La longa manus del burocrate

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Alfonso Sabella, oggi GUP al tribunale di Napoli, è magistrato di grandissima esperienza, impegnato da anni su fronti difficilissimi e, anche per questo, meritevole di stima incondizionata. Spesso esprime posizioni assai critiche contro la burocrazia, forte della sua parentesi come assessore nel Comune di Roma, con Ignazio Marino, allo scoppio di quella che allora venne chiamata “Mafia Capitale”. Su “Il Foglio” ha rilasciato a Massimo Solani un’intervista in cui dichiara: “Roma è una città in mano alla burocrazia, con una politica debolissima e incapace di imporre le proprie visioni e i propri progetti, che ha accettato di delegare ai burocrati tutto il controllo del potere in cambio di una totale, o quasi, deresponsabilizzazione. Il risultato è il trionfo della logica del fancazzismo, nella migliore delle ipotesi, o dell’“ad culum parandum” per evitare rischi. Quella delle gare sotto soglia e senza evidenza pubblica, delle procedure d’emergenza che diventando addirittura programmate come se il freddo non arrivasse ogni inverno o a primavera non si sapesse già che per Natale bisogna comprare l’abete di Piazza Venezia. Invece si aspetta novembre e si compra Spelacchio pagandolo di più e facendo eseguire i lavori ad una ditta a cui l’appalto viene dato con procedura diretta. A volte certe dinamiche nascondono la corruzione, che a Roma come in tutto il paese è un fenomeno dilagante, altre soltanto il fancazzismo e l’incapacità dei burocrati”.

Allora, un paio di considerazioni.

Smettiamola per favore di usare la parola “burocrati” come se parlassimo di assassini seriali. Senza la burocrazia, quel noioso insieme di regole che proceduralizzano l’azione amministrativa, non ci sarebbe certezza di come muoversi e i dannati burocrati fanno – talvolta bene, talvolta male – il loro lavoro. Detestabile dai più, forse. Ma necessario: senza burocrazia non c’è lo Stato, non c’è un’impresa, non c’è una società telefonica, non c’è neppure un tribunale. La regole della burocrazia sono cervellotiche? Spesso sì. Ma è profondamente errato pensare che lo siano per grazia divina. O perché logge di burocrati coi bavaglini si ritrovino a lume di candela nei sotterranei per vergare regolette strampalate utilizzando sofisticati algoritmi di generatori di frasi inutili. Lo sono perché le leggi – non infrequentemente – sono troppe e scritte male e perché la nostra è una cultura formalista: per i burocrati come per i magistrati. Siamo figli di quella cultura e per cambiare ci vogliono decenni. Se poi la politica è debole ed è preda della burocrazia (un assioma tutto da verificare), forse la colpa è di una classe politica la cui selezione dal basso è erratica e bizzarra, o inesistente, e di chi, al momento del voto, non usa dosi congrue di raziocinio.
Io non lavoro a Roma, né in un ente locale e conosco da lontano le dinamiche proprie di un Comune. Se Sabella parla, parla per esperienza. Mi permetto, tuttavia, di giudicare inappropriata la dichiarazione che, ove non ci sia corruzione, in Italia emerge solo “il fancazzismo e l’incapacità dei burocrati”. E non solo perché tutta da provare. Esorterei il dottor Sabella a considerare che utilizzare linguaggi di questo tipo non va certamente a tangere chi malversa e delinque, ma ha due effetti certi e diretti.
Il primo: sovraeccitare il cittadino stanco di un’Italia che deve ancora far riportare a livelli fisiologici i fenomeni corruttivi, la percentuale di lavoro nero, la lamentata inaffidabilità della stampa, la pressione fiscale troppo altra, e così via sino ai migranti e ai rettiliani. Quel cittadino che è, dunque, disilluso verso lo Stato e la cosa pubblica in generale.
Il secondo: fare solennemente incazzare chi nel lavoro per la collettività ci crede e si spende. Quelli pubblici sono lavoratori e, in quanto tali, meritano rispetto. A meno di voler pensare che la stragrande maggioranza dei burocrati sono dei delinquenti, dei corrotti e dei ladri: in quel caso tanto vale adottare la legge del taglione e armarsi di clava.

Ne vale la pena?

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