I musei, i TAR e la democrazia dei Mandarini

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Un’Italia autodistruttiva: non usa mezzi termini Sylvain Bellenger, direttore francese del Museo di Capodimonte di Napoli, dopo la nuova pronuncia del Consiglio di Stato sulle nomine di direttori stranieri nei musei italiani. La vicenda è nota e rimando per brevità a quanto scritto non molti mesi fa, ricordando, ancora una volta, che nell’introdurre una deroga speciale per il settore cultura – su cui si può tranquillamente essere d’accordo – sarebbe stato sufficiente abrogare contestualmente tutte le norme che ostavano al nuovo corso. Tant’è. È interessante, tuttavia, che sulla questione intervenga stavolta  uno dei direttori stranieri, il quale lamenta la sindrome dell’interpretazione delle leggi in Italia, con la conseguenza, a suo dire, che “l’immagine dell’Italia all’estero è molto danneggiata, appare un Paese buffo, non serio”. Un moment, s’il vous plaît. Nulla quaestio sul fatto che le leggi in Italia siano troppe e scritte male: ma quando Bellenger dice che questo si riflette sul comportamento dei funzionari, che “quando scrivono sono spesso incomprensibili” perché “hanno paura di essere visti come indegni dall’amministrazione se la relazione che stanno scrivendo non è redatta in terza persona”, commette un errore. Veniale, forse, ma pur sempre un errore. Non perché la lingua dei burocrati non sia spesso difficile e, talvolta, per adepti, ma perché, come spesso accade, getta nel frullatore tutto senza distinzione alcuna. Va benissimo la semplificazione, non il semplicismo. Mettetemi al rogo, ma in una società in cui il linguaggio si è disossato e la scrittura è infestata dal “whatsappese”, un denso, grasso e caldo idioma complesso – non necessariamente complicato – è il benvenuto. Se i continui rimandi al tal comma o al tal alinea possono marcare un’ottusa opacità, di cui occorre liberarsi, i processi politico-amministrativi sono una cosina articolata. Non si scappa. E quando si tratta di dar risposte, pareri o prender posizione, occorre essere puntuali sino allo spasimo, pena la puntuale impugnazione o, Dio ce ne scampi, il rilievo di un qualche organo di controllo. Insomma auspicare un ordinamento più semplice ed efficace è una cosa: scaricare il fardello sui soliti Mandarini, la cui cultura addirittura “confisca la democrazia” mi sembra un salto logico azzardato. Forse, immagino, il direttore di Capodimonte si è scontrato con una triste, noiosa, eppur solida realtà, scoprendo – ahimé – che il direttore di un museo non è (solo) un direttore artistico: non organizza soltanto mostre ed eventi, ma è anche un dirigente pubblico e, dunque, deve avere a che fare con tutte quelle faccenducole burocratiche che tutti amabilmente detestiamo ma che servono a far funzionare una struttura. Di colpe i burocrati ne hanno tante: la lista sarebbe lunghissima. Ma se provassimo ad evitare che dirigenti e funzionari debbano troppo spesso indossare la sacra veste dell’esegeta per dar seguito a norme ed indirizzi non infrequentemente confusi, contradditori e financo cervellotici, ne usciremmo tutti più sereni. Probabilmente anche il direttore di Capodimonte.

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