Dirigenti pubblici non si nasce

Dopo la buriana mediatica sui furbetti del cartellino, la tempesta sui dirigenti pubblici sembra al momento placata. E, d’altronde, il dibattito sul tema segue un andamento ben preciso: l’elemento scatenante (la dichiarazione del politico di turno o lo scandaletto del momento), la sfuriata sui media e la conseguente indignazione popolare, la quiete in attesa del prossimo casus belli. Insomma, un dibattito serio ed approfondito sui temi della riforma della PA e sul ruolo della dirigenza è ancora di là da venire, inchiodati sui super stipendi di qualche boiardo o sul ruolo da casellanti negli uffici. Eppure una riflessione su cosa si voglia davvero dalla figura del dirigente pubblico è qualcosa che dovrebbe interessare tutti, classe politica, imprenditori e cittadini, visto che a lui o a lei sono legati molti degli snodi fondamentali delle diverse macchine pubbliche italiane. Sforzandosi di toglierci i paraocchi fordisti che ancora oggi ci fanno vedere una amministrazione pubblica che in massima parte non esiste più, tutta timbri e velinari, occorrerebbe porsi qualche domanda su cosa vogliamo che faccia, nella “nuova” PA, il dirigente pubblico.

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Sappiamo, sull’onda del pauperismo che sembra regnare oggi quando di parla di funzioni pubbliche, che il dirigente deve guadagnare poco. Quanto non è dato sapere, naturalmente: tuttavia, dovrà fare sana penitenza e lavorare con fatica (ci trovo una eco biblico del partorire con dolore, in questo). Giustamente poi si tuona contro la dimensione tutta formalistica delle nostre amministrazioni: eppure, un dirigente che non mastichi di diritto amministrativo e di contabilità di Stato manderà il proprio ufficio a gambe all’aria, danneggiando la collettività e rischiando di tasca propria. Deve essere anche un manager, si dice. Ma cosa significa? A rischio di una noiosa ovvietà, va ricordato che un’organizzazione pubblica ed un’impresa lavorano in quadri di riferimento assai diversi, sebbene entrambe debbano essere efficienti, efficaci e, sperabilmente, ispirarsi a criteri di economicità. Diciamo meglio, quindi, che il dirigente deve essere capace di lavorare con una rete di attori, esterni ed interni, terribilmente complicata, fatta di pressioni e richieste da ogni parte, e che le decisioni che deve prendere, che su questa rete si ripercuotono, devono tener conto di due vincoli molto forti: il volere del decisore politico ed i paletti normativi, tanti e complicati. Dovrebbe, inoltre, sapere gestire le persone che fanno squadra con lui: fare il leader, e non solo il capo, anche grazie ad un pizzico di psicologia e, nel caso della PA, senza godere di una leva economica degna di questo nome.

Infine, il dirigente pubblico deve essere flessibile, pronto a cambiare posto e funzione, financo città, ad nutum (il trasferimento avviene, naturalmente, in treno merci, per non pesare esageratamente sulla collettività), avere spiccate doti organizzative, essere social(ma non troppo), parlare fluentemente almeno due lingue ed essere disponibile a lavorare fino a notte tarda, come ha insegnato alla Nazione il recente “caso” della Reggia di Caserta. Essere fedele esecutore del volere del politico di turno ma, al contempo, creativo e suggeritore quanto basta. Ecco, il profilo che esce da questa sommaria esposizione potrebbe identificarsi in un equilibrato mix fra Superman e Rita Levi Montalcini, con spruzzata di francescana santità. Tutto bene, tutto perfetto. La domanda è una sola: come si conta di produrre questa leva di progenie scelta di gestori della cosa pubblica? Perché potrà sembrar strano alle orecchie dei fustigatori nostrani, ma dirigenti non si nasce. Al massimo si diventa. Pur a frugare sotto i cavoli, dubito si trovino manager pubblici in fasce. Sappiamo bene che il concorso tradizionale non aiuta a sfornare, di per sé, buoni dirigenti: eppure la riforma dello scorso anno sembra dare un colpo mortale all’esperienza del reclutamento di giovani dirigenti tramite la Scuola Nazionale dell’Amministrazione e, a voler essere maligni, sembra prospettarsi una evoluzione darwiniana del ceto dirigenziale, per cui la precarietà sarà la regola.

Ecco, tornando per un momento seri, credo serva una visione della nostra macchina pubblica da qui a venti anni, in cui si faccia piazza pulita delle storture che l’hanno inquinata per decenni e si punti sulla formazione, sulla qualità, sull’eccellenza. Sul contare su persone che sanno cosa fare perché reclutate con cura e che comprendano il senso della missione del servire lo Stato: non servono necessariamente dei geni, ma gente normale, che si legga le carte e ragioni con la propria testa. Il voler mandare tutti a casa, il mantra di questi anni, ha ben poca utilità se non si comprende il problema a monte: la qualità costa. Abbiamo tante eccellenze nella nostra PA, che hanno retto le cose nei momenti di tempesta. E abbiamo tante sacche di inefficienza, disillusione, perdita di senso. Recuperare competitività anche grazie al settore pubblico richiede un investimento sul futuro e sui giovani che nella PA vogliono lavorare, razionalizzando e migliorando, ma non demolendo. E’ un gioco da cui non può sfilarsi nessuno: né la politica, né le classi dirigenti di questo Paese. Parlo, in parole povere, di una nuova prospettiva culturale, di cui i cittadini dovrebbero avere piena consapevolezza per poter compiere scelte ponderate. È una prospettiva chiara alla nostra classe politica?

Pubblicato su Linkiesta

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