Anno nuovo, solita minestra sulla P.A.

Il 2014 si è chiuso con un impressionante crescendo di polemiche sugli “statali”, che ormai, per accettata vulgata popolare, inglobano tutti i tre milioni e rotti di lavoratori pubblici, di cui quasi un milione nella scuola (così, per ricordarcelo): tema fondamentale attorno cui si gioca il destino del Paese è ancora una volta la