Sottotitolature

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La notizia è una di quelle che sembrano costruite a tavolino per diventare virali in rete, fake divertenti per fare il giro dei telefonini nei gruppi WhatsApp degli amici: una persona sorda residente negli USA, fruitore dei servizi on line di Pornhub, piattaforma di video vietati ai minori, avrebbe fatto causa alla compagnia perché i loro video hot non sono accompagnati dai sottotitoli. Non si sa, al momento, se la vicenda, rilanciata dai siti di informazione e dai quotidiani, sia vera o meno ma, in realtà, stavolta importa poco. Paradossale quanto si vuole (potrebbe discutersi della complessità e del contributo dei dialoghi all’articolazione della trama nei video in parola…), il tema della discriminazione è reale ed investe la possibilità per le persone con disabilità, in questo caso persone sorde, di aver garantito il proprio diritto di partecipare pienamente a tutti gli aspetti della vita e a godere (ops!), come recita l’articolo 9 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, di misure adeguate a garantire, su base di uguaglianza con gli altri, l’accesso all’ambiente fisico, ai trasporti, all’informazione e alla comunicazione, compresi i sistemi e le tecnologie di informazione e comunicazione. Si potrà obiettare che il materiale pornografico offerto da Pornhub e da analoghe piattaforme sia di dubbia moralità o gusto, e che, dunque, non abbia sufficiente lustro per rientrare nelle categorie cui vada associata l’accessibilità per tutti. Tuttavia, il problema sarebbe, in questo caso, mal posto. La pornografia on line, che vede intrattenersi adulti consenzienti e che garantisce a frequentatissimi provider lucrosissimi affari, è legale e legittima, seppure nasconda il gigantesco tema dello svilimento della figura femminile, spesso ridotta a oggetto sessuale, e porti con sé il peso di un messaggio di tipo culturale – cognitivo, potrebbe dirsi – che viene offerto, con conseguenze serie e impatti psicologici e comportamentali oggi difficilmente immaginabili, in particolare per le giovani generazioni. Pur tenendo ben presente un simile scenario, è innegabile che quando la Convenzione ONU richiede, all’articolo 30, che le persone con disabilità abbiano accesso a programmi televisivi, film, spettacoli teatrali e altre attività culturali, in formati accessibili, non può non includersi, piaccia o meno, l’intrattenimento per adulti. Se la condizione disabilità è tale perché accanto alla menomazione, con caratteristiche proprie, va considerata l’interazione con barriere di diversa natura che possono ostacolare la piena ed effettiva partecipazione nella società delle persone con disabilità su base di uguaglianza con gli altri, non si può non concludere che anche la curiosa storia dei sottotitoli al porno rappresenti, con tutto il suo inevitabile carico di sghignazzo, un caso di scuola. E chissà che la vicenda, mentre sta per partire il primo festival di Sanremo totalmente accessibile ed inclusivo per le persone sorde, non favorisca una qualche riflessione in più sui passi che è ancora necessario compiere per assicurare eguali diritti a tutti.

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