Sono un burocrate. E me ne vanto

Ci risiamo. In occasione di una trasferta in terra veneta, Matteo Renzi, rivolto agli imprenditori del territorio, ha detto che “l’Italia riparte se tutti noi smettiamo di lamentarci”, anche se “molte cose vanno cambiate, in particolare nella burocrazia che è il nostro più grande avversario” e che “noi giorno per giorno faremo di tutto perché alle parole seguano i fatti, perché la burocrazia venga aggredita”.

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Insomma, sul banco degli accusati sale ancora una volta la burocrazia nel Paese popolato da Italiani brava gente: un male che occorre aggredire in qualità di nemico pubblico numero uno. Sono più che certo che le parole del Capo del Governo siano state accolte da entusiasmo da chi le ascoltava e sono sicuro che qualsiasi cittadino le approverebbe senza un secondo di esitazione: chi non ha mai perso tempo e pazienza nell’avere a che fare con questo o quell’ufficio pubblico? Eppure non si può non riaffermare come questo modo di fare e di comunicare, comune a tanta politica, sia, in ultima istanza, deleterio per il corretto funzionamento delle Istituzioni. Credo senza dubbio alcuno che il Presidente Renzi abbia inteso condannare la “cattiva” burocrazia, quella contro cui prima o poi ci scontriamo tutti, fatta di inefficienze, ritardi e sprechi. È quella che fa notizia, a differenza delle storie quotidiane di chi tira la carretta. Ciò nonostante, il continuo assalto alla burocrazia tout court, che addirittura occorre aggredire – in passato ci si era lanciati in una “lotta violenta” a cavallo delle ruspe – non fa che gettare benzina sull’insofferenza del cittadino comune verso le amministrazioni pubbliche, al contempo irritando le donne e gli uomini che, da burocrati, fanno il loro lavoro con serietà e senso dello Stato.

Io sono un burocrate. Me ne vanto: ho scelto di lavorare per lo Stato ed è una scelta che non rinnego ed anzi rivendico. Burocrazia non è una parolaccia, così come non lo è politica o azienda. Senza burocrazia, senza il complesso degli uffici pubblici ai vari livelli di governo, lo Stato semplicemente non esisterebbe, così come non avremmo una democrazia in assenza di partiti politici in competizione fra loro ed imprese in un libero mercato. Naturalmente anche i peggiori totalitarismi hanno avuto una burocrazia: anzi, l’hanno moltiplicata ed esasperata, per dare manforte all’attuazione del loro disegno di dominio di ogni aspetto delle vite dei loro cittadini. Tuttavia, la burocrazia, ovvero quel corpo di donne e uomini che sono deputati alla concreta messa in opera delle politiche e delle normative, è un tassello fondamentale del funzionamento dei tanti pezzi di cui si compone la struttura di uno Stato moderno. Aldilà, infatti, della tensione fra chi vorrebbe più o meno Stato, la macchina pubblica da tempo non si occupa più esclusivamente di difesa esterna e ordine interno, ma spazia, nelle sue plurime articolazioni amministrative, fra molteplici competenze, che negli anni si sono andate affastellando a seguito della crescente complessità delle nostre società. Ecco perché, quando si vuole intervenire contro la malamministrazione – sacrosanta ambizione – andrebbe sempre usata la necessaria prudenza istituzionale per mettere sotto la lente quel caso specifico, quel processo che non funziona, quel modello organizzativo che non si rivela vincente.

Se dovessi dar retta ai titoli ad effetto dei giornali, a leggere le recenti vicende legate alle tante – troppe – intercettazioni pubblicate, dovrei concludere che gli intrecci fra politica e interessi economici sono tanti e tali che la nostra democrazia soffre di un cancro incurabile. Commetterei, però, l’errore di confondere la patologia con la fisiologia, al suono della fanfara del “sono tutti uguali”. Ecco perché, nel caso specifico, il messaggio che la politica – trasversalmente – contribuisce a far sedimentare nella coscienza dei cittadini è che la burocrazia di per sé non serva e che sia elemento di danno per la vita pubblica di un Paese. Senza scomodare i dati che ci dicono che Germania, Francia e Regno Unito contano su truppe di burocrati più consistenti della nostra, e che hanno le caratteristiche di vere e proprie macchine da guerra, credo che vada fatta molta attenzione alle parole ed ai toni che si utilizzano. L’Italia è fatta di tanti pezzi, tutti di pari dignità e scopo, che vanno a comporre una particolare unità: la Repubblica. Proviamo a tenerlo sempre a mente.

Pubblicato su Formiche

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3 thoughts on “Sono un burocrate. E me ne vanto

  1. è bene prendere atto che il termine è ormai un insulto, essendo collegato a pratiche retrive, e quindi passare a un termine più anodino. Poi, l’esperienza mi sta insegnando che anche tra i “giovani” dirigenti ci sono fenomeni di ristrettezza di orizzonti, di metodo, di linguaggio, di mentalità. Non sarà mica un caso se non contiamo niente, pur essendo teoricamente uno dei gangli dello Stato. Basti pensare che l’associazione della quale facciamo parte da 16 anni partecipa a una manifestazione decotta come il Forum della PA senza mai una riflessione sul perchè e un’analisi dei costi benefici. Segno che la coazione a ripetere, la tentazione di battere vecchie strade anzichè tentarne di nuove, il fare una cosa perchè si è sempre fatta, è parte del nostro DNA. Invece di lamentarsi di quanto gli altri ci vedono male, proviamo a chiederci se per caso non hanno una qualche zinzina di ragione…

  2. Alfredo Ferrante ha detto:

    Di ragioni per lamentarsi della PA e di noi pubblici dipendenti ce ne sono molte, troppe. La mia riflessione è tesa proprio a ragionare sui cambiamenti da apportare alla “burocrazia”: non sull’aggredirla come fosse un cancro.
    Ciao

  3. Non sarà un cancro, ma è forza constatare che il valore aggiunto di quello che facciamo – nonostante i lodevoli sforzi di tanti individui – è oggettivamente scarso. Prodotti e risultati, su questo dobbiamo confrontarci.

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