Il punto di vista degli AllieviSNA sui temi in agenda per la PA

Come ogni anno in autunno, l’Associazione AllieviSNA, che si rivolge ai dirigenti dello Stato che provengono dall’esperienza della Scuola Nazionale di Amministrazione, ha tenuto il suo raduno, svoltosi a Roma dal 23 al 25 ottobre. In particolare, nella mattinata di lavori del sabato sono stati discussi i temi più attuali che investono la sfera pubblica: attuazione della riforma Madia, valutazione dei funzionari pubblici, lotta alla corruzione, prospettive future del dialogo col Governo e con i cittadini. Molti gli interventi di colleghe e colleghi in servizio presso le diverse amministrazioni ed enti pubblici (MEF, Lavoro, INPS, Istruzione e così via), inclusi gli ormai famosi “dirigenti a bagnomaria”, vincitori del VI corso concorso SNA, che dallo scorso mese di dicembre sono in attesa di essere assunti. Di seguito il documento di sintesi. Buona lettura.

Va premessa, in primo luogo, la comune preoccupazione per il complesso e poco ortodosso processo di formazione della legge di stabilità. L’approvazione in Consiglio dei Ministri di una bozza in itinere, e la successiva discussione prima della presentazione al Presidente della Repubblica e al Parlamento, suscitano più di un dubbio legato all’effettivo processo di formazione del testo e, soprattutto, ad una aperta discussione nel Paese nel merito delle misure. Il repentino modificarsi di testi approvati, eppur “liquidi”, suscita perplessità che richiedono un cambio di rotta a favore di una maggiore chiarezza e trasparenza. Anche per questo, l’Associazione esprime solidarietà ai colleghi della Ragioneria Generale dello Stato, chiamati a gestire in prima persona questo processo, che hanno espresso forte disagio non accogliendo l’invito a continuare a lavorare per l’ennesimo fine settimana sulla ulteriore limatura dei testi oltre la naturale scadenza di presentazione del 15 ottobre.

Come dirigenti AllieviSNA riteniamo, tuttavia, di dover segnalare alcuni aspetti critici dei testi normativi attualmente al centro dell’agenda politica: la legge Madia di riforma della PA, approvata quest’estate, e la legge di stabilità.

Per quel che riguarda la legge Madia (legge 124 del 2015), un tema su tutti è la concreta minaccia di inceppamento del sistema, che si basa sul rischio di un continuo e vorticoso ricambio della dirigenza di ruolo, magari a favore di una dirigenza fidelizzata. Il meccanismo del cosiddetto ruolo unico dei dirigenti, infatti, è di per sé ben accetto se ed in quanto realizza un mercato unico della dirigenza i cui criteri di funzionamento sono il merito e la concorrenza, e se, in coerenza, il meccanismo di reclutamento è unico ed omogeneo. La legge Madia – e sul punto seguiremo con attenzione l’attuazione nei decreti delegati – sembra invece costruire un “calderone” in cui confluiscono tutti i dirigenti dello Stato, delle Regioni, e degli Enti locali, rischiando di dar vita ad una sorta di concorso permanente senza regole. In altre parole, mettendo a bando un qualsiasi posto dirigenziale, si rischia di vedere l’assalto di migliaia e migliaia di domande che, verosimilmente, nessuno potrà valutare con serietà. Replicare questo meccanismo per tutti i ministeri, le regioni e gli enti locali rende palese il rischio di una sostanziale rivoluzione permanente, ovvero la paralisi.

Ma c’è di più: la legge Madia cancella per i dirigenti di ruolo (e vincitori di concorso) il diritto all’incarico. Oggi, pur ruotando fra incarichi, il dirigente ha diritto ad avere un posto di funzione. Da domani non sarà più così e potrebbe esserci una corsa al posto che renderà precaria la dirigenza e più soggetta alle esigenze della politica. Se, alla fine del gioco della sedia, si resta in piedi, il dirigente senza incarico non potrà chiedere nulla: ergo, sarà molto motivato a chiedere prima, magari col cappello in mano. E non finisce qui. Ove non si ottenesse un incarico, il dirigente finirebbe parcheggiato, in assenza di valutazione negativa, in un perpetuo limbo, sia pure a stipendio ridotto: pagato per stare a casa. Questa paradossale situazione va a coniugarsi con le previsioni di rivedere la disciplina e le percentuali dei dirigenti che la politica può cooptare senza concorso dall’esterno. A pensare male si commette peccato, ma spesso ci si azzecca, diceva qualcuno: in questo caso speriamo di non azzeccarla. Espellere dirigenti di ruolo e sostituirli con dirigenti fidelizzati sarebbe senza se e senza ma un danno incalcolabile per l’imparzialità della PA e per la possibilità per i cittadini di ottenere servizi. Gli AllieviSNA lo hanno sempre detto, e lo ripetono e ribadiscono in ogni sede. La prima esigenza di ogni organizzazione pubblica deve restare quella di assicurare l’imparzialità dell’amministrazione, sia verso la politica che a favore dei cittadini. Se crolla questo fondamentale principio, si aprono scenari imprevedibili e, senza dubbio alcuno, contrari alla Costituzione.

Queste criticità rendono evidente che il dettato della legge, su cui AllieviSNA aveva avanzato proposte nel corso di due audizioni parlamentari presso Camera e Senato, rischia di creare caos e contenziosi. È, dunque, importante che il decreto delegato sulla dirigenza riesca, sia pur nei limiti della delega, a correggere i rischi concreti che si pongono a danno del buon funzionamento della macchina amministrativa e, in ultima analisi, a danno dei cittadini. Auspichiamo, perciò, un confronto col Governo.

È, peraltro, curioso che la legge Madia in molti passi sembri disporre minuzie organizzative che nulla attengono alla dimensione legislativa, disponendo, ad esempio, che per i concorsi pubblici si prevedano “modalità di espletamento degli stessi, in particolare con la predisposizione di strumenti volti a garantire l’effettiva segretezza dei temi d’esame”: prescrizioni che gli organismi internazionali impongono a paesi in via di sviluppo senza infrastrutture politico-amministrative. È una legge che, tra molte buone intenzioni e interventi anche efficaci, soprattutto sulla dirigenza, sembra improntata da sostanziale sfiducia, tanto da indurci a domandare se la nostra azione di proposta assomigli alle richieste delle volpi che cercano di stabilire coi cacciatori le regole della caccia.

Come sempre non vogliamo nasconderci dietro a un dito: le pubbliche amministrazioni hanno molti problemi e diversi a seconda dei diversi livelli istituzionali. Parliamo della più grande organizzazione del Paese, che conta circa 3.200.000 lavoratori e dimensioni e funzioni le più diverse. Di tutto questo ventaglio di strutture, i ministeri contano molto poco in termini di unità di personale, per un mero 5% scarso. Come dirigenti pubblici dobbiamo farci carico delle nostre responsabilità e, lontani da logiche corporative, chiediamo noi per primi, anzi, rivendichiamo valutazioni selettive delle performance e una vera spending reviewSiamo pronti a fare la nostra parte per segnalare sprechi e inefficienze, che sopportiamo per primi nel nostro lavoro quotidiano, mentre la logica del taglio lineare, di per sé incoerente con la politica del merito, finisce per punire proprio i più utili e meritevoli. Può ripartire il Paese se puniamo le leve migliori?

Esortiamo tutti – e intendiamo tutti – a farlo con noi: la politica, le imprese, la società civile. Un Paese funziona se regge la sua infrastruttura di regole in quanto condivisa da tutti. Da questo punto di vista la incredibile vicenda del Comune di Sanremo è esemplare: un intero sistema è collassato perché era generalizzata la convinzione che “tutti fanno così”. Dobbiamo allora non solo fare rete fra i diversi pezzi della società, ma assieme lavorare sulla lotta alla corruzione e la promozione dell’integrità. Su questo la dirigenza pubblica ha un ruolo fondamentale, ma non può essere lasciata sola. Ed anzi, deve essere messa in condizione di lavorare con tutti gli strumenti utili a questo fine.

Certamente come corpo non siamo mai riusciti ad assumere sufficiente solidità, ed il motivo è molto semplice: le provenienze sono molteplici. A parte i 500 dirigenti che provengono dalla SNA, che possono contare su un percorso di reclutamento e formazione comune, il resto della dirigenza italiana si trova a dirigere uffici dopo le strade più diverse, e non solo attraverso i concorsi delle singole amministrazioni. Non raramente sono intervenute stabilizzazioni, leggi ad hoc, cooptazioni. Insomma è avvertita l’esigenza di una classe dirigente amministrativa che possa contare su un reclutamento omogeneo e costante, attraverso la SNA. Regole comuni, formazione comune, valori comuni. Purtroppo non sappiamo quale sarà il destino della SNA, commissariata dalla legge di stabilità e proiettata verso una nuova riforma: a dispetto della proposta degli AllieviSNA di prevedere per tutti i dirigenti pubblici il reclutamento tramite Scuola, chi passerà per essa (solo per una percentuale del 50% dei posti disponibili) dovrà prima attraversare un periodo di tre anni come funzionario. Insomma, un addio a quel ricambio generazionale che la formula del corso-concorso della SNA aveva assicurato, grazie ad un sistema di “ufficio chiavi in mano” che ha permesso a giovani eccellenze di arrivare a svolgere il primo incarico alla soglia dei 30 anni.

E questo è uno dei motivi per cui non possiamo che manifestare tutta la nostra perplessità di fronte alla iniziativa dei funzionari delle Entrate che, dopo 10 anni di incarichi dirigenzialiad personam, cassati dalla Corte Costituzionale perché è sempre necessario un concorso pubblico, chiedono i danni allo Stato: la frammentazione del reclutamento dei dirigenti segue, lo vediamo, anche strade illegittime che, fatti salvi ogni aspetto di natura personale, aggiunge caos a caos. Lo diciamo da anni: un unico, duro concorso nazionale della SNA che trovi i migliori e li formi sui medesimi valori.

Analoghe perplessità suscitano alcune disposizioni contenute nella legge di stabilità, che dispone il congelamento dei posti dirigenziali scoperti al 15 ottobre. Sembra, insomma, profilarsi un nuovo taglio lineare di posti dirigenziali che non ha a monte una analisi dei bisogni e delle funzioni, che possa eventualmente portare a ritenere di sopprimere, accorpare o spostare. La regola è: nessuno è seduto sulla sedia? Via la sedia. Ed è, al contempo, assai curioso, che mentre una delle prime bozze riportava finalmente nei ministeri da cui erano usciti gli uffici di alcuni dipartimenti della Presidenza del Consiglio (Giovani, Famiglia, lotta alla droga), azzerando posizioni dirigenziali sulla cui effettiva moltiplicazione qualcuno avrebbe dovuto fornire molte spiegazioni, tale riassorbimento sia stato magicamente cancellato nel testo definitivo.

Naturalmente la riduzione delle percentuali del turn-over non fa che rendere ancora più vecchia la pubblica amministrazione, mentre l’ormai perenne blocco dei rinnovi contrattuali riduce enormemente il potere d’acquisto degli stipendi. È francamente lunare che si tiri un sospiro di sollievo perché oggi – e tentativi ce ne sono stati, eccome – non ci sia il taglio della carne viva delle retribuzioni pubbliche. Invece di immaginare e mettere in pratica modalità tecniche, amministrative e organizzative per lavorare al meglio, l’unica stella polare del Governo sembra essere la neutralizzazione della necessaria autonomia dell’amministrazione e la sua naturale competenza sulla gestione, usando tutte le leve a disposizione, non ultima quella stipendiale. Attenzione: non vogliamo guardarci l’ombelico. Alziamo lo sguardo e chiediamoci cosa abbiano prodotto per il migliore funzionamento della PA anni ed anni di studi e commissari sulla spending review. Ce lo dicono i giornali: un flop. Un flop dovuto ad un’impostazione che non segue la logica della revisione della spesa pubblica per migliorarla e rimodularla ove serva, ma mira esclusivamente, costantemente e pervicacemente al taglio della spesa per conseguire risparmi. La logica degli interventi, quindi, sembra privilegiare da un lato una maggiore disponibilità della politica delle leve dell’amministrazione, dall’altro riproporre contenimenti della spesa senza una valutazione delle politiche in relazione alla loro efficacia rispetto alle cose da fare. È un’impostazione che va abbandonata. Senza visioni di lungo periodo e un confronto leale con chi lavora per la collettività abbiamo forti dubbi che possano conseguirsi vantaggi per l’Italia.

Noi, come sempre, ci siamo. E siamo pronti a fare la nostra parte. Per il Paese e per i cittadini.

Pubblicato su AllieviSNA

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