Ancora sull’espulsione di Sgarbi da Montecitorio: precisazioni di uno scandalizzato signore

CAMERA, ESAME DELLE NORME SULLA RIDUZIONE DEL NUMERO DEI PARLAMENTARI

Come non di rado accade, Vittorio Sgarbi si è reso recentemente protagonista di una colorita vicenda che ha avuto luogo nell’aula di Montecitorio, nel corso del dibattito nella seduta del 25 giugno, nella quale era all’ordine del giorno il seguito della discussione del disegno di legge S. 1786. In quell’occasione, l’on. Sgarbi era intervenuto richiamando, fra l’altro, quanto emerso dalle intercettazioni che hanno visto protagonista l’ex presidente dell’ANM Palamara, richiedendo, fra gli applausi di una parte dell’Emiciclo, l’istituzione di “una Commissione parlamentare per la nuova Tangentopoli dei magistrati”. Come ho ricordato in un mio breve articolo per Linkiesta, a seguito dell’intervento dell’on. Giusi Bartolozzi, che, nel ribattere alle parole del collega d’aula, aveva preso la difesa della categoria dei magistrati, Sgarbi aveva rumorosamente protestato, rivolgendo – riporta testualmente lo stenografico della seduta – “ripetuti insulti all’indirizzo della deputata Bartolozzi e della Presidenza”, quali, si legge nel resoconto, “tr***” e “vaf*******” (sic!). Successivamente Sgarbi, in una lettera pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” del 2 luglio, reagiva a quanto scritto da Michele Serra e Corrado Augias in merito all’episodio, denunciando “le prediche moralistiche di alcuni bigotti opinionisti che, ignorando l’uso della provocazione nell’arte, nella letteratura e nello spettacolo del nostro tempo, si esibiscono in patetici rimbrotti scrivendo cose false e tristi malignità”. Legittime scaramucce. Nella stessa lettera, tuttavia, egli richiamava “uno scandalizzato signore che scrive, come molti, il falso, attribuendomi quello che non risulta dalla registrazione audio-visiva dell’aula di Montecitorio, cioè di aver insultato la deputata Bartolozzi”. Ebbene, lo ammetto: quello scandalizzato signore sono io. Accadeva, infatti, che Augias ritenesse opportuno pubblicare, il 1 luglio, una mia lettera che poneva l’accento non tanto e non solo su quanto accaduto (passaggio a mio modo di vedere censurabile da ogni punto di vista), quanto sul ruolo dell’informazione radiotelevisiva nel dare continuo risalto alle frequenti intemperanze del Nostro. Ed è quantomai bizzarro che Sgarbi affermi che io abbia scritto il falso, dato che l’impietoso resoconto stenografico della giornata ha riportato fedelmente le sue parole. Egli è naturalmente libero di dichiarare, assumendosene la responsabilità, ciò che vuole, sebbene in questo caso palesemente contraddetto da un atto ufficiale della Camera dei deputati: ma è davvero strabiliante che perseveri nel mescolare le carte in tavola, facendo intendere che la sua espulsione, decisa dalla Presidente di turno Carfagna dopo ben due richiami verbali, sia stata un mezzo per censurare la denuncia di taluni comportamenti illegittimi da parte di esponenti della magistratura ordinaria e la conseguente richiesta di una commissione parlamentare in materia. Ciò è manifestamente contrario agli eventi, che danno evidenza del fatto che egli abbia potuto tranquillamente compiere e concludere il suo intervento. E ci mancherebbe: condivisibili o meno, tali dichiarazioni – repetita iuvant – rientrano pienamente nelle prerogative proprie del mandato parlamentare. In realtà, l’espulsione è derivata dal comportamento sopra le righe (utilizziamo un eufemismo) dello Sgarbi, che ha continuato a protestare vivacemente ignorando i richiami della Presidenza. Personalmente, rispondo di quel che ho scritto e non posso che confermarlo: il comportamento del deputato Sgarbi, che ha successivamente negato le offese (“Alla Bartolozzi mi sono limitato a dire sei ridicola”), è stato inappropriato e non consono sia nei confronti di una collega deputata, sia verso l’Istituzione di cui fa parte. Egli potrà vantare, a suo dire, “le tante lezioni di arte, anche in televisione, che hanno allargato la platea degli appassionati”, ma in nulla ciò incide sullo svolgimento degli accadimenti, che sono ben chiari, a meno di clamorose smentite dell’operato dei funzionari parlamentari incaricati di riportare fedelmente, parola per parola, quanto pronunciato nel corso del dibattito parlamentare. E tutto egli può sostenere: meno che “questo signor Ferrante” abbia scritto il falso, con buona pace di Raffaello e Caravaggio. E della buona creanza.

Pubblicato su Linkiesta

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