Lo scrutinio del Consiglio d’Europa: ecco perché serve all’Italia

Members of the Parliamentary Assembly of the Council of Europe take part in a debate on the functioning of democratic institutions in Turkey, in Strasbourg

Hanno fatto capolino sui media gli esiti del periodico monitoraggio che l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa di Strasburgo, organizzazione governativa che associa 47 paesi del continente, ha concluso sull’Italia. Il rapporto, curato dall’inglese conservatore Sir Roger Gale, riconosce che l’Italia sta rispettando, in via generale, le obbligazioni assunte verso il Consiglio, ma esprime una serie di raccomandazioni su alcuni punti critici, fra i quali, in particolare, il rispetto per gli standard umanitari per i migranti (il fenomeno migratorio colpisce in modo sproporzionato l’Italia, precisa il rapporto) e l’aumento dei discorsi d’odio (il cosiddetto hate speech) nel dibattito pubblico, con particolare riferimento a toni razzisti, xenofobici e anti LGBTI presenti anche nel discorso politico. Non si intende, al proposito, entrare nel merito dell’esercizio: l’Assemblea è organo eminentemente politico ed è comprensibile che le valutazioni espresse possano suscitare reazioni diverse, financo contrastanti. Alla luce delle aspre polemiche che sono seguite alla diffusione del rapporto, vanno, tuttavia, evidenziati alcuni aspetti che, sperabilmente, possono contribuire a chiarire le cose a favore di un dibattito maggiormente informato.

Partiamo dalla missione del Consiglio d’Europa. Tutti gli Stati che fanno parte dell’organizzazione, creata nel 1949 e di carattere schiettamente intergovernativo (non va confusa con l’Unione Europea), aderiscono automaticamente ai tre pilastri che costituiscono la ragion d’essere della sua azione: diritti umani, democrazia, Stato di diritto. Il Consiglio, che in questi ultimi anni vive difficoltà finanziarie a causa di alcuni dissidi di natura politica da parte di taluni Stati membri, rappresenta oggi, nel panorama internazionale, la roccaforte dei valori avanzati europei (basti ricordare, ad esempio, che i Paesi membri rifiutano la pena di morte) ed è un’arena privilegiata per discutere del loro avanzamento, in particolar modo attraverso convenzioni e raccomandazioni che prevedono meccanismi di monitoraggio. Si tratta, insomma, di un club con regole molto chiare a cui liberamente gli Stati aderiscono: tuttavia, tale adesione comporta obblighi che vanno rispettati e che tutti i membri sono tenuti ad adempiere.

Attenzione va riservata, poi, ai dati presentati nel rapporto e che costituiscono motivo di preoccupazione da parte dell’Assemblea. Si cita, ad esempio, l’OSCAD, l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri, che ha ricevuto, nel periodo preso in considerazione, circa 1200 segnalazioni di discorsi d’odio. Si ricorda, inoltre che, secondo l’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, le forze dell’ordine hanno registrato nel 2016 circa 800 atti d’odio (286 di matrice razzista, 204 contro persone con disabilità, 52 avverso Rom e Sinti e 38 sulla base dell’orientamento sessuale delle vittime). Se a questo si aggiunge la quotidiana presenza di casi assimilabili sui media Italiani, diventa assai difficile non prendere in seria considerazione l’emergere ed il consolidarsi di un clima di intolleranza che deve destare serissime preoccupazioni. Per quel che riguarda l’attuale politica Italiana circa il fenomeno migratorio e il ruolo delle organizzazioni non governative, che sta alimentando un rilevantissimo dibattito nel Paese, il rapporteur chiede all’Italia, nelle sue raccomandazioni finali, di assicurare che le norme in materia di migranti e rifugiati rispettino gli obblighi europei ed internazionali e garantiscano il rispetto delle libertà fondamentali: starà, dunque, al nostro Paese, agire di conseguenza e, ove opportuno, far valere le proprie ragioni in una discussione di natura politica in sede internazionale.

Queste poche precisazioni sono utili per rammentare come l’attività condotta dal Consiglio d’Europa, così come da parte delle altre organizzazioni internazionali e regionali di cui l’Italia fa parte, rappresenti una fondamentale occasione di approfondimento e confronto, sia interno che esterno. Da questo punto di vista, ha davvero poco senso mettere all’indice processi e posizioni che sono parte integrante dei meccanismi propri di tali organizzazioni e che, pur nella normale dialettica di natura politica che ne costituisce la base, poggiano su valori che non possono non essere considerati imprescindibili. Valori che, val la pena ricordarlo, sono scolpiti nella nostra Costituzione e che, dall’interazione con le realtà sovranazionali, possono trarre ulteriore vigore. Le organizzazioni internazionali non sono le detentrici delle Tavole della Legge, beninteso. E non è un mistero che l’interazione politica a livello internazionale è affare complesso che si snoda in un gioco di incastri ed equilibri che sfuggono ai non addetti ai lavori. Guai, tuttavia, a minare le basi dei valori supremi della civiltà europea perché quel tal giudizio espresso o quella posizione approvata semplicemente perché appaiono pregiudizievoli circa l’azione del governo pro-tempore, qualunque sia l’orientamento politico espresso. Uno Stato farà valere le proprie ragioni nelle sedi adeguate, lavorando con i propri rappresentanti all’interno di processi e percorsi condivisi per contestare o modificare le determinazioni che ritiene poco rispondenti ai fatti. Quando sono in gioco diritti umani, democrazia e Stato di diritto, non serve replicare a muso duro per dar prova di orgoglio nazionale o per un pur legittimo calcolo elettorale: il doppio rischio è quello di impoverire il dibattito pubblico e, prospettiva certo peggiore, svilire e depotenziare quei valori che occorre difendere giorno per giorno e che sarebbe un grave errore considerare come garantiti.

Pubblicato su Linkiesta

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