Che cosa serve davvero per amministrare la cosa pubblica?

Sala_del_Consiglio_dei_Ministri_(Palazzo_Chigi,_Roma)

In un lungo articolo sul Corriere della Sera del 6 settembre, dal titolo ‘Una scuola per formare gli amministratori pubblici’, Milena Gabanelli e Luigi Offeddu trattano di un tema importante come quello della preparazione necessaria per condurre la cosa pubblica, fustigando quei politici che non parlino correttamente le lingue o non siano in possesso di un bagaglio di conoscenze adeguate all’incarico che sono chiamati a ricoprire. Sul punto si può concordare: personalmente, auspicavo per chi aspirasse a un seggio da europarlamentare almeno la conoscenza dell’inglese, la competenza sui temi cardine del sistema comunitario e l’impegno a trasferirsi a Bruxelles per la durata del mandato. Con un’ovvia cautela, tuttavia: la politica ha le mani libere nella scelta del proprio personale. Buona o cattiva che sia, su quella modalità di selezione dovrebbero – il condizionale è d’obbligo – essere i cittadini elettori a valutare e giudicare, premiando o meno questo o quel partito nelle urne. E, d’altronde, lauree e competenze specifiche, sempre bene accette, vanno, in ogni caso, di pari passo alla bravura di costruire attorno a sé una squadra di persone che siano d’aiuto nelle numerosissime decisioni, spesso di profilo altamente tecnico, da prendere ogni giorno. Insomma, un tema che esiste e su cui ci sarebbe molto da discutere. Sorprende, tuttavia, la soluzione proposta. Sostengono i due Autori, con riferimento ad una serie di casi riferiti al nuovo Governo e al nostro recente passato, che ministri di poca esperienza, se nati in Francia, avrebbero dovuto frequentare la “Grande Ecole” o Scuola Nazionale di Amministrazione, che ha sfornato la gran parte dei grand commis e dei componenti dei governi francesi, nonché più di un presidente. Gran Bretagna, Germania e Danimarca hanno strutture simili mentre, in Italia, viene ricordato, esiste la Scuola Nazionale dell’Amministrazione (SNA) che, a loro dire, organizza però corsi su minutaglie amministrative. Ergo: portiamo questa Scuola al livello di quelle europee e obblighiamo i futuri ministri a transitarvi, prima di amministrare la cosa pubblica. Gulp! Fermi tutti: facciamo chiarezza. l’ENA, Ecole Nationale d’Administration, è una delle cosiddette grandi scuole francesi, sistema di istituti altamente specialistici cui si accede dopo una dura selezione, e ha il compito di formare i futuri alti funzionari dello Stato francese, i quali, al termine del percorso presso la Scuola, vengono destinati al Consiglio di Stato, alla Corte dei conti e ai principali ministeri. L’ENA, insomma, sforna burocrati di alto profilo, non politici. Il fatto che molti appartenenti alla politica francese provengano dall’ENA, come il Presidente Macron, non significa affatto che l’ENA sia tappa obbligata per far politica ma che, al contrario, il livello di preparazione offerto permette ai cosiddetti enarchi di farsi strada, spesso eccellendo, anche in altri campi. Macron, infatti, che in tempi recenti ha peraltro manifestato l’intenzione di rivedere organizzazione e struttura dell’ENA, accusata di marcato elitismo, ha lavorato come Ispettore delle finanze dopo il suo periodo presso la Scuola, passando poi presso il settore bancario prima di entrare in politica. Conoscere come funziona la macchina dello Stato e come questa si relaziona con gli altri attori della società può, in molti casi, aiutare a intraprendere una carriera politica che, tuttavia, resta indipendente dal percorso fatto dentro l’ENA o altre Scuole. Questo elementare principio vale per tutte le Scuole similari in giro per l’Europa e, ovviamente, anche per la SNA Italiana, modellata, con qualche ritardo, sulla sua omologa francese. Quel che i due Autori sembrano ignorare, tuttavia, è che la Scuola di Amministrazione italiana, a partire dal 1997, ha formato e travasato nella pubblica amministrazione più di 500 dirigenti pubblici col sistema “chiavi in mano”: concorso per accedere alla Scuola, corso modello accademia, graduatoria finale e entrata diretta come dirigente. Un sistema, ricalcato sul modello francese, che è cambiato e cambia negli anni, tentando di rispondere all’esigenza di formare dirigenti più versati nella dimensione manageriale e relazionale e che, a dispetto delle attese, non è ancora riuscito, anche per una costante disattenzione della politica, a garantire un’iniezione di personale su base annuale, come fanno i cugini d’oltralpe. In altre parole, una Scuola dell’amministrazione pubblica perfettibile e criticabile quanto si vuole ma che persegue la missione principale di formare la classe dirigente amministrativa di questo Paese. Il ventaglio dell’offerta comprende, naturalmente, anche corsi brevi sulle tante tematiche amministrative, come quelle citate nell’articolo, ma la ragion d’essere della Scuola resta – e andrebbe valorizzata – il reclutamento e la formazione della dirigenza pubblica. Chiarito ciò, quel che si diceva per l’ENA vale per la SNA: perché mai chi venga scelto come Ministro dovrebbe, per forza di cose, aver frequentato la SNA? Occorre fare molta attenzione a non mescolare percorsi e carriere che hanno natura diversa e distinta. Tralasciando il quadro di contorno che vede in Italia la (formale) distinzione fra politica e amministrazione (alla prima la scelta della strategia, alla seconda la messa in opera), la decisione politica è, di tutta evidenza, libera nei fini, pur soggetta, ovviamente, alla legge e alla Costituzione. Ed anzi, un politico mostrerà intelligenza ed intuito nel costruire dialetticamente il lavoro con la “sua” macchina amministrativa, non premiando e piazzando i propri sodali (antico vizietto di molta politica) ma facendo sì che il sistema di reclutamento e formazione del personale pubblico garantisca, a tutti i livelli, una struttura burocratica affidabile e solida, capace di interpretare i desiderata del ministro, del governatore o del sindaco e costruire politiche pubbliche conseguenti. Ben vengano decisori politici di elevato spessore professionale e culturale: nella storia politico-amministrativa Italiana contiamo molti e fulgidi esempi. Il lavoro quotidiano di tirare avanti la carretta pubblica, tuttavia, è spesso fatto di noiosa, pesante, pressante quotidianità. E, personalmente, sarei felice di accontentarmi di chi abbia idee chiare e la forza di portarle avanti, a fronte della prospettiva di avere una politica – quella sì, elitaria – in cui non contino il percorso e la strada fatta ma solo i titoli. La discussione è naturalmente aperta. Mi permetto, però, di elargire un consiglio non richiesto a chi scriva di amministrazione e dintorni: parlate con chi ne mastica, prima. Qualche elemento in più aiuta a capire meglio e, soprattutto, a non prendere clamorose cantonate.

Pubblicato su Linkiesta

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