Dopo lo stop della Consulta alla riforma PA usciamo dall’angolo

L’ormai celebre sentenza numero 251 della Corte Costituzionale è arrivata come uno tsunami a travolgere parti importanti della fase attuativa della riforma della pubblica amministrazione varata lo scorso anno dal Governo, incidendo, in particolare, sull’emanando decreto sulla dirigenza pubblica, entrato in Consiglio dei Ministri lo scorso 24 novembre. Il fatto è noto: la Corte ha accolto il ricorso della Regione Veneto con cui si chiedeva in luogo di un mero parere delle regioni sulle norme di riforma una vera e propria intesa. Che succede ora? La Corte ha chiarito che le pronunce di illegittimità sono circoscritte alle disposizioni di delegazione della legge madre (la legge n. 124 del 2015, oggetto del ricorso) e non si estendono alle relative disposizioni attuative. Nel caso di impugnazione dei decreti delegati, si dovrà quindi accertare l’effettiva lesione delle competenze regionali, anche alla luce delle soluzioni correttive che il Governo riterrà di apprestare al fine di assicurare il rispetto del principio di leale collaborazione. Traducendo: la Corte non entra nel merito della riforma, ma dice che i decreti approvati dovranno essere riscritti prevedendo un’intesa in luogo del parere. Il cartellino rosso pone ora una serie di questioni sul tappeto che richiedono uno sforzo di visione comune, in primo luogo evitando di farsi trascinare nella discussione tutta politica in vista del prossimo referendum. Le norme di riforma sulla PA sono state elaborate a Costituzione vigente e appare davvero poco utile legare le possibili soluzioni all’impasse alle urne. Questo vale in primo luogo per il Governo, che sembra voler utilizzare la vicenda per sostenere le ragioni del “sì” alla riforma quando si dice che la sentenza dimostra come si sia “circondati da burocrazia opprimente”. Ma vale allo stesso modo per le opposizioni e per coloro i quali, magari sollevati dal possibile affossamento della riforma, ne approfittano per spingere per il “no” criticando il passo falso del Governo. Una cosa è riscrivere parti importanti della Carta, altra è legiferare con l’obiettivo – condiviso o meno – di rendere più efficiente la macchina pubblica e i suoi vertici amministrativi. La domanda oggi è relativa alla sorte dei decreti non ancora approvati, come quello sulla dirigenza. È evidente che in questo caso la dimensione tecnica muta in politica. La riforma della dirigenza è stata sempre presentata dal Governo come perno per la modernizzazione delle nostre amministrazioni e, di conseguenza, del Paese tutto e lo “schiaffo” della Consulta pone un serio problema all’esecutivo. Se a questo si aggiunge che la delega è scaduta il 27 novembre, appare davvero complicato capire cosa potrà accadere, soprattutto a pochi giorni dal referendum il cui esito – malauguratamente – appare oramai decisivo per la vita del Governo. Chi brinda per la possibile fine dalla riforma della dirigenza, tuttavia, commette un grave errore. Sebbene possano ravvisarsi molteplici e serie critiche alle disposizioni sulla dirigenza, sarebbe da irresponsabili non riconoscere che una riforma era ed è necessaria. Le esigenze profonde di rendere la dirigenza pubblica più mobile, autonoma ed efficiente restano sul piatto e, se è in primo luogo necessario ed opportuno intervenire soprattutto sulla dimensione organizzativa, l’introduzione di un ruolo unico della dirigenza della Repubblica è un punto da anni sostenuto da molte parti della dirigenza stessa. Ecco perché lo stop del Giudice delle Leggi può essere l’occasione per porre mano, in maniera consapevole e condivisa, al testo del decreto sulla dirigenza, ascoltando chi ha posto nel tempo critiche tese a migliorare la riforma, non penalizzando inutilmente chi fa il proprio lavoro con gli strumenti a disposizione, ma mirando a creare quel mercato vero delle competenze pubbliche che vada a vantaggio dei servizi per i cittadini. Non cogliere questa opportunità servirà solo a rafforzare sterili steccati fra politica e burocrazia, dando voce a reciproche delegittimazioni che vanno a detrimento dello sviluppo del nostro Paese. È un errore che davvero non possiamo permetterci.

 Pubblicato su Linkiesta
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