostenibile in quanto consenta alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri, come chiarito sin dal 1987 dal Rapporto Brundtland, non può non essere inclusiva, nello sforzo di non lasciare indietro nessuno, in particolare le persone più fragili, vulnerabili e/o svantaggiate. A tale scopo, precondizione necessaria, sebbene non sufficiente, è quella di favorire la creazione di posti di lavoro dignitosi (ovvero, come specificato dall’OIL, caratterizzati da “productive work for women and men in conditions of freedom, equity, security and human dignity”), eliminando pratiche come il lavoro forzato e minorile e promuovendo, come leva di sviluppo, l’innovazione tecnologica.

Secondo quanto riporta l’ONU, circa la metà della popolazione del pianeta vive ancora con l’equivalente di due dollari al giorno: una simile condizione non permette, in molti paesi, di uscire dalla spirale della povertà e comporta, nel quadro di una prolungata mancanza di opportunità di lavoro dignitoso, una crescente fragilità delle stesse dinamiche di base delle società democratiche. A livello globale sarebbero necessari, per contrastare un simile, persistente andamento, 470 milioni di impieghi stabili e ben pagati per coloro che entreranno nel mercato del lavoro fino al 2030. Occorre poi rilevare che, anche in questo caso, la pandemia da Covid-19 è stato un elemento che ha inciso assai negativamente sul perseguimento dell’obiettivo, causando, in un quadro già in recessione, la peggiore crisi economica dal 1929: nel 2020 sono state perse circa il 9% delle ore lavorate a livello globale rispetto all’ultimo quarto dell’anno precedente, pari a 255 milioni di posti di lavoro a tempo pieno. Settori quali il turismo (con un impressionante perdita di più di un trilione di dollari), ristorazione, commercio al dettaglio sono state gravemente colpiti, con ripercussioni lungo tutta la catena del consumo, mentre, come noto, i lavoratori giovani e le lavoratrici sono state le categorie che più hanno risentito delle severe misure adottate a livello internazionale per contrastare l’epidemia. In particolare, si teme un aumento del numero dei cosiddetti NEET, ovvero dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono né occupati né inseriti in un percorso di istruzione o di formazione. Si prevede, inoltre, che un ritorno ai livelli pre-pandemia non sarà possibile per un periodo di tempo non breve, pure a fronte di un lento recupero dell’economia internazionale.

Volgendo lo sguardo all’Italia, l’ISTAT, nel suo ultimo rapporto sugli SDGs, rileva che nel 2020 il Pil ha subito una caduta eccezionale (-8,9%), di entità superiore sia all’area euro sia all’Ue. Il Pil per abitante diminuisce dell’8,4% mentre il tasso di occupazione scende al 62,6% (-0,9 punti percentuali rispetto all’anno precedente) e il tasso di disoccupazione si riduce al 9,2% in presenza di un aumento dell’inattività legato alle limitate possibilità di ricerca di lavoro durante le diverse fasi di lockdown. Le misure di contenimento sociale implementate dal Governo hanno ovviamente determinato una ricomposizione dei luoghi di lavoro, favorendo il lavoro da casa (una forma di smart working emergenziale), la cui incidenza in termini di occupati sale al 13,7% (4,8% nel 2019). Sempre con riferimento al nostro Paese, il Rapporto ASviS 2021 ha sottolineato che, sebbene il recente allentamento delle misure restrittive (attualmente in fase di ulteriore revisione), il ciclo globale di “rimbalzo” e gli effetti dello stimolo operato dalla Commissione europea attraverso il Next Generation EU abbiano consentito di registrare segnali positivi a livello macroeconomico, i divari a livello nazionale e sovranazionale restano profondi. Grande fiducia per la crescita è naturalmente riposta nelle azioni del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) che però, ricorda il Rapporto, non dispiegherà i propri effetti completi fino al compimento dei progetti nel 2026, quando l’impatto sul Pil è stimato al 3,6% annuo. Si teme, dunque, la perdurante differenza con il Pil pro-capite pre-crisi.

