Il numero perfetto

Lo scorso 13 novembre è apparso un articolo su Il Messaggero di Roma, a firma di Lorenzo De Cicco, che titolava, con fare altisonante: “Roma, boom di congedi ai comunali: uno su 3 ha parenti «invalidi»” (si noti il termine invalidi posto fra virgolette). Riporta il giornale che “incredibilmente le licenze 104 si moltiplicano: oggi sono quasi 7mila i lavoratori col permesso in tasca, tra vigili urbani, geometri e travet dell’anagrafe. Sempre più dipendenti, sempre più giovani, chiedono e ottengono i congedi che, in teoria (sic!), dovrebbero servire ad assistere un famigliare disabile”. “Si tratta – continua il pezzo – di “licenze (sic!) solitamente appannaggio dei lavoratori più in là con gli anni, alle prese con genitori anziani. Certo, la 104 è accordata anche a chi ha figli con handicap, o altri parenti a carico con infermità gravi, ma in genere è una quota residuale”. Licenze? In teoria? Quote residuali? Andiamo con ordine.

Si provi a partire da un elemento che dovrebbe vedere tutti d’accordo: le misure previste in tema di permessi retribuiti dei dipendenti (pubblici e privati) di cui alla legge 104 del 1992 sono a tutela della persona con grave disabilità, con un meccanismo che mira a garantire una rete minima di sostegno familiare alla persona fragile. Nel caso delle 3 giornate/mese di permessi retribuiti per il lavoratore dipendente che assiste una persona con disabilità (la quale può, essa stessa, usufruire di tali permessi), si tratta, come spiegato altrove, di attività strettamente legate alle esigenze del caso e alla specifica situazione di bisogno. Il diritto deriva dalla pronuncia di una commissione medica ASL, integrata da un medico dell’INPS, che dichiara la necessità di un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale a favore della persona. È noto, peraltro, che il tema della tempestività del processo di riconoscimento sia stato negli anni scorsi oggetto di particolare attenzione e che è da tempo in corso una riflessione, anche in seno all’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità, circa una riforma che si basi sul concetto della funzionalità della persona e non sulla mera residua abilità lavorativa, in linea col modello proprio della Convenzione ONU del 2006 sulla condizione delle persone con disabilità.

Si torni ora alla questione sollevata dall’articolo che pone un problema di numeri, tratti dall’ultimo conto annuale del Comune di Roma, secondo cui, a fronte di circa 23.000 dipendenti capitolini, 6.839 sono titolari di permessi per legge n. 104/92, ovvero il 29% del totale, optando per l’evidenza tranchante che “tra i nuovi arruolati più d’uno, fiutata l’aria in Campidoglio, abbia già iniziato a chiedere licenze per saltare il turno (sic!)”. È utile richiamare qualche dato di sfondo e ricordare che in un Paese come l’Italia, testa di serie in un quadro europeo che vede la quota della popolazione di età pari o superiore ai 65 anni in netto aumento, disabilità e anzianità si interlacciano fortemente per quel che riguarda il bisogno. Il rapporto ISTAT 2019 ci dice, al proposito, che in Italia sono circa 3 milioni e 100 mila (il 5,2% della popolazione) le persone con limitazioni gravi, e che gli anziani sono i più colpiti: quasi 1 milione e mezzo di ultra settantacinquenni (cioè più del 20% in quella fascia di età) si trovano in condizione di disabilità e 990.000 di essi sono donne. È significativo, da questo punto di vista, come il Sole 24 Ore ricordi che l’uso di questi permessi sia in costante crescita anche nel settore privato: andando a consultare gli ultimi dati INPS disponibili, nel periodo 2012-2019 sono state, infatti, erogate ben 3.812.508 prestazioni per benefici 104 ai soli lavoratori dipendenti del settore privato: un numero che dal 2012, in cui in erano 377.378, è salito costantemente sino alle 589.889 prestazioni nel 2019, con un tasso di crescita del 56%.

E Roma? Va rilevato che la Capitale, al pari della regione Lazio, è un territorio di grandi anziani. I dati ISTAT sulla popolazione dicono che a fronte dei 735.000 65enni in Italia, si contano circa 70.500 individui nel Lazio, di cui 50.500 a Roma; sui 537.000 75enni italiani, 49.000 sono nel Lazio, di cui 36.000 a Roma; per i 350.000 85enni, infine, 32.000 risiedono nel Lazio e 23.000 a Roma. Si tenga presente, a mo’ di paragone, che per la Lombardia, che conta quasi il doppio degli abitanti del Lazio, il numero di anziani è sempre relativamente più basso rispetto al Lazio in tutte e tre le categorie. È lecito, dunque, desumere una particolare incidenza sul bisogno alla luce della popolazione anziana residente. A questo, inoltre, si aggiunga che Roma, come e più di altre grandi città, costituisce un vero e proprio catalizzatore di lavoratori pendolari extra-comunali i quali, fortemente impiegati nel settore della pubblica amministrazione, che si concentra evidentemente a Roma (dove trova casa una rete complessa di amministrazioni centrali, strutture regionali e uffici comunali), portano in dote il “carico anziani” del proprio territorio, incidendo in maniera incrementale sulle richieste presentate all’amministrazione comunale: è ragionevole dedurre che Roma Capitale, in tal modo, si faccia carico di una fetta di bisogno esogena, originata al di fuori del territorio del Comune, che proprio sul Comune va a pesare. Infine, non va trascurata la massiccia presenza delle donne, maggiormente coinvolte nelle attività di cura, rispetto agli uomini tra il personale impiegato: ben 16.454 unità rispetto a 7.087, più del doppio.

Sia chiaro: ogni abuso commesso va ricercato, individuato e sanzionato senza sconti, a tutela di chi di quel diritto deve godere. Occorre, tuttavia, chiarirsi: dove si anniderebbero questi abusi? Nelle Commissioni che operano nell’area romana che valutano le domande di riconoscimento della condizione di disabilità? Andrebbero mosse accuse di illecito e truffa che vanno circostanziate e, soprattutto, provate. Nella gestione della pratica del dipendente? Si ignora, forse, che la discrezionalità in materia da parte degli uffici pubblici è assai compressa, limitandosi al controllo di alcuni parametri di base fra cui l’esistenza della certificazione necessaria e la dichiarazione di condizione di referente unico (eccezion fatta per i genitori di figlio disabile in situazione di gravità, che può essere assistito, alternativamente, da entrambi) con assunzione delle conseguenti responsabilità di natura penale da parte del dichiarante. Basterebbe dunque fermarsi qui per capire che una percentuale in sé non può costituire motivo di scandalo, a meno di contestare con fatti e/o notizie di reato quanto fin qui riportato.

Si vada, tuttavia, oltre. Potrebbe costituire abuso, allora, la modalità di fruizione del beneficio, da parte di chi, invece di prestare assistenza, preferisca andarsene al mare o poltrire a letto? Certamente sì. E, è bene precisarlo, se i possibili abusi potrebbero trovarsi in questa fase post-concessoria, è ulteriormente evidente che una denuncia che poggi sul mero numero dei titolari del beneficio non ha alcun senso. Un tema razionale è, allora, quello riferito alla verifica della effettiva prestazione dell’assistenza: posto che, va da sé, sarebbe irrealizzabile – e lunare – il pedinamento di centinaia di migliaia di lavoratori su tutto il territorio nazionale e che, come si è spiegato all’inizio, le modalità di gestione dell’assistenza possono essere le più varie, il tema diventa squisitamente organizzativo sotto due profili. Il primo, scontato, attiene al dovere di informare tempestivamente le competenti autorità ove si abbia concreta e palese evidenza di un comportamento illecito: saranno gli inquirenti a valutarne la fondatezza. Il secondo investe una appropriata conduzione dell’attività amministrativa che contemperi e concili la dovuta fruizione del beneficio, correlato al principio fondamentale di tutela della persona (si noti, a margine, che a Roma la media mensile di giornate fruite è pari a 1,8, a testimoniare che non tutte le giornate cui si ha diritto vengono utilizzate, con un peso sul totale assenze pari al 10,3%).

La discussione resta, naturalmente, aperta. Si consenta, tuttavia, un’ultima, stringata avvertenza. Quando, in maniera del tutto spregiudicata, fra ammiccamenti e allusioni, si asseconda e caldeggia la cultura del sospetto, che accomuna i “furbetti del cartellino” ai “furbetti della 104”, limitandosi a dare in pasto al pubblico cifre che dovrebbero essere sempre spiegate (per corroborarle o per contestarle), ci si avvia per una china assai pericolosa. Quella della presunzione della colpevolezza che porta con sé, inevitabilmente, la categoria del nemico oggettivo. Ieri i dipendenti pubblici. Oggi chi fra loro si prenda cura delle persone con disabilità. E domani? A chi toccherà?

Pubblicato su Linkiesta 

 

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