Quella pacchia infinita dei dirigenti pubblici

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L’ennesimo cannoneggiamento agostano sui dirigenti pubblici segna, per i lettori più attenti dei quotidiani, uno spartiacque in quella che il Corsera, che ospita l’intervento, in home page definisce “guerra di trincea”. Marca, in altri termini, il progressivo abbandono di ogni remora e spirito critico sulla questione, nell’imminenza dell’emanazione del prossimo decreto Madia sulla dirigenza. Intendiamoci, Sergio Rizzo, autore dell’articolo, è uno che legge, studia e coi numeri ci sa fare: fa il suo mestiere di watchdog dell’informazione, indispensabile nelle nostre società complesse dove la stampa ha il dovere di fare le pulci a chiunque. Nel farle ai dirigenti pubblici, tuttavia, molto giornalismo prende troppo spesso clamorose cantonate e sembra distinguersi per una furia iconoclasta che poco ha a che vedere con la ricerca della verità.

Due aspetti devono destare, a mio modo di vedere, preoccupazione per come viene affrontata, su buona parte dei media, la questione relativa alla riforma della pubblica amministrazione e, in particolare, della dirigenza pubblica. Il primo è la magnifica ossessione con cui si dipinge a tinte fosche la nostra macchina pubblica e le malefatte dei dirigenti, neanche venissero spiati minuto per minuto come nel bellissimo film ambientato nella Germania dell’Est “Le vite degli altri”. Non un dubbio o un’incertezza circa i responsabili di un sistema che, si dà per scontato, non funziona: siamo alla categoria del nemico oggettivo. ben delineato da Hannah Arendt nel 1948. Basta prendere ad esempio la Presidenza del Consiglio dei Ministri, dove, secondo l’articolo, “per i dirigenti pubblici, è la vera pacchia. La pacchia delle porte girevoli, dietro il paravento dell’indipendenza dalla politica. La pacchia di stipendi super, frutto di valutazioni super per tutti”. Tutti. Insomma nessuno si salva. E dire che sulla Presidenza del Consiglio molto ci sarebbe da raccontare, a partire dall’ipertrofia degli ultimi venti anni, voluta fortissimamente da una politica che ne ha ampliato a dismisura compiti e funzioni, in ciò affatto contrastata dalla dirigenza. Il peccato originale, tuttavia, pesa sulle spalle dei dirigenti pubblici: tutti i dirigenti, inclusi, manco a dirlo, quelli del Ministero dell’Economia. Il bello è che per arrivare a far mazzo di questa ghenga di profittatori del bene pubblico, si fanno, finalmente, dei nomi. Ben cinque nomi su novecentoquarantasei (conti riportati nell’articolo). Ebbene, fra quei cinque spunta chi dirigente di ruolo non è mai stato, trattandosi, invece, di personale chiamato dalla politica con incarichi fiduciari. Ops!

Riemerge, dunque, l’altro tema relativo al rapporto politica-amministrazione. Il rischio che molti, sindacati e associazioni di dirigenti, hanno cercato di portare all’attenzione della pubblica opinione è che si arrivi ad una vera e propria precarizzazione della dirigenza, rendendola di fatto soggetta alla politica. Riporta l’articolo che “gli oppositori […] paventano rischi di incostituzionalità: l’articolo 97 della Costituzione non stabilisce forse l’imparzialità dell’amministrazione? E insistono che con il ruolo unico da cui pescheranno i ministri il dirigente finirà assoggettato alla politica”. No, non c’entra nulla il ruolo unico, voluto dagli stessi dirigenti da sempre. Il punto – repetita iuvant – è che da questo enorme calderone dei dirigenti della Repubblica si viene espulsi (rectius, licenziati) solo perché un incarico non viene dato.A discrezione. E non basta. Se un pericolo del genere esiste, concede l’articolo, nessun problema: “come se non fosse mai esistito il rischio di una commistione fra politica e amministrazione”. Insomma, muoia Sansone con tutti i Filistei sembra lo slogan, e chi se ne importa della Costituzione. Delle due l’una, tuttavia: o la dirigenza deve essere autonoma (non indipendente) dalla politica, e allora si lavori per ricostruire la trama dei rapporti che deve essere alla base del corretto funzionamento della macchina; o si vuole una dirigenza fedele esecutrice della politica, ed allora ci si risparmi lo strazio e si applichi ad ogni dirigente un bottoncino rosso sulla schiena: si pigi “enter” e via.

Il pressoché totale sprofondamento di ogni ragionamento critico, di voglia di discutere seriamente sui temi, senza disconoscere le tante, troppe crepe che attraversano la nostra macchina pubblica, è sconfortante. La riforma in corso ha molti aspetti di indubbia utilità, talaltri poco convincenti e alcuni, infine, di criticità fortissima. Coloro che hanno a cuore un’Amministrazione Pubblica di servizio, che sia parte delle forze vive di questo Paese, continueranno a dire la propria opinione, senza “soffiare sul fuoco”, ma tentando in ogni di tenere accesa la speranza di un pubblico dibattere su questioni che interessano tutti noi. Magari proprio contro chi, stavolta sul serio, si esercita a “soffiare sul fuoco” della tenuta del Paese. E buon Ferragosto a tutti.

Pubblicato su Linkiesta

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