I protagonisti riottosi della riforma della PA

La riforma della pubblica amministrazione che porta il nome della Ministra della PA e della semplificazione, Marianna Madia, è entrata nel vivo della sua approvazione in Commissione Affari Costituzionali in Senato, dopo piogge di emendamenti e sub-emendamenti. La riforma è certamente ambiziosa e ha il merito di voler affrontare in modo globale molti degli aspetti critici della macchina pubblica, seppure, strabica sulla dirigenza, non credo presti la dovuta attenzione ai lavoratori nella pubblica amministrazione, la vera benzina del motore pubblico. Nella riforma, in ogni caso, ci sono molte cose buone e molte da scansare come la peste: ma la cosa che ancora stupisce, in realtà, proprio nel momento in cui ci si avvia al voto, è l’atteggiamento che continuano ad avere due fra i protagonisti più importanti della riforma, i dirigenti pubblici e i cittadini. Per quanto riguarda i questi ultimi, tutti noi, è palpabile un sostanziale disinteresse dell’opinione pubblica sui temi veri in gioco, primo fra tutti il miglioramento dei servizi. Aldilà di rari, rarissimi casi di meritevole approfondimento, l’attenzione mediatica resta ancorata alle solite indignazioni ad orologeria su privilegi, stipendi e mandarini, ritirati fuori ad arte: solo pochi giorni fa, sul principale quotidiano nazionale si è rispuntata fuori la bufala dello stipendio medio di 300.000 euro al mese, in media, per i dirigenti pubblici. Troppo spesso si sacrificano i fatti e l’analisi oggettiva a scapito della voglia di eccitare gli animi: in una società in cui la crisi ha fatto arrivare i nodi al pettine, è diventato imperativo trovare il capro espiatorio, e la pubblica amministrazione è il bersaglio ideale. Una festa per certa politica. Comprensibile, forse, ma è un approccio non solo inutile all’approfondimento serio e al tentativo di migliorare il funzionamento della PA, ma anche pericoloso, perché pone pezzi del Paese gli uni contro gli altri. Ma i veri protagonisti riottosi, a mio giudizio, sono gli stessi dirigenti pubblici, sin dall’inizio indicati dal Governo come l’architrave  della riforma. Mai capaci, nella storia amministrativa di questo Paese, di fare corpo e di accreditarsi come forza vitale del Paese, abbiamo vissuto con la testa piegata su una scrivania e con lo sguardo rivolto al passato, preferendo coltivare orticelli di piccolo potere quotidiano invece di renderci conto che là fuori la società corre e che era necessario mettersi in gioco. Ci siamo crogiolati nella diffidenza del vicino di stanza e nella resistenza al cambiamento. La grande battaglia che, fra tutte, avrebbe dovuto essere la nostra, la valutazione, è stata lasciata nel cassetto, timorosi di accettare il fatto che tutti noi siamo diversi. Ci siamo accontentati, invece, di un sistema comodo per noi e per la politica, inutile addirittura, per il quale siamo sostanzialmente tutti uguali. In peggio, ovviamente. Quel motore immobile che è sempre stato il riformismo della pubblica amministrazione sta partendo, stavolta. È responsabilità della dirigenza pubblica Italiana essere parte di questo cambiamento, smettendo le antiche paure e facendo buona, sana autocritica. Ma, allo stesso tempo, spiegando con chiarezza ai cittadini cosa in questa riforma può e deve essere migliorato. Il pericolo che la dirigenza italiana venga precarizzata e posta sotto schiaffo dal politico di turno esiste: sta a noi spiegare perché questo è un danno per il Paese e i cittadini. Ne saremo capaci?

Pubblicato su Linkiesta

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