Non con i miei soldi, Giletti

Il duello in punta di cannone che domenica scorsa ha visto protagonisti il conduttore Rai Massimo Giletti e l’ex parlamentare della sinistra radicale Mario Capanna è disponibile ormai on line sui siti dei principali quotidiani italiani, a mo’ di simpatico divertissement. La cosa, tuttavia, non può essere liquidata come l’ennesima baruffa televisiva di cattivo gusto. E’, anzi, molto seria e merita qualche riflessione. Oggetto del contendere la indignata denuncia da parte di Giletti, nella puntata precedente de “L’arena”, della cupidigia di quegli ex consiglieri regionali della Lombardia che si sono opposti al taglio del 10% dei loro vitalizi, controproponendo la creazione, con quei denari, di un fondo di solidarietà. Conseguentemente, Capanna, firmatario del ricorso assieme ad altri ex colleghi e chiamato in causa, ha chiesto un chiarimento in diretta per spiegare la sua posizione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, una gazzarra ordita male e gestita peggio dal padrone di casa.

Il punto, chiariamolo subito, non sono i vitalizi dei politici, spropositati nella loro entità e da sempre oggetto di comprensibili critiche e condanne. E, devo dirlo, non mi scandalizza neppure che, a fronte del semplice taglio del vitalizio, gli ex lo condizionino alla creazione di un fondo regionale di solidarietà, cosa neppure troppo bislacca. Si utilizza un diritto garantito dal quadro normativo, messo in piedi – ricordatevelo bene – dai quei rappresentanti del popolo che tutti noi, da sinistra a destra, abbiamo votato senza farci troppi problemi. Votati anche da quelli che oggi sono sulle barricate a gridare contro il magna-magna della politica. E se la Regione Lombardia vuole intervenire con legge, non può non esser garantito il diritto di farvi ricorso, piaccia o non piaccia. Quello che è davvero insopportabile è la populistica crociata sistematicamente condotta dagli schermi da chi, settimana dopo settimana, partendo da casi di cronaca che investono parlamentari, burocrati, medici o vigili urbani (insomma, tutto quello che ha a che fare col settore pubblico), officia la sua personale messa domenicale da novello Savonarola. Il sistema è ormai collaudato: si trova un caso presentato come indifendibile (le cronache, purtroppo, ne abbondano), si mettono le mani avanti precisando che mai e poi mai si intende condannare un’unica categoria e poi si inizia a sparare a palle incatenate ad altezza d’uomo, come avvenuto nel caso della recente alluvione di Genova. Approfondimenti? Spiegazione dei fatti? Lasciano il tempo che trovano: quello che conta è eccitare gli animi mentre il conduttore alterna abilmente espressioni contrite ed addolorate e lanci di fulmini e saette contro i manigoldi di turno. Tanto, fa tutto schifo.

La puntata della scorsa domenica, in questo can-can, ha toccato davvero il punto più basso quando un indignato Giletti, che non risulta essere più giornalista e che guadagna solo 300.000 euro l’anno (esclusi premi vari, si suppone, ma tanto lui non è un eletto, si difende), si è scagliato contro Capanna, che non ha avuto possibilità di spiegare compiutamente la sua versione, pure criticabilissima dai più. Non pago, dandogli letteralmente del ladro, Giletti ha tuonato focosamente che lui lavora per difendere gente come Isabella, morta d’infarto per sostenere quattro figli, e non per gente come Capanna. Non è mancato neppure il colpo di teatro, col lancio sprezzante a terra del libro dell’ospite prima della pausa pubblicitaria. Ecco, consentitemi di dire che a me questa televisione non piace. Anzi, ne sono inorridito. Non voglio questionare sulla professionalità di Giletti, bravissimo a fare la sua trasmissione. Ma, pagando il canone tv, da contributore della televisione pubblica certe cagnare non le voglio vedere: non possono appartenere al servizio pubblico. Non voglio finanziare in qualsiasi forma la disonestà intellettuale, la demagogia, la violenza verbale, la faciloneria, il pressappochismo, il disprezzo, la parola negata, la voglia di scandalo a tutti i costi, l’aizzare tutti contro tutti. Non mancano esempi di questa brutta televisione: ma quando si tratta di televisione pagata anche dai cittadini, esigo – lo ripeto, esigo – che quelle che si autoproclamano trasmissioni di approfondimento non facciano campagne costruite a pescare a mani basse nel malcontento, ma espongano i fatti in modo obiettivo, completo. Pacato, magari: la buona creanza non passa mai di moda. La tv pubblica non è il mercato del pesce, dove ogni venditore urla ai quattro venti la bontà della sua mercanzia: deve essere il luogo in cui tutte le opinioni e le posizioni trovano posto e dignità, portando i pro e i contro e lasciando che gli ascoltatori si facciano la propria opinione. Le tesi precostituite e urlate no, Giletti. Non con i miei soldi.

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2 thoughts on “Non con i miei soldi, Giletti

  1. Guglielmo Romano ha detto:

    Caro Alfredo, parole sante. Non pago il canone per rendermi correo di lapidazioni pubbliche.

  2. In una trasmissione del genere ci siamo pure stati, nella poco invidiabile posizione del capro espiatorio. Ma di Giletti, e di questa tv trash, i politici si sono accorti solo adesso, perchè ha avuto il torto di attaccare un politico e il suo vitalizio. Finchè attaccava i dirigenti pubblici, andava tutto bene. Ma Giletti, Paragone & C, con il coretto dei vari Sgarbi, danno vita a un’Italia cialtrona che viene convinta di star male solo perchè è governata male, derubata. Il capro espiatorio paga per tutti, e monda dei loro peccati gli spettatori del sacrificio, che così si rifanno una verginità.

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