Ce lo meritiamo Alberto Sordi!

Tutti contro Ignazio Marino, l’allegro chirurgo, come ormai viene definito. Cittadini indignati e stufi di una città invivibile, giornali nazionali e internazionali (ah quelli poi) che impietosamente rendicontano un quotidiano sfacelo della città, i social network infuriati, la politica, anche quella dei presunti amici. Non basta l’onestà del Sindaco, ripetono in coro, ma serve chi possa prendere in mano un declino che pare inarrestabile e correggere la rotta. Io, personalmente, non avevo votato Marino alle primarie, augurandomi però che si intervenisse su alcuni temi simbolo, fra i quali il celebre “mostro” della sopraelevata romana. Ma cosa si deve rimproverare a questo Sindaco nei due anni e rotti di consiliatura? Tutti a gridare contro la politica maneggiona ed è stato eletto un Sindaco odiato trasversalmente da tutti i professionisti della politica. Tutti a cercare col lanternino un politico onesto e non inquisito ed ora l’onesta personale è un fastidioso orpello. Tutti a stracciarsi le vesti per una città modello suk (io per primo) e la pedonalizzazione dei Fori o aver cacciato gli orribili camion bar dal centro storico sono boiate populiste. Ma noi romani siamo fatti così, ce lo ricorda il Belli: “Bast’a ssapé cc’oggni donna è pputtana, e ll’ommini una manica de ladri, ecco imparata l’istoria romana”. Chi se ne frega se Roma è una macchina di una complessità da far tremare i polsi, una città fatta di stratificazioni di storia, architettura, urbanizzazioni, un tesoro a cielo aperto che ha bisogno di un governo di lunga visione e di un corpo sociale che sia consapevole del suolo che calpesta. La soluzione è sempre un’altra: verrebbe da urlare, come Nanni Moretti nel bar, che ce lo meritiamo Alberto Sordi. Una cosa è certa: come non possiamo aspettarci miracoli da Marino, se vediamo in Marino il salvatore o, peggio, il responsabile dello sfascio, è altrettanto inutile e smaccatamente populista augurarsi l’avvento dell’uomo o della donna della provvidenza, che abbia le ricette pronte in tasca per fare di Roma una capitale europea. E poi: cambiare Marino per fare cosa? Per quale progetto? Con quali idee? Sulla base di quale visione per una capitale del XXI secolo? Facile parlare, come fa Salvatore Merlo, di “luogocomunismo moralizzatore”: tutti sulla carta vorremmo una città più bella, più funzionale, più vivibile. Allo stesso tempo, però, facciamo sostanzialmente come cazzo ci pare, del tutto incuranti dell’effetto delle nostre azioni, pronti, quando ci gira, a ergerci noi stessi moralizzatori del bene pubblico. Eh no, così non va. Se la macchina amministrativa romana è inquinata, come racconta il Prefetto Gabrielli, si prendano le opportune contromisure con raziocinio, con visione amministrativa e politica, senza ululare alla luna. Non piace come Marino e la sua squadra governano Roma? Ma voi, di preciso, cosa ne sapete? Avete letto le carte? O vi formate un giudizio sulla base di un tweet? Se le aziende municipalizzate spesso traballano, ricordiamoci che nei decenni sono state infarcite di nostri (sì, nostri) amici e parenti grazie alle spintarelle dei politici che noi (sì, noi) abbiamo eletto e rieletto a Roma. Se le strade sono ridotte peggio di una mulattiera di montagna, qualcuno una qualche responsabilità ce l’avrà. È colpa di Ignazio Marino? Ci siamo noi in tutto questo, inutile nasconderlo. Ha certamente ragione Christian Raimo quando dice che “fare politica a Roma in nome del degrado e del decoro vuol dire non aver presente che la “riparazione” che occorre a questa città non è un belletto, ma una cura radicale. Fatta di trasformazioni profondissime, infrastrutture serie, investimenti massivi, e soprattutto visione politica e scelte di lungo respiro, che si giocano sui trasporti, sui rifiuti, sul consumo del suolo”. Allo stesso tempo, siamo in emergenza e con questa emergenza devono fare i conti tutti i pezzi di Roma. Marino lo hanno portato al Campidoglio gli elettori e va giudicato sulla base dei risultati di una consiliatura. In una democrazia sono gli elettori che mandano a casa chi non ha lavorato bene: non certo i giornali o i partiti o, tantomeno, l’indignazione del momento.

Pubblicato su Linkiesta

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