Il quadro è, come si vede, particolarmente articolato e richiede, come ha evidenziato Stefano Epifani, un profondo e strutturato ripensamento del concetto stesso di lavoro, la cui percezione è oggi mutata (se ne parla più avanti), richiedendo a chi riveste ruoli di responsabilità politiche ed economiche il delicato compito di re-immaginare il lavoro perché risponda ad esigenze diverse per un mondo diverso, da disegnare sulla base dei principi dello sviluppo sostenibile. Da questo punto di vista, ove si rifletta sulla profonda trasformazione, in termini di tempi e luoghi che il lavoro agile può mettere in campo, appare evidente come il tema attraversi tutta l’Agenda. L’adozione di forme di lavoro da remoto, ad esempio, contribuisce a migliorare livelli di salute e benessere (SDG 3), ha conseguenze sull’alleggerimento dell’impatto del traffico sulle città, migliorandone la vivibilità (SDG 11), e incide sull’eguaglianza di genere (SDG 5). Quel che più rileva, tuttavia, è che favorire modalità di lavoro diverse da quella tradizionale in presenza, legata a rigidi paletti orari e di luogo, può aprire a nuove occasioni di impiego ancora non pienamente sperimentate e supportate da un adeguato utilizzo delle tecnologie informatiche.

Si pensi, ad esempio, alla possibilità di accesso a posti di lavoro che la distanza avrebbe scoraggiato ricercare e che l’ICT permette di svolgere da remoto, magari senza allontanarsi in pianta stabile dalla propria residenza, contrastando così, in alcuni casi, lo spopolamento di aree rurali o di piccoli centri (in Italia si è parlato del fenomeno del southworking), con considerevoli risparmi che il pendolarismo o il trasferimento, al contrario, implicano. Ciò può, allo stesso tempo, avviare un processo di competizione da parte dei datori di lavoro che mirino a reclutare lavoratori indipendentemente dal luogo di residenza, ampliando il raggio di ricerca e offrendo migliori condizioni di lavoro a fronte di nuove esigenze che la pandemia ha fatto emergere: mentre ci si riaffaccia su un mondo post-Covid, infatti, per molti lavoratori, ha raccontato ad esempio Time, è in corso un processo di rivalutazione delle loro priorità e della loro relazione con il lavoro, consapevoli che il modello dell’ufficio moderno del XX° secolo è stato superato. Allo stesso tempo, ha messo in chiaro una recente ricerca sui dati globali di LinkedIn, molte imprese hanno passato gli ultimi due anni a riesaminare con attenzione i loro modelli di lavoro e organizzativi, assieme alla loro cultura interna e i loro valori, puntando su un aumento di offerte di lavoro in forma ibrida o remota e ponendo sempre maggiore attenzione a cosa offrire per attirare professionalità. Sono aspetti che potrebbero, inoltre, avere conseguenze positive sulle categorie ad oggi ancora marginalizzate nel mondo del lavoro, come le donne e, soprattutto, le persone con disabilità. Sembra, dunque, coerente con l’adozione di forme flessibili di prestazione lavorativa il raggiungimento di alcuni dei target dell’obiettivo 8, come garantire entro il 2030 un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per donne e uomini, compresi i giovani e le persone con disabilità, e un’equa remunerazione per lavori di equo valore (8.5), ridurre entro il 2030 la quota di giovani disoccupati e al di fuori di ogni ciclo di studio o formazione (8.6) o proteggere il diritto al lavoro e promuovere un ambiente lavorativo sano e sicuro per tutti i lavoratori, inclusi gli immigrati, in particolare le donne, e i precari (8.8).

Occorre, allo stesso tempo, una buona dose di realismo. La Dichiarazione finale dei Ministri del lavoro dei Paesi del G20 adottata a Catania nel 2021, nel riconoscere l’importante ruolo del lavoro da remoto per datori di lavoro e lavoratori durante la pandemia al fine di assicurare una continuità nell’andamento del lavoro sostenibile ed inclusivo, prevede, tuttavia, nell’Annex 3, una serie di condizioni che devono fornire il quadro di riferimento per permettere ai lavoratori di beneficiare delle nuove opportunità offerte dal lavoro agile e, allo stesso tempo, continuare a promuovere lavoro dignitoso e protezione sociale per tutti. Tra le condizioni elencate rilevano, ad esempio, un quadro ordinamentale articolato, la facoltatività e reversibilità dell’istituto, il diritto alla disconnessione, sicurezza e formazione. L’attenzione riservata a tali questioni evidenzia gli elementi che devono essere seguiti con particolare diligenza e cautela per assicurare un possibile futuro dello smart working che si svolga in modo coerente (se non, addirittura, in contrasto) con quanto previsto dall’Agenda. Da questo punto di vista, le evidenze contenute nel Rapporto del febbraio 2021 dell’OIL sui possibili impatti del Covid-19 sul raggiungimento dell’obiettivo 8 mettono in guardia avverso i possibili effetti avversi dell’adozione non regolamentata del lavoro agile o da remoto.

Non tutti i lavoratori, come è ovvio, possono accedere a forme di lavoro da remoto, con grossi squilibri da parte dei Paesi in via di sviluppo. In generale, il personale più istruito e specializzato ha più del doppio delle possibilità di lavorare da casa rispetto agli altri lavoratori. I lavoratori più giovani, le donne, i migranti e le minoranze etniche possono accedervi addirittura tre volte di meno. Sebbene per tali categorie il lavoro agile offra numerosi vantaggi (risparmi in termini di spostamenti e migliore conciliazione vita/lavoro), esso resta impraticabile per molti di essi e rischia, in alcuni casi, di produrre e/o alimentare diseguaglianze: per i lavoratori in remoto a vantaggio di quelli in presenza (si è vagheggiata una riduzione del salario per i lavoratori agili) o, viceversa, per chi, non desiderando usufruire della facoltà di lavorare in remoto, rappresenti maggiori costi di gestione per l’impresa. Profili negativi possono, inoltre, essere ravvisati per le donne che, lavorando tendenzialmente in misura maggiore da remoto rispetto agli uomini, potrebbero essere penalizzate in termini di carriera, o per le persone con disabilità, la cui perdurante lontananza dal luogo di lavoro potrebbe incidere negativamente sulle opportunità di inclusione e partecipazione che la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006 persegue. Altri rischi sono legati, poi, all’utilizzo di postazioni lavoro adeguate, all’isolamento e al sovraccarico cognitivo, al rischio di esclusione, complice il digital divide, per le fasce più vulnerabili di lavoratrici e lavoratori. Evidenti, infine, le ripercussioni negative ove l’approccio al lavoro da remoto si concretizzi in mero telelavoro fungibile che favorisca la delocalizzazione pura e semplice dei servizi.

Ancora una volta, è evidente che il positivo contributo che lo smart working può offrire, in termini di spinta al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile, anche con riferimento al tema del lavoro, è correlato a diversi fattori, fra loro interrelati: intanto l’indefettibilità di un’efficace dorsale informatica che permetta l’effettivo svolgimento delle attività indipendentemente dal luogo e, ove opportuno, in condivisione con altri; l’attenzione delle autorità pubbliche a che il quadro regolatorio tuteli tutti i lavoratori, in particolare quelli svantaggiati, per i quali il lavoro agile possa offrire possibilità di miglioramento e avanzamento e non di ulteriore esclusione; il ruolo e la responsabilità del management, del settore privato come del settore pubblico, perché nuove forme di organizzazione del lavoro non si risolvano in mere scorciatoie tese al risparmio o in sterili forme adempimentali, lavorando per realizzare e consolidare sistemi ibridi, equilibrati e su misura secondo le diverse situazioni concrete; infine, riuscire a disancorarsi dall’ “era della pandemia” e dall’utilizzo necessariamente strumentale sino ad oggi fatto del lavoro da remoto e interrogarsi, in profondità, sulle tante potenzialità di natura strategica, ancora da scoprire, di questa potente leva organizzativa e di trasformazione del lavoro.

Pubblicato su Techeconomy2030

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