Dirigenti pubblici: l’ora è (quasi) giunta

P.A: DAI DIRIGENTI AI FORESTALI, LA RIFORMA MADIA

Se ne parla ormai da più di un anno, da quando, nell’agosto del 2015, il Parlamento aveva approvato la legge delega firmata dalla ministra Madia sulla riforma della Pubblica Amministrazione: è adesso in dirittura d’arrivo il decreto che si occupa della dirigenza pubblica, previsto con tutta probabilità in un Consiglio dei Ministri prima di Ferragosto o, al massimo, entro la fine del mese, pena lo scadere della delega. Da mesi trapelano sui giornali gli indizi ed i dettagli di come il Governo intende mettere mano alla dirigenza, considerata, a ragione, il perno su cui ruota la macchina pubblica e l’attuazione delle politiche. Si è letto di tutto ed il contrario di tutto, con l’unica certezza che occorrerà leggere il testo del decreto per esprimere valutazioni compiute. Vedremo l’articolato che i tecnici di Palazzo Vidoni stanno preparando per capire meglio e capire se i rumors fossero solidi. Sicuramente l’attesa del decreto è palpabile: è comune la preoccupazione, da parte dei dirigenti, della ormai certa precarizzazione del loro ruolo, alla luce del venir meno del diritto all’incarico, pur se vincitori di concorso pubblico. È un punto critico, su cui si è molto dibattuto e, a mio giudizio, censurabile di incostituzionalità. In questa sede mi preme, tuttavia, offrire qualche riflessione più generale, rimandando una più puntuale analisi testo alla mano.

La prima ha a che fare con l’abilità tutta politica di Matteo Renzi nell’impostare la riforma: sin dalla sua “corsa” per la Segreteria del Partito Democratico, infatti, Renzi ha sensibilmente cambiato l’approccio al tema Pubblica Amministrazione. Se con Renato Brunetta la parola d’ordine era la lotta al dipendente fannullone, con ciò attirandosi l’ira di un numero affatto trascurabile di dipendenti pubblici, Renzi ha centrato l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media sui dirigenti inamovibili, i mandarini che remano contro, gli strapagati burocrati che detengono il sapere a danno della politica. Pochi e detestati: il bersaglio perfetto per spingere una riforma. Ciliegina sulla torta gli ormai celebri furbetti del cartellino, che prosperano grazie ai dirigenti che non controllano. Insomma, dal punto di vista della comunicazione politica, un capolavoro. Sia chiaro: è innegabile che i dirigenti non possano sottrarsi alle loro responsabilità nella buona o cattiva conduzione e performance della cosa pubblica, al pari della politica e delle forze sociali. Personalmente, tuttavia, contesto al fondo l’immagine che si tende a dare della dirigenza di questo Paese, con un gioco di scaricabarile sui dirigenti pubblici – accolto a braccia aperte da un’opinione pubblica che trova insopportabile qualsiasi cosa olezzi anche lontanamente di burocratico – che non solo danneggia le tante donne e i tanti uomini che nel Paese credono e che per il Paese lavorano nei loro uffici, ma ha alimentato un clima che reputo assai dannoso per la tenuta sociale e morale dell’Italia.

La riforma, inoltre, segna la mancata occasione di confronto con la dirigenza stessa da parte del Governo. In un anno, a fronte di una discussione assai articolata fra addetti ai lavori e mondo dell’università e con un’attenzione particolare della stampa, non è mai stato avviato un dialogo con i sindacati e le associazioni rappresentativi della dirigenza pubblica. Tranne il breve confronto fine luglio fra la Ministra e i sindacati per parlare di lavoro pubblico, il Governo non ha mai voluto aprire un tavolo di discussione sulla implementazione della riforma della dirigenza. Eppure molto ci sarebbe stato da discutere, in particolare sul funzionamento pratico del futuro ruolo unico della dirigenza della Repubblica, sull’accesso alla dirigenza (che fine farà la Scuola Nazionale dell’Amministrazione?) o, ancora, sul tema delicatissimo della valutazione legato all’incarico (e al licenziamento). Il Governo poteva ascoltare, valutare e, in ogni caso, fare di testa propria. Questo arroccarsi senza voler affrontare i nodi più importanti ha, invece, aumentato un clima di reciproca diffidenza che non è utile a nessuno.

Se tutto ciò è vero, occorre, tuttavia, guardarsi allo specchio e riconoscere che questa è una riforma che investe una dirigenza che ha la colpa massima di lavorare con lo sguardo fisso sulla scrivania. A ben vedere, infatti, è l’unico corpo della Repubblica che, a differenza di magistrati, prefetti e diplomatici, non è mai riuscito a far massa critica e a far rete in modo trasparente. Colpa, naturalmente, di un reclutamento assai frammentato e della pesantissima influenza della politica, soprattutto negli ultimi 15 anni. Ma ovvia conseguenza della tendenza a lavorare per compartimenti stagni, chiusi nel proprio, piccolo mondo di riferimento e a coltivare il proprio orticello. Lo scambio, il mettersi in gioco, il confronto sono stati messi in secondo piano rispetto alla diffidenza dell’altro e alla resistenza al cambiamento. La lotta è stata spasmodica contro quello che è un semplice fatto: i dirigenti non sono tutti uguali. Ci sono versatilità, capacità e approcci diversi che vanno messi sulla bilancia. Ma esser valutati ha fatto sempre paura, col risultato di accettare per anni un sistema di valutazione comodo, forse inutile, basato su obiettivi condivisi, con la paura di avere valutazione diversificate, invece di chiedere di essere valutati nella propria capacità di far funzionare la macchina e di relazionarsi con gli attori che, in tanti, bussano alle porte delle amministrazioni pubbliche.

Carte ancora coperte, quindi. Le scopriremo sotto l’ombrellone.

Pubblicato su Linkiesta

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