Sì, siamo lavoratori dipendenti. E allora?

Le pesanti, necessarie misure adottate dal Governo contro la brusca impennata dell’epidemia da Covid-19 stanno causando gravi difficoltà a una larga parte di cittadini: esercenti della ristorazione, commercianti, liberi professionisti, partite IVA. Chiunque abbia un po’ di sale in zucca capisce che occorre tutelare, in fretta e adeguatamente, chi venga danneggiato dalle conseguenze sociali ed economiche della diffusione del virus. Per due motivi: perché sono cittadini Italiani al pari di tutti gli altri e perché il danno all’economia alla fine colpirà chiunque, indipendentemente dalla posizione lavorativa e reddituale. Non i ricchi e i super ricchi, evidentemente: c’est la vie. Eppure, molti soffiano sul fuoco, propalando la vergognosa – e pericolosa – idea che qualcuno la deve pagare: i dipendenti pubblici e privati. La colpa delle disuguaglianze crescenti, dicono, non è della pandemia ma di coloro che hanno un imperdonabile peccato originale: avere un posto di lavoro dipendente a tempo indeterminato. Quel posto che molti di coloro che ora lanciano strali avverso i dipendenti non hanno mai avuto interesse a cercare. Magari lo hanno disprezzato. Ci sta: ognuno nella vita fa le proprie scelte. Eppure avere un lavoro dipendente presso una pubblica amministrazione o un’azienda è oggi una macchia indelebile. Un’ignominia. Perché ci sono alcuni che sostengono che i dipendenti pubblici (o privati, cambia poco) se ne fregano dei loro concittadini che se la passano male, sono indifferenti alle difficoltà di amici e parenti, hanno “il culo al caldo”. Sono i garantiti, i privilegiati, che aspettano in panciolle il prossimo lockdown. È un malumore sotterraneo, fomentato da irresponsabili che, per palese incomprensione delle dinamiche sociali e del sentire umano o, peggio, per calcolo spregiudicato, sparano nel mucchio. Sono pochi: una minoranza rumorosa e spregiudicata. Ma da non sottovalutare, anche perché, grazie ai social network, sono le posizioni estreme che vengono malauguratamente amplificate. Per costoro una parte dei cittadini Italiani non meritano la patente di esseri umani ma solo la messa all’indice.

Beh, sapete che c’è? Basta.

Lo dico a chiare lettere: nessuno tifa per il lockdown, che sarebbe un disastro. Nessuno odia le partite IVA, i ristoratori, i gestori delle palestre o i liberi professionisti. Nessuno desidera lo schianto altrui. È una scandalosa menzogna alla quale bisogna reagire sempre e in ogni dove. Ribadendo che l’Italia è una e che se noi si lavora facendo il nostro dovere, oggi come ieri, consapevoli del momento drammatico, siamo pronti a difendere chi se la passi male e a contribuire in ogni modo a dare una mano. Non presumete di sapere ciò che pensiamo o sentiamo: smettetela. Chi spinge per il conflitto tra cittadini deve essere contestato e smentito: civilmente e argomentando, ma non tacendo di fronte a pericolose teorie che minino il tessuto civile del Paese Va tutelata la dignità di tutti i lavoratori. Auspicando interventi adeguati per sostenere chi subisce ripercussioni durante la crisi, perché possa avere ogni aiuto oggi e messo in condizione di ripartire domani per continuare a contribuire all’economia dell’Italia e al benessere generale. Allo stesso tempo, questo attacco ai lavoratori dipendenti, che hanno l’opportunità e la fortuna di poter continuare a lavorare, deve finire. Voglio rubare e usare le parole di un messaggio che ho ricevuto da un “privilegiato”, un lavoratore cui qualcuno vorrebbe togliere il suo diritto ad essere cittadino.

Le sue parole sono le seguenti: “Caro dott. Ferrante, sono tutti bravi a soffiare sul fuoco, a stigmatizzare il prossimo, a generare un nemico. Rabbrividisco nel leggere il termine “privilegiato” quando si parla di dipendenti pubblici. Qual è la colpa? Aver studiato? Aver sofferto e fatto sacrifici per vincere un concorso? Sinceramente non vedo il privilegio. Io vedo solo l’onore di servire lo Stato, di lavorare perché tutti stiano meglio. Quando ancora leggo che certi utenti invidiosi sperano nei licenziamenti di massa e/o nella mancata erogazione degli stipendi, mi prende lo sconforto e mi chiedo, ma perché devo lavorare così tanto? Perché devo sfinirmi? Se poi arriva il primo pinco pallino a buttarmi fango addosso ed a sminuire la mia voglia di fare bene e del bene (nel mio piccolo)? L’unica risposta che trovo è: perché mi sento realizzato perché mi sembra di poter cambiare qualcosa (…). Le magagne e i problemi nella PA ci sono, non lo nego, ma ci sono anche persone che si spezzano la schiena e non è giusto che vengano umiliate dal primo utente anonimo. Scusi lo sfogo in privato, ma la ritengo una persona comprensiva, con la quale si può dialogare ed alla quale sta a cuore quello che fa. Grazie per le parole che spende per difendere la P.A. e chi ne fa parte. Un dipendente pubblico sconfortato”.

Meglio di così non avrei saputo scriverlo.

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