L’Italia, l’Ue e le politiche a favore delle persone con disabilità

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La dignità e l’eguaglianza delle persone con disabilità, cui vanno garantiti i medesimi diritti goduti dai loro concittadini, è un tema le cui implicazioni investono un ampio insieme di dimensioni: la salute, la scuola, l’occupazione, i diritti sociali, il diritto a partecipare attivamente nella vita sociale e politica. Da questo punto di vista, l’art. 3 della Costituzione Italiana, nel richiamare, accanto al principio di eguaglianza formale, il dovere di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”, è pienamente in linea con la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006 che impegna gli Stati parti a “garantire e promuovere la piena realizzazione di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali per tutte le persone con disabilità senza discriminazioni di alcun tipo sulla base della disabilità”.

L’Italia può essere considerata un Paese all’avanguardia, nello scenario internazionale, per quanto riguarda le norme contenute nel proprio ordinamento – sono, peraltro, già due i Programmi d’azione nazionale approvati con decreto del Presidente della Repubblica nel 2013 e nel 2017 – sui diversi aspetti delle politiche in materia di disabilità: basti pensare, a tale proposito, al tema dell’inclusione scolastica. Va detto subito, tuttavia, e senza infingimenti, che molti sono ancora i passi da compiere e che, come spesso accade, al piano normativo non sempre corrispondono situazioni di effettiva eguaglianza, a dimostrazione che il processo di riconoscimento di eguali diritti per le persone con disabilità necessita di costante e incessante accompagnamento da parte dell’attore pubblico, a tutti i livelli di governo.

L’arena comunitaria, da questo punto di vista, ha progressivamente accresciuto la sua importanza e la sua influenza rispetto all’Italia. L’allora Comunità europea ha iniziato a mostrare interesse per il dossier della disabilità solo dalla seconda metà degli anni settanta, sotto forma di strumenti non vincolanti, alla luce del fatto che il tema non era contenuto nei trattati allora vigenti. Viene approvata, nel 1996, la prima Strategia della Comunità europea nei confronti dei disabili che richiedeva “un più forte impegno a identificare e rimuovere i vari ostacoli che si frappongono alla parità di opportunità e alla piena partecipazione a tutti gli aspetti della vita” per le persone con disabilità, allineandosi alle “Norme standard per le pari opportunità delle persone con disabilità” delle Nazioni Unite del 1993 che già individuavano la disabilità come conseguenza di fattori sociali e non come mera conseguenza della menomazione dell’individuo.

È con il Trattato di Amsterdam del 1999 che viene esplicitato il potere di adottare misure volte a combattere le discriminazioni, inter alia, sulla base della disabilità (articolo 13 TCE, ora articolo 19 TFUE), ripreso nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 2000 e nel Trattato di Lisbona del 2009 che ha, altresì, introdotto la cosiddetta clausola orizzontale di non discriminazione (articolo 10 TFUE), richiedendo un obbligo di mainstreaming teso a combattere la discriminazione, anche sulla base della disabilità, in tutte le politiche dell’Unione (la Direttiva 2000/78/CE del Consiglio aveva già delineato un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di impiego, con un’attenzione al tema della disabilità).

L’Italia è stata e continua ad essere parte attiva nella costruzione del quadro comunitario di norme, politiche ed azioni a favore delle persone con disabilità che si intreccia con la ratifica, nel 2009, della Convenzione ONU da parte dell’Italia e della stessa Ue. Per l’Italia, dunque, il “doppio ombrello” ONU/Unione europea rappresenta il punto di riferimento indispensabile, rafforzato, dal 2010, dall’adozione della Strategia Ue sulla disabilità 2010/2020 che, chiaramente ispirata dal dettato convenzionale ONU, richiama il ruolo delle barriere di diversa natura che possono ostacolare la piena ed effettiva partecipazione delle persone con disabilità nella società su una base di uguaglianza con gli altri. La Strategia mira a “mettere le persone con disabilità in condizione di esercitare tutti i loro diritti e di beneficiare di una piena partecipazione alla società e all’economia europea, in particolare mediante il mercato unico”, attraverso l’azione in otto settori fondamentali: l’accessibilità, la partecipazione, l’uguaglianza, l’occupazione, l’istruzione e la formazione, la protezione sociale, la salute e le azioni esterne.

