Le tradizioni che verranno

293391-thumb-full-pontoglio_cartello_17122015

In questo scorcio di 2015 mi ha molto colpito l’incredibile cartello che troneggia all’ingresso per Pontoglio, ridente paese del Bresciano di neppure settemila anime. Quel cartello, che invita ad alzare i tacchi chi non si riconosca nella “cultura occidentale” e nella “profonda tradizione cristiana” di cui quel paese si fa portatore, sta maldestramente a simboleggiare e a ricordarci alcune delle vicende che hanno attraversato quest’anno, cominciato con la strage di Charlie Hebdo e culminato nell’eccidio del Bataclan, entrambe a Parigi. Due momenti, fra i tanti simili che avvengono quasi quotidianamente in tante parti del mondo, che sono però accaduti nel cortile di casa nostra e che hanno segnato profondamente l’atteggiamento di molti in questo Paese verso l’altro, verso lo straniero, verso il Musulmano. In mezzo troviamo roboanti rivendicazioni di presepi, crocefissi, identità cristiane (saranno inclusi anche i protestanti, oltre i cattolici?) e, di converso, la diffidenza per chi ha un colore della pelle diverso o adora un altro Dio. Sembra quasi, a leggere certe dichiarazioni, che ci troviamo a vivere in una novella teocrazia, in cui in massa ci ritroviamo a messa a snocciolare rosari e a decantare le lodi del Signore. Altro che Peppone e Don Camillo: le regole che dovremmo seguire sono quelle incise nelle Tavole della Legge, le quali non solo sono uniche ed immutabili, ma vincenti rispetto ad altre religioni seguite da torme di infedeli, musulmani in testa. Serve evidenziare quanto sia strumentale ed artificioso questo atteggiamento? Quanto, anzi, sia una vera e propria presa in giro per chi crede? Si tratta, per qualcuno, della impossibile aspirazione a rendere immutabile un piccolo, piccolissimo mondo che è, invece, cambiato e che sta sempre più trasformandosi in qualcosa che non sappiamo ancora prevedere.

Dobbiamo prendere atto che viviamo in una delle province del pianeta, non la più grande né la più importante, ma che è oggettivamente appetibile per i tanti che si trovano in condizioni peggiori delle nostre. Ed è un pianeta in cui gli USA, tanto per dirne una, si avviano a perdere con tutta probabilità nei prossimi decenni il loro ruolo di egemonia culturale e militare ed in cui i progressi tecnologici hanno enormemente accorciato le distanze e – questo va registrato – la possibilità di scontro. Quel che fino a ieri era lontano ed esotico, oggi è qui ed è concreto, con tutto il bagaglio di contraddizioni che questo porta con sé. Si tratta, credo, di una minoranza, sia pur numerosa, ma, per tanti o pochi che siano, il comun denominatore di un numero considerevole di Italiani sembra essere la paura, la rabbia, in taluni casi l’odio profondo verso qualsiasi cosa si allontani dalla concezione di normalità che qualcuno vorrebbe estendere al di fuori del Pontoglio di turno. Naturalmente le tradizioni sono importanti nella fibra di un popolo, e vanno salvaguardate: solo se si è consapevoli di chi siamo sarà possibile un processo di inclusione dell’altro. Ma di quali tradizioni parliamo? La religione cristiana? I suoi tratti esteriori? Il presepe, addirittura? O quella cultura dei diritti, del progresso delle idee, della difesa delle libertà di cui noi Europei, fra tanti errori, siamo portatori? Ecco perché non parlerei di guerra di religione: se davvero così fosse, allora noi secolarizzati occidentali saremmo nei guai. Il baluardo che deve – dovrebbe, al netto delle tante ed ovvie considerazioni economiche e geopolitiche – restare al centro dell’azione dei Governi in questo frangente di nuovo secolo non può che essere quello della difesa dei diritti umani, mentre la religione, cui va naturalmente garantita ogni libertà di professione, attiene alla sfera privata e alla dimensione culturale delle donne e degli uomini che credono. Attenzione a farci trascinare nel facile gioco dell’etichettare i credenti in una religione, vedendo un assassino in ogni musulmano. E, allo stesso tempo, non facciamo gli utili idioti di chi preferisce colorare le tragedie che hanno colpito la Francia e le tante stragi, troppo lontane, che riempiono solo le ultime pagine dei giornali, come scontri di religione. Preferirei, ricordando un’altra, terribile foto, quella del piccolo Aylan riverso sulla spiaggia, affacciarmi ad un 2016 che rilanci le tradizioni del rispetto reciproco, della difesa dei più deboli, della pari dignità delle donne e delle persone più fragili: mi sembrano queste le cose per cui fare squadra.

Pubblicato su Linkiesta

Annunci

One thought on “Le tradizioni che verranno

  1. Dario QUINTAVALLE ha detto:

    Trattandosi di regioni che producono assai più integrazione ed innovazione di quanto ne possiamo immaginare,sarebbe saggio non fermarsi ai cartelli, e guardare la sostanza. Che poi, molte di queste manifestazioni non sono rivolte a un improbabile straniero invasore, ma agli alfieri del politically correct di casa nostra. Quelli che vanno avanti proibendo Babbi Natali, Presepi, Crocifissi e strenne. Gli stranieri, anzi gli strani, li abbiamo in casa…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: