Un errore, normale

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Tiene banco da giorni, su tutti i mezzi di comunicazione, la notizia del drammatico incidente che ha coinvolto Alex Zanardi, ancora in condizioni serissime presso il reparto di emergenza dell’Ospedale Santa Maria delle Scotte di Siena. Dalle prime risultanze sembra che quanto accaduto sia riconducibile ad una tragica fatalità, come le tante che, purtroppo, accadono sulle nostre strade. Immediata la solidarietà all’uomo e al campione, spesso, tuttavia, non tenendo in debito conto l’opportunità di non sventolarla sui social media e dimenticandosi di professare, invece, un silenzio rispettoso del dolore della famiglia e degli amici. Funziona così, si sa. Non è mancata, allo stesso tempo, la fastidiosa presenza dei soliti, sparuti odiatori, che rimproverano a Zanardi di non aver accettato la sua disabilità: come ricordava Umberto Eco, la loro effimera popolarità esonda, per pochi minuti, dal baretto dello sport in cui sarebbero normalmente limitate le loro vili esternazioni. Nel solito, insopportabile circo mediatico risuonano, insomma, i due opposti conformismi che presiedono il mondo dell’immaginario di riferimento circa le persone con disabilità. Quello che potrebbe essere definito come l’omaggio al “super-disabile”, la persona che, tipicamente nello sport, ha dimostrato che la disabilità non è necessariamente un limite e che la forza di volontà e la grinta sono elementi fondamentali per affermarsi, indipendentemente dalle condizioni personali. Nulla da eccepire naturalmente. Anche se una prospettiva del genere rischia di deformare il campo visivo di riferimento, spettacolarizzando il tema della disabilità e portando, magari, a chiedersi come mai, al netto dell’attenzione mediatica, le condizioni quotidiane di tante donne e uomini con disabilità risultino, ancor oggi, del tutto insoddisfacenti in termini di inclusione e partecipazione alla vita delle comunità di riferimento. Sia chiaro: persone come Alex Zanardi, aldilà della personale ammirazione, hanno enormemente contribuito alla lotta allo stigma avverso le persone con disabilità. Quel che stona, talvolta, è il velo di ipocrisia che ammanta il discorso pubblico, tutto rivolto all’eccezionalità da vendere e poco incline ad essere infastidito dalla quotidiana, noiosa normalità di chi lotta faticosamente contro una asfissiante cappa di discriminazione. All’altro capo del filo ci sono, immancabili, gli hater: forse, più semplicemente, coloro per i quali l’orologio della storia si è fermato. Sono coloro che, poveri di animo e di visione, concepiscono il mondo a compartimenti stagni, diviso in razze, sesso o condizioni personali, per i quali le persone con disabilità devono accontentarsi di sovvenzioni e paternalistico pietismo, senza disturbare i manovratori. I normali. Manca, insomma, fra i due estremi, quella banale considerazione della assoluta normalità. La stessa che ha efficacemente tratteggiato Mauro Biani nella sua vignetta su ‘La Repubblica’ del 20 giugno: “un errore, normale”. L’ordinarietà della tragedia, al pari dell’ordinarietà della quotidianità. Il caso ha voluto che sulla statale 146 tra Pienza e San Quirico d’Orcia si incrociassero le vite di due esseri umani: non per l’eccessiva velocità o per un maledetto telefonino ma per le insondabili vicende dell’esistenza. Occorrerebbe allora riportare questa storia, come le tante storie di strada che troppo spesso fanno purtroppo capolino sui giornali, al silenzio. All’attesa composta e alla speranza che per Alex Zanardi non sia stata l’ultima corsa. Per la persona che ha saputo mordere la vita e per la sua famiglia. E appuntandoci che l’esempio dei campioni serve, innanzi tutto, a svegliare le coscienze della società per far sì che tutti i suoi membri, disabilità o meno, vedano garantiti appieno i loro diritti di cittadinanza al pari di tutti gli altri. Nella scuola, nella sanità, nel lavoro, nella politica, nel tempo libero. Per non voltare pagina, un secondo dopo, come nel peggiore dei Truman Show. Forza Alex!

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