Ma i burocrati sognano pecore elettriche?

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Dopo l’approvazione la scorsa estate della cosiddetta “legge Madia”, arrivano i decreti attuativi sulle diverse componenti della riforma. I dirigenti pubblici, in particolare, sono da mesi in trepidante attesa del decreto che cambierà sensibilmente la loro disciplina di riferimento. Aspetti positivi e negativi sulla questione dirigenza e sulla riforma in generale sono ormai noti, sebbene il dibattito sia sostanzialmente rimasto confinato fra gli addetti ai lavori e non sia quasi mai stato oggetto di un vero approfondimento nelle diverse agorà pubbliche: semplificando al massimo possiamo dire che da una parte si sostiene che la riforma modernizzerà la P.A. rendendola più efficiente e meno sclerotizzata, puntando in primis sul rinnovo dei dirigenti, mentre dall’altra si oppone il fatto che la riforma sia in realtà un mosaico di mini-correttivi poco incisivi e che la precarizzazione della dirigenza sia fattore di pericoloso squilibrio nei rapporti fra macchina pubblica e cittadini. C’è un aspetto, tuttavia, da sempre sotto il tappeto, di fatto dimenticato da parlamentari, operatori e stampa, che fa riferimento all’elemento cognitivo e comportamentale.

Spesso gli architetti delle riforme pongono grande attenzione – e correttamente, aggiungo – ai destinatari delle politiche, ovvero i cittadini, trascurando, però, che quelle riforme e quelle politiche non si attueranno magicamente per il solo fatto di averle annunciate o scritte su carta. Esse vanno implementate, fatte vivere e rese operative per produrre effetti. Lasciando da parte il tema scottante del drafting legislativo, ovvero di come vengono scritte le leggi, quel che raramente viene messo in conto è che la fase di messa in opera si regge sulle singole persone che compongono i vari pezzi della macchina pubblica: l’approccio riformistico, invece, si basa immancabilmente sull’assioma tutto razionale per cui se la legge dispone che quegli eventi dovranno realizzarsi, essi si realizzeranno. È il piccolo mondo antico dell’homo juridicucs, per cui la realtà è governata dalla norma ordinante e dalle sanzioni per il suo mancato adempimento. Il resto? Se la sbrighino i burocrati. I quali, naturalmente, ci mettono del loro ad ingarbugliare la matassa, ma che in moltissimi casi si trovano a dover dare applicazione a norme contorte e contraddittorie, sulle quali sono intervenute tante e diverse manine. Il punto, in altre parole, è che nell’immaginario della politica, dell’informazione e della pubblica opinione – ed anche in quello della stessa burocrazia, perché no? – impiegati, funzionari e dirigenti pubblici sono poco più che automi, per i quali sarà sufficiente premere il bottone perché si attivino e agiscano secondo i desiderata espressi ai piani alti.

Non funziona così, o almeno non sempre. E, sia chiaro, non funzionano automaticamente neppure i tanto decantati incentivi economici ai “meritevoli” se gettati in un deserto motivazionale e di perdita di senso dell’appartenenza all’organizzazione. Non casualmente, infatti, è ormai riconosciuto dalla comunità scientifica che il controllo fine a sé stesso non crea un clima comunitario e di condivisione ma, al contrario, disaffezione e disimpegno: se pensiamo alla gestione mediatica del caso dei “furbetti del cartellino”, che sciaguratamente ledono l’immagine e la reputazione di tanti che il loro dovere lo fanno, è facile capire che siamo anni luce dalla comprensione di come gestire certi fenomeni, che vanno impediti con strategie di prevenzione, non solo sanzionati. Un po’ come gli androidi Nexus 6 nel “Blade Runner” di Ridley Scott (“Do androids dream of electric sheep”, il titolo del romanzo di Philip K. Dick da cui venne tratto il film), anche i burocrati hanno emozioni, sentimenti, ambizioni, bisogni motivazionali, simpatie o antipatie, dai quali è non solo inutile, ma dannoso prescindere. Trattare un’organizzazione gigantesca, caotica, multipolare come la pubblica amministrazione come una enorme catena di montaggio di stampo fordista è semplicemente improduttivo, proprio perché la P.A. di riforme ha disperatamente bisogno: anche e soprattutto di riforme organizzative e di gestione delle dinamiche interne. Tuttavia, finché esse verranno scritte con un pregiudizio tutto ideologico, la macchina non potrà che correre col freno tirato. Non dimentichiamo che, a dispetto della vulgata corrente, le amministrazioni pubbliche macinano e macinano parecchio: che accadrebbe se chi ci lavora fosse finalmente considerato come persona e non come un mero replicante?

Pubblicato su Linkiesta

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