C’è del marcio in Regione Sicilia, mio buon Orazio?

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La vicenda, riportata dal Corriere della sera, che ha visto protagonista un dirigente della Regione Sicilia e la diatriba sulle ferie d’agosto, merita una seria riflessione, al di là dell’automatica indignazione o delle facili assoluzioni. Non ho naturalmente motivo per non prendere per buona l’urgenza, evidenziata dal collega, di chiudere i dossier relativi ai fondi europei (non ho visto le carte, quindi facciamoci bastare quanto riportato dai giornali), ma è inevitabile porsi qualche domanda. Sembra che sia stato chiesto ai dipendenti di posticipare (non mi pare si sia parlato di rinunce) le ferie estive per chiudere le pratiche urgenti, dato che – si evince da quanto riportato sui quotidiani – tali pratiche non sono state trattate nel periodo di lavoro da remoto forzato. La prima domanda, allora, è: come si è arrivati a questa strozzatura? La richiesta di ferie, dovute e garantite, viene stigmatizzata perché essere stati a casa renderebbe inutile il ristoro che le ferie comportano. Ma lavorare a casa o in ufficio non incide affatto sul diritto a godere di congedo ordinario. Anzi, come è spesso emerso, il lavoro ‘casalingo’ (o smart working d’emergenza) ha portato con sé superlavoro e carichi più gravosi per le donne. Dovrebbe allora dedursi che, secondo la denuncia, i dipendenti regionali di quel settore non abbiano lavorato nei mesi di confinamento, con la conseguenza della deflagrazione dell’urgenza conclamata lamentata sui quotidiani. Alt. Per quel che mi riguarda, e confortato dall’esperienza di molti colleghi, giudico l’esperienza emergenziale, al netto delle tragiche conseguenze, assai positiva: grazie al tanto lavoro portato avanti, ho personalmente avuto conferma che l’organizzazione del lavoro pubblico può essere rivoluzionata con benefici multipli e profondi (non ritorno su aspetti sui quali mi sono già intrattenuto a lungo). Ovviamente, fatta salva la responsabilità e piena disponibilità e capacità di adattamento mostrate dal personale (grazie!), la responsabilità ultima e finale di far marciare le cose, in pace e in guerra, cade in capo alla dirigenza: sono i/le dirigenti a dover gestire il flusso delle attività e, ove si creino ostacoli imprevisti, insormontabili o eccezionali, a doverlo segnalare e a tentare di trovare delle soluzioni. Ecco perché, mettendo nel cassetto la facile indignazione, occorre chiedersi cosa sia effettivamente successo. C’è chi non ha lavorato? Quanti? E perchè? E cosa è stato fatto, nel rispetto delle diverse disposizioni emanate dal Governo in questi mesi, per cambiare le cose? E se non è stato fatto nulla, perché? Si trattava di attività urgenti e indifferibili per le quali poteva prevedersi la presenza? E, in ogni caso, si trattava e si tratta di attività per le quali non era e non è possibile prevedere la gestione da remoto? Insomma, entriamo nel merito delle cose. Capisco sia molto più facile ricorrere alla pancia delle persone e che approfondire costi, inevitabilmente, tempo e fatica. Tuttavia, non ricorriamo alle facili correlazioni dipendenti pubblici tutti rubastipendi o lavoro agile vacanza casalinga. Non rubiamo il mestiere ai professionisti della semplificazione a tutti i costi ma cerchiamo di esser seri. Tutti. Nessuno escluso.

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