L’odio per la politica e la politica dell’odio

Strano a pensarci. Da un lato le recentissime elezioni regionali hanno confermato il clamoroso dato dell’astensione, in virtù della quale un elettore su due non vota, probabilmente stufo di certe dinamiche della politica. Dall’altro, si fa strada la stessa politica che ragiona sempre più in termini di dicotomia assoluta amico/nemico, con un preoccupante protagonismo di formazioni di evidente impronta fascista. E’ un circolo vizioso in cui è difficile capire dove sia la causa o l’effetto. Siamo in presenza di partiti e movimenti a fortissima impronta leaderistica che vedono spesso fortune o tracolli a seconda dell’appetibilità mediatica del Capo e che, evidentemente, non trovano più il consenso di solo una manciata di anni fa. Ha ragione il Presidente della Repubblica a dirsi preoccupato: non possiamo archiviare come delega in bianco il fatto che metà di questo Paese rinunci ad esercitare il principale diritto proprio di un regime democratico. Non rileva tanto il drenaggio di voti che ha colpito praticamente tutti i partiti, eccezion fatta per la Lega, ma un calo di partecipazione che impoverisce la vita del Paese. Semplicemente, non si può far finta di nulla, soprattutto in una fase storica così delicata di uscita dalla una delle peggiori crisi economiche della storia Italiana. Non votare, naturalmente, è un diritto, ma spetta alla politica riflettere seriamente sui perché di questa disaffezione, che credo solo in parte sia riconducibile all’ondata di scandali degli ultimi anni. Gioca un ruolo fondamentale, a mio avviso, la personalizzazione spinta delle formazioni politiche, che sembrano ormai ridotte a grandi comitati elettorali a favore del Capo e che rendono pressoché inutili le attività sui territori, funzionali alla spinta di vertice. Non un odio per la politica, forse, ma una insofferenza crescente a dinamiche che hanno ancor più allontanato quella che dovrebbe essere la più nobile delle arti dalla portata del cittadino comune. Quello che arriva invece forte e chiaro è un messaggio molto divisivo della società, cosa che partiti politici maturi dovrebbero evitare come la peste: è palpabile la spasmodica ricerca del nemico del giorno, contro cui riversare le colpe di una società ingrippata e sempre più diseguale. Possono essere i burocrati che remano contro, i dissidenti nei partiti che fanno il gioco dell’avversario, l’immigrato in fuga ma col cellulare,  i gay che – maledetti testardi – vogliono sposarsi, i rom ladri e assassini. A proposito di rom, sembra pazzesco ma abbiamo parte del dibattito nazionale avvitato su un tema non-tema: pare ormai pacificamente accettato da molti che se 180.000 persone, corrispondenti allo 0,25% (!) del totale della popolazione italiana, “andassero a casa” (ma dove?), l’Italia tornerebbe ad essere il paese di Bengodi. Sono mantra recitati come un rosario da tutti gli schermi televisivi, con effetti devastanti in termini di lacerazione del tessuto sociale. È la nuova politica dell’odio che, invece di legare una comunità su basi comuni, tende a escludere, isolare, colpevolizzare: è un’Italia molto brutta, di pancia, quella che urla davanti ai microfoni o scrive sui social network, che fa ricordare quasi con tenerezza l’Italietta di Radio Parolaccia di tanti anni fa. Ed è un’Italia che a me, personalmente, non piace.

Pubblicato su Linkiesta

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