Brutti, social e cattivi

Pare emergere, negli ultimi tempi, un dibattito circa gli impatti reputazionali provocati delle affermazioni veicolate sui social media dai singoli utenti e in merito alla relazione esistente fra la sfera privata e quella pubblica e professionale, in particolare alla luce delle possibili conseguenze che dichiarazioni ed esternazioni rese possano avere sull’organizzazione, pubblica o privata, presso cui l’individuo presti la sua opera. Ci si domanda, insomma, se taluni comportamenti privati siano o meno rilevanti per la dimensione pubblica e lavorativa, cosa che ha assunto una particolare rilevanza in virtù dell’incasellamento di simili fattispecie sotto l’etichetta della cosiddetta “cultura della cancellazione” (cancel culture) di importazione statunitense (ne parla diffusamente e criticamente Fabio Avallone su Valigia Blu). A complicare il quadro, si aggiunga il ruolo amplificatore dei social network e la viralità che le posizioni controverse possono assumere in rete (in questo favorite dai mezzi di comunicazione di massa tradizionali, che spesso ne seguono e assecondano le dinamiche), anche grazie a ondate di condanna o approvazione da parte dei diversi utenti.

Per richiamare qualche caso delle cronache recenti, sono almeno tre i professori universitari che, a seguito di esternazioni in rete, hanno ricevuto ammonimenti o sanzioni dalle loro università: si tratta di Marco Gervasoni, da ultimo indagato per vilipendio del Capo dello Stato dopo alcuni post su Twitter, di Giovanni Gozzini, sospeso dal proprio ateneo per dichiarazioni ingiuriose contro la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, nel corso di un programma radiofonico e Marco Bassani, anch’egli sospeso per la pubblicazione di un post dal contenuto marcatamente sessista riguardante la vice-presidente USA, Kamala Harris. Ancor più recentemente, ha fatto rumore la vicenda del musicista Roberto Angelini, presenza fissa a “Propaganda live”, trasmissione di successo della rete televisiva La7, per un caso di lavoro irregolare presso il ristorante di sua proprietà che ha portato Angelini ad abbandonare la trasmissione. Sembra prender corpo, in casi simili, un biasimo sociale che, a partire da dichiarazioni o comportamenti propri dell’ambito privato dell’individuo, alimenta una reazione diffusa che può impattare direttamente sul ruolo pubblico o professionale dello stesso.

Tale forma di disapprovazione, veicolata e promossa prevalentemente attraverso i social network, individua, cioè, una correlazione fra dimensione privata e pubblica, considerando la prima rilevante per la seconda. È una sorta di domanda collettiva che sottopone a scrutinio quanto viene immesso nel circuito digitale e che, con la forza amplificata della rete, pone il problema della compatibilità di determinate posizioni col ruolo ricoperto. Sono dinamiche che, ovviamente, non si svolgono nel vuoto pneumatico ma nel quadro, come nel caso delle università, di codici o regolamenti etici, e di una prassi giusrprudenziale che ha da tempo individuato il valore di alcune, specifiche condotte extralavorative anche in caso di assenza di rilevanza penale o amministrativa delle stesse e che incidono sul patto fiduciario alla base del rapporto di lavoro. Si pongono, in merito, una serie di questioni rilevanti. Potrebbe in primo luogo obiettarsi che se ci si rivolge a un medico, se ci si iscrive in una università o se si segue una celebrity del mondo dello spettacolo, le opinioni personali sono di importanza secondaria: quel che conta è che quel tal medico sia competente, quel professore capace di coinvolgere gli studenti e quel cantante bravo ad intrattenere. Ed è indubbiamente vero: le idee personali o le opinioni politiche attengono alla sfera privata di ciascuno di noi e quel che conta è la capacità dimostrata ed apprezzata per la quale si viene, in un’ottica sinallagmatica, remunerati.

Questo, tuttavia, è solo un aspetto del problema: è possibile, ad esempio, assimilare in maniera neutra al novero delle legittime idee o opinioni un insulto sessista? O affermazioni antisemite o razziste? E può una organizzazione, pubblica o privata, trascurare scientemente le possibili ripercussioni che possano ingenerarsi negli interlocutori diretti e nelle opinioni pubbliche e, in ultima analisi, impattare sul capitale reputazionale dell’organizzazione stessa? Anche due mostri sacri del giornalismo come Michele Serra e Natalia Aspesi sono intervenuti nel dibattito, richiamando – non senza ragione, nel caso di Serra – il pericolo della “voglia di forca” e di uno “smisurato stigma social” ma non cogliendo che in alcuni casi la percezione può mutare radicalmente. Serra sostiene, infatti, che se dovesse prendere una multa per un’infrazione stradale non dovrebbe certo smettere di scrivere la sua rubrica giornaliera. A questa posizione di condivisibile buon senso si potrebbe, però, replicare che nessuno storcerebbe il naso per un’ammenda per aver circolato con una luce di posizione fulminata, ma per molti la cosa potrebbe radicalmente cambiare ove, per assurdo, Serra parcheggiasse scientemente in un posto riservato a persone con disabilità: siamo davvero sicuri che nel secondo caso continueremmo tranquillamente a leggere l’Amaca senza curarci dell’accaduto?

 Per provare a capire meglio torniamo, allora, alla Costituzione che ricorda limpidamente (art. 21) che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” e che, per rifarci al caso delle università (art. 33), “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. In tale quadro, sono già presenti nell’ordinamento tutti i rimedi per definire giudizialmente i casi che possano sorgere: chi si ritenga leso da un’affermazione o un comportamento potrà adire vie legali o ottenere, se del caso, soddisfazione. Occorre, tuttavia, considerare due elementi. Viviamo in una società complessa e sempre più interconnessa, nella quale la rete è uno dei luoghi privilegiati di affermazione di sé e in cui ha acquisito un ruolo significativo la dimensione reputazionale nei confronti della cerchia dei cosiddetti stakeholder. Parti sempre più ampie di opinioni pubbliche, ad esempio, pretendono trasparenza e correttezza di comportamenti da imprese e multinazionali che scommettono sulla dimensione etica del loro agire: basti ricordare come poco più di due anni fa 180 CEO delle più grandi aziende americane hanno firmato una dichiarazione secondo cui la responsabilità sociale viene prima del profitto. Al netto di tassi variabili di ipocrisia, il tema è sul piatto e dà forza al ruolo dal basso degli individui che possono farsi sentire attraverso la rete nei confronti di aspetti che siano percepiti come eticamente o socialmente rilevanti. In secondo luogo, se alla più ampia circolazione delle opinioni va sempre accompagnata pari libertà di critica, appare pretestuoso pretendere di ricomprendere nell’alveo della libertà di espressione anche manifestazioni che nulla hanno a che fare con la diffusione ed il confronto delle idee.

Si tratta di un punto qualificante che va evidenziato: il libero dibattito, in qualsiasi agorà esso si svolga, ha e deve avere sempre e comunque piena cittadinanza, anche e soprattutto per temi altamente controversi. La forza di una democrazia risiede, infatti, proprio nella capacità di composizione di punti di vista diversi, tutelando, in particolare, attraverso un sistema di pesi e contrappesi, quelli della/e minoranza/e. E, sebbene la libertà di parola debba sempre e comunque essere garantita, non possono ritenersi meritevoli di pari tutela esternazioni che mirino solo all’insulto, alla denigrazione e alla discriminazione dell’interlocutore sulla base di fattori che nulla hanno a che vedere con le idee che questi possa esprimere e che è sempre legittimo contrastare dialetticamente: tutto può esser detto naturalmente, purché ciascuno se ne assuma piena responsabilità, nella consapevolezza condivisa che una piazza digitale non differisce da una pubblica piazza e che, in taluni casi, le conseguenze possono non limitarsi alla sfera strettamente personale.

Coglie certamente un punto Giovanni Orsina quando, in un’intervista sull’Huffington Post, sostiene che il dibattito non debba svolgersi sul livello emotivo ma mantenersi su quello del confronto tra idee, dato che se nel dibattito c’è la crescita della società, le suscettibilità non comunicano le une con le altre, così da impedire la crescita collettiva. Sono da respingere fermamente le sempre più frequenti “tempeste social” che si abbattono ormai con regolarità su singoli utenti, soprattutto ove le contestazioni non assumano carattere di critica ma si articolino attraverso insulti e minacce, una vera e propria barbarie che è purtroppo la nuova normalità. Appare, tuttavia, difficile concordare sulla paventata “violenta illiberalità” delle possibili sanzioni soltanto ove si ricordino i dati riportati nell’ultima edizione del Barometro dell’odio di Amnesty International, che ha analizzato l’impatto che le ripercussioni della pandemia sui diritti economici, sociali e culturali hanno avuto sulla discriminazione in rete. Nel 2020 1 commento su 10 è stato offensivo, discriminatorio e/o hate speech, mentre i soli discorsi d’odio sono aumentati del 40%.

Questi dati, certamente preoccupanti, non devono oscurare un punto nodale: alla luce di quanto si è detto, come si fa a garantire, anche nell’agone digitale, la pluralità delle idee, pur senza alibi per le discriminazioni? Come evitare, in altre parole, che legittime posizioni dissenzienti, divisive persino, possano essere zittite o represse, magari ad opera di rumorosi movimenti organizzati in rete, col rischio concreto di limitare fortemente i confini di quel che può esser detto senza minaccia di rappresaglia, come hanno ricordato i firmatari della nota lettera sulla giustizia e l’aperto dibattito pubblicata circa un anno fa su Harper’s Magazine? È una questione fondamentale che merita di essere affrontata con serietà a tutti i livelli, muovendosi sul delicatissimo crinale che vede, da un lato, l’imprescindibile libertà di opinione di tutti i cittadini (e utenti digitali) e, dall’altro, il necessario e civile contrasto a discorsi d’odio o discriminatori in rete. Da questo punto di vista, il resoconto offerto sulle attività di vero e proprio boicottaggio ad hominem condotto in più occasioni da parte di Young Americans for Freedom, un’organizzazione attiva nel mondo delle università americane, offre una severa lezione da tenere ben presente nella discussione.

Concorrono a definire la complessità della questione elementi diversi e interconnessi: la debolezza della dimensione politica tradizionale sulla tenuta della qualità del dibattito pubblico rispetto a dinamiche sociali e culturali che si sviluppano con velocità inaspettate; la naturale predisposizione della rete a polarizzare il confronto e ad assestarsi su relazioni primarie amico-nemico; l’utilizzo spesso opaco della rete e dei social network da parte di organizzazioni e individui; e, non ultimo, l’incapacità di molti a comprendere che l’agire virtuale non si svolge in una sorta di zona franca in cui sono ammessi comportamenti che non sarebbero dai più tollerati nella vita di tutti i giorni. I social network non esauriscono, fortunatamente, le occasioni di scambio e di socialità e non sappiamo ancora se siano qui per restare e, in caso positivo, con quali forme e modalità nel prossimo futuro. Il web, tuttavia, così come il villaggio globale, si sta rivelando progressivamente sempre più conflittuale, con esiti tutti da immaginare e le possibili opzioni da svolgere sono sul tavolo, ancora da scoprire: la prima scommessa per fare passi avanti, tutelare i diritti di tutti e evitare una overdose social è quella di ripartire dalla condivisione di un insieme minimo di regole che governino la piazza virtuale, a partire dai ragazzi. E da quegli adulti cresciuti male. Siamo solo al fischio di inizio.

Pubblicato su Linkiesta

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