È attualmente in corso il processo di valutazione della Strategia, che vede il ruolo chiave del gruppo di Alto Livello in materia di disabilità della Commissione, che, con cadenza semestrale, riunisce i rappresentanti nazionali degli Stati membri e che rappresenta, ad oggi, il luogo più importante di confronto e di scambio sul tema: a conclusione della fase valutativa, potrà partire il processo di elaborazione di una nuova Strategia, sulla base degli indirizzi della nuova Commissione.

Il lascito più importante della Strategia è, a buon diritto, il recentissimo Atto europeo sull’accessibilità del 17 aprile 2019, una direttiva che si propone di incrementare l’accessibilità di beni e servizi nel mercato interno a favore delle persone con disabilità, armonizzando i requisiti di accessibilità negli ordinamenti degli Stati membri e favorendo la disponibilità di merci e servizi accessibili a tutti, al contempo accrescendo la concorrenza fra industrie del settore. L’Italia ha lavorato attivamente alla elaborazione della direttiva, con l’usuale coordinamento operato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri: un lavoro non semplice, alla luce dell’alto tecnicismo degli allegati alla direttiva e al necessario apporto di amministrazioni diverse.

Si apre, a questo punto, una fase importante per l’Italia nei confronti dell’Unione europea: contribuire alla visione comunitaria delle politiche a favore delle persone con disabilità nei prossimi 5 o 10 anni e, sin da subito, dare sostanza alle previsioni dell’Accessibility Act, molto atteso dalle organizzazioni della società civile.

Il nostro Paese non arriva impreparato: dallo scorso anno, nel quadro del riordino di talune funzioni e competenze delle amministrazioni centrali, al Presidente del Consiglio (o a ministro da lui delegato) sono state direttamente attribuite le funzioni di indirizzo e coordinamento in materia di politiche in favore delle persone con disabilità, anche con riferimento a quelle per l’inclusione scolastica, l’accessibilità e la mobilità. Spetta dunque alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, fatte salve, naturalmente, le specifiche competenze dei ministeri, operare il coordinamento generale delle politiche nazionali, con un cambio di prospettiva che, senza dubbio, appare in linea con l’ottica mainstreaming della Convenzione ONU. Il taglio assolutamente trasversale delle politiche e, soprattutto, l’impatto sulla vita quotidiana delle persone con disabilità richiedono un’assoluta coerenza delle politiche, a tutti i livelli di governo, che un adeguato coordinamento può certamente garantire.

È passata, peraltro, alla Presidenza anche la gestione dei lavori dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità, previsto dalla legge 18 del 2009 di ratifica della Convenzione ONU, organismo che ha, fra i propri rilevanti compiti, quello della elaborazione del Programma d’azione nazionale sulle politiche in materia di disabilità e che vede sedute attorno al tavolo, assieme alle amministrazioni pubbliche dei diversi livelli di governo, le organizzazioni della società civile rappresentanti le persone con disabilità, in ossequio al principio di consultazione e attivo coinvolgimento delle persone con disabilità previsto dalla Convenzione.

Va ricordato che, non casualmente, a livello comunitario l’European Disability Forum, organizzazione ombrello della società civile, e alcuni eurodeputati abbiano chiesto con una lettera, lo scorso settembre, di collocare l’unità incaricata del dossier disabilità, attualmente incardinata presso la Direzione affari sociali e pari opportunità della Commissione, direttamente presso il Segretariato generale, struttura che risponde direttamente al Presidente della Commissione. Anche in questo caso è evidente l’intento di rafforzare, al più alto livello, la necessaria attività di coordinamento degli interventi.

I prossimi anni saranno, dunque, decisivi: il tema fondamentale della coesione sociale e, in particolare, quello dell’effettiva garanzia di pari diritti alle persone con disabilità, rappresenta una sfida rilevantissima per il modello sociale europeo, soprattutto nel momento in cui l’Ue viene sottoposta a severe critiche e sempre più forti diventano le spinte centripete. Quale Paese fondatore, l’Italia porta in dote a Bruxelles un modello di governance avanzato e, sebbene siano ancora molti i temi su cui lavorare (fra i tanti si pensi, ad esempio, alla revisione del modello di riconoscimento della disabilità e dell’invalidità o all’urgenza di innalzare il tasso di occupazione delle persone con disabilità, scandalosamente basso), il vicendevole e fruttuoso scambio fra il livello nazionale e quello europeo rappresenta un elemento fondamentale nel continuo sforzo per “promuovere, proteggere e garantire il pieno ed uguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità, e promuovere il rispetto per la loro intrinseca dignità”, così come recita, in apertura la Convenzione del 2006.

Pubblicato su “Gli Stati Uniti d’Europa” n.37 del 23 dicembre 2019

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