Il sempreverde pot-pourri sulla dirigenza pubblica: adesso basta

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Fermi tutti: ci risiamo. Riecco i dati OCSE del rapporto “Government at a glance” dopo il terremoto del 2013, quando il Corriere titolava “P.A., dirigenti record. L’Ocse: pagati il triplo in più della media. Con 650mila dollari all’anno, i manager pubblici italiani guadagnano circa tre volte di più dei colleghi nel mondo”. Puntuale, l’organizzazione di Parigi sforna l’edizione 2017 del Rapporto e tocca stavolta a Repubblica strapparsi le vesti: “La resistenza dei dirigenti di Stato, sono i più pagati d’Occidente”, mentre Il Sole 24 Ore la tocca piano: “Pa, il compenso medio dei dirigenti è 350mila euro”. Insomma, un sempreverde. Il Rapporto è corposo ed esaustivo, e andrebbe letto a fondo da chiunque si occupi della cosa pubblica. Tuttavia, molto si potrebbe dire sulla corretta interpretazione di questi dati come, ad esempio, che i contributi sociali a carico del datore di lavoro sono di circa 13 punti più alti della media OCSE, o che le cifre sono espresse al “lordo Stato” e che riguardano 6 soli ministeri ed un pugno di persone su migliaia di dirigenti in servizio. Ma, aldilà della lettura dei dati, e per tacer del fatto che ormai anche i sassi sanno che il tetto vigente in Italia per le retribuzioni del settore pubblico è 240.000 euro (lordi annui), quel che ancora una volta colpisce è come viene data la notizia. Affermare che i dirigenti pubblici guadagnano in media 350.000 euro l’anno equivale a dire che il dirigente medio percepisce circa 30.000 euro al mese. Ci rendiamo conto della enormità di una corbelleria del genere? E delle conseguenze che sparare cifre simili comporta? E senza neppure porsi qualche domanda? Un normale dirigente di seconda fascia (il piccolo tiranno dei ragionieri Fantozzi e Filini, per intenderci) guadagna in media 3.000 euro al mese. Una cifra di tutto rispetto, non c’è dubbio, ma assolutamente parametrata alle mille responsabilità che si accompagnano alla direzione di un ufficio pubblico. Troppo? Quanto dovrebbe guadagnare un dirigente dello Stato? 2000 euro? 1000? O deve lavorare per la gloria imperitura?

La stantia polemica sulle retribuzioni, tuttavia, è poca cosa rispetto all’altro punto che nel pot-pourri del secondo quotidiano Italiano viene servito al lettore: la trasparenza. L’Autore dell’articolo concede che dal 2013 vige il principio della pubblicità dei compensi dei dirigenti pubblici (da assai prima, in realtà) ma versa una sdegnata lacrima nel constatare quel che è successo nel momento in cui si è deciso di estendere l’obbligo di trasparenza anche alle informazioni patrimoniali, quando “sono scoppiate improvvise allergie. Letteralmente incontenibili”. Insomma, sarebbe esplosa quella che Raffaele Cantone, nella sua recente audizione alla Camera, ha definito una “rivolta” di parte della dirigenza. Addirittura, prosegue l’estensore di questo cahier de doléances, qualche scriteriato ha osato fare ricorso, sostenendo che la pubblicazione dei dati sul patrimonio personale (casa, terreni, macchina e motorino, suoi e del coniuge) fosse un’indebita estensione di quanto richiesto alla politica, visto che il tecnico, oltre ad aver superato un concorso pubblico, è letteralmente inchiodato da un nugolo di forme diverse di responsabilità. Macché: “non bastasse, ecco un altro ricorso, stavolta del sindacato al quale si associano pure quattro burocrati, che contesta le linee guida emanate dall’ANAC”. Non sto a ripetere le considerazioni che su Linkiesta ho già espresso sulla vicenda della pubblicità dei dati patrimoniali: la considero una questione di mera propaganda. Tuttavia, onorandomi di essere uno di quegli scombiccherati “quattro burocrati”, appartenenti al sindacato UNADIS che ha ritenuto doveroso, utile e giusto promuovere quel ricorso, vorrei per una sola volta abbandonare quel pudore istituzionale che per noi rappresenta una fondamentale caratteristica e dire chiaro e forte che ne ho abbastanza.

Ne ho abbastanza di chi dileggia e taccia di furfantismo chi ha scelto di lavorare per la comunità e per lo Stato e fa del servizio pubblico la sua ragione professionale e di vita. Ne ho abbastanza di continuare a leggere articoli ed editoriali che insinuano, sviliscono, alludono. Che preferiscono soffiare sul fuoco per mero pregiudizio, perché sparare sui dirigenti pubblici è facile e redditizio in termini di like: siamo pochi e mal coesi, lavoriamo con la testa sulla scrivania senza alzare la voce, dato che per noi parlano gli atti. Ne ho abbastanza del fatto che, per certuni, persino il legittimo ricorso alla tutela giurisdizionale di propri interessi, in qualità di cittadini di questa Repubblica, è un atto di lesa maestà. Ne ho abbastanza di chi si riempie la bocca di merito, competenza e valutazione quando è parte integrante di un sistema che calpesta quegli stessi principi, sbandierati quando conviene e rinnegati quando serve. Di chi crede o fa credere che fare il guardone sulla casa di proprietà o l’automobile di quel tal dirigente sia la leva efficace contro la corruzione che appesta questo Paese, come se il burocrate malversatore non vedesse l’ora di convertire il gruzzolo guadagnato disonestamente in una Ferrari Testarossa e farla rombare sotto gli uffici dell’Agenzia delle Entrate. Ne ho abbastanza di chi pensa solo a tagliare retribuzioni e teste senza affrontare il vero nodo di una moderna organizzazione del lavoro, appiattito sul tornellismo mentre là fuori si corre e si fa innovazione. E dei leoni da tastiera, rosi dall’invidia sociale e chiusi nel loro gretto individualismo, che mal sopportano che si possa vincere un concorso pubblico e – udite, udite – avere un posto di lavoro a tempo indeterminato: per costoro è meglio, invece, che muoia Sansone con tutti i Filistei. Ne ho abbastanza del clima asfittico che si è contribuito a creare, per cui tutto quello che pubblico è brutto, sporco e cattivo, e per cui tutto è ridotto a moneta e a percentuali di PIL, considerando la persona poco più di un robottino da far muovere a comando. Ne ho abbastanza, infine, di tutti quelli che in un ufficio pubblico non hanno mai messo piede ma pontificano di massimi sistemi senza sapere un tubo di come funzionano – davvero – le cose.

Ho solo un messaggio per costoro: questo è il lavoro più bello del mondo, e me lo sono guadagnato con le mie forze. Ce lo siamo guadagnato con le nostre forze. C’è tanto da fare per rendere più efficiente la macchina pubblica e chi la fa funzionare: è un processo che non finirà mai, vale per la P.A. come per un’azienda. E lo sappiamo bene noi per primi: siamo servitori dello Stato, non facciamo rivolte né alziamo barricate. Ficcatevelo in testa una volte per tutte. E fatevi una vita.

Pubblicato su Linkiesta

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