Quella banalità del male che scorre in rete

Difficile trovare spiegazioni di senso all’ondata di odio razzista che si è ormai scatenato in rete: basta digitare qualche termine chiave per restare inorriditi della ferocia con cui si esprimono posizioni che in un paese civile dovrebbero essere condannate senza appello. Sono ormai saltati tutti i freni inibitori della brava gente dello Stivale, quasi vivificati nel poter affidare al web qualsiasi commento che riguardi le categorie preferite dal razzista nostrano: “negri”, “zingari”, “clandestini”, “froci” e così via. Idee poche ma ben chiare: l’invasione straniera (meglio se musulmana) e conseguente minaccia dell’estinzione della razza bianca, secondo alcuni orchestrata dalle Nazioni Unite; l’orgogliosa rivendicazione di essere #padroniacasanostra (hashtag fatto proprio anche da un Governatore di una delle più importanti regioni italiane); l’immigrato o lo straniero criminale per definizione, di fatto animale guidato dai più bassi istinti predatori, come illustra con dovizia di particolari un sito vergognoso come questo; il disgusto per gli “invertiti” contro natura. Una enorme chiazza nera telematica che viene abilmente agitata da certa politica, che soffia sul fuoco e aizza gli animi: respingimenti, affondamenti di barconi, pene sommarie e castrazioni chimiche per gli immigrati criminali, tali per definizione.

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E i frequentatori della rete non si tirano indietro. Impossibile identificare una tipologia del professatore di odio: a parte profili dichiaratamente fascisti o nazisti, regna la persona comune, dal giovane studente all’impiegato con pancetta, sino alla arzilla nonnina che tweetta mentre armeggia in cucina. Ecco allora signore di mezza età che professano apertamente il loro credo fascista e augurano soluzioni finali per gli zingari, anziane inoffensive che si fotografano col cane e parlano di clandestini maiali, medici anestesisti che si professano serenamente razzisti e ragazzine che annunciano allegramente di andare al mare per affogare i clandestini. La banalità del male, avrebbe detto qualcuno. Non mancano naturalmente foto di scimmie tranquillamente accostate a quelle dell’europarlamentare ed ex ministra per l’integrazione Cécile Kyenge, insulti sessisti alla Presidente della Camera Laura Boldrini, “amica dei negri”, indicibili ignominie indirizzate a Khalid Chaouki, giovane parlamentare del PD. Fino a scivolare nel grottesco: profughi grassottelli e con i tablet, colonizzazioni africane e genocidi razziali a danno degli Italiani, i maledetti preti che non accolgono i migranti nelle chiese, la paradossale condanna del razzismo dei finti italiani contro gli italiani veri, leggende di maestre elementari che spiegano fantomatiche teorie gender con dildo e posizioni acrobatiche. Approcci primitivi e di pancia che calpestano secoli di storia e la dignità di un Paese che, tra le mille difficoltà che vive, conta sul valore e la solidarietà di chi ogni giorno salva decine di vite di disperati da morte sicura. Quanti sono i razzisti del web? Chi sono? E cosa dicono, cosa fanno, come si comportano nella vita reale, faccia a faccia? Da dove esce questo ignobile frullato di incultura che appesta la rete? E, soprattutto, cosa fare? Non aveva tutti i torti Umberto Eco a evidenziare che “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. E’ l’invasione degli imbecilli”. Ma è comunque difficile fare i conti con tanto odio o con tanta imbecillità, quando la forza di una democrazia matura è quella di garantire la libertà di espressione, anche quella così ripugnante. Credo, tuttavia, che non basti ignorare il fenomeno: va combattuto, va diffuso, va reso evidente e va condannato con forza. Va contrastato legalmente, quando se ne verifichino le condizioni. È una lotta culturale, evidentemente, che deve aver spazio nella quotidianità, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. E tocca a ciascuno di coloro che hanno a cuore una comunità che possa dirsi tale ricordare che i diritti si sommano, non si contrappongono. A dispetto degli imbecilli.

Aggiornato il 30 Agosto 2015

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4 thoughts on “Quella banalità del male che scorre in rete

  1. Dario Qu ha detto:

    Veramente mi pare che anche prima di Twitter persone normali e premi Nobel avessero gli stessi diritti di parola e voto (ricordo una volta in fila al seggio con la mia vicina di casa Rita Levi Montalcini). Ma il punto è che per alcuni (come te) la democrazia è buona solo se si dice ciò che vuole il potere: e allora una dittatura del politically correct che ci dice cosa pensare e come parlare. Persino una parola innocente come “negro”, che si poteva usare ancora 30 anni fa per descrivere grandi da Sidney Poitier a Louis Armstrong (povero Senghor, se rinascesse, come descriverebbe la ‘negritude’?) ora è fuorigioco .
    Non ho naturalmente simpatia per chi si esprime così violentemente, ma anche poveramente.
    Ma nemmeno per chi vive in centro e scrive a Romafaschifo contro il degrado, ma poi pretende che chi sta in periferia sopporti un vicinato quantomeno ‘scomodo’.
    E mi chiedo. dove sono gli spazi per dibattere pacatamente su certi argomenti? A furia di chiudere gli occhi, la realtà a volte ci assale e ci sorprende. Quanti predicozzi – per esempio – su una certa etnia indoeuropea, che sarebbe sempre oggetto di ingiusti pregiudizi (e pazienza se le donne di questa etnia costituiscono il 98% delle detenute di Rebibbia Femminile). Finchè una famiglia molto chiacchierata inscena un funerale sfarzoso, esibendo una ricchezza ingiustificabile, e in spregio a qualunque regola di traffico terrestre e aereo. La stessa irrisione alle leggi e alle regole del vivere civile che mostrano gli stessi esponenti della medesima etnia quando girano per il centro a caccia di turisti.
    Ecco, guardati intorno: è possibile dire che si è passato il limite senza sentirsi dare del razzista dalle solite mosche cocchiere? ,

    (Oggi ho ottenuto che il mio nuovo vicino ucraino smettesse di sparare la radio a palla, solo perchè gli ho parlato in russo. Fossi stato ‘solo’ italiano avrebbe continuato a fare il suo comodo… Provasse a comportarsi così nella ‘tollerante’ Olanda e arriverebbe la polizia. E poi dici che questo non è il paese di Bengodi?) .

  2. Alfredo Ferrante ha detto:

    Mi sembra che tu non veda il mio punto. Quello che trovo intollerabile è etichettare gruppi etnici o sociali. Tutti gli ucraini fanno casino la notte? Negro andava bene, oggi non va bene. Negro di merda non andava bene ieri e non va bene oggi. Se ribellarsi allo schifo razzista è essere asservito al potere (ma perché poi?), allora sono un leccacu** del Potere. Anche abitando in centro, ovviamente.

  3. […] fra i compiti dell’UNAR il dovere di porle all’attenzione della pubblica opinione. Sarà il clima che si respira, evidentemente, purtroppo molto spesso irresponsabilmente surriscaldato da taluni, […]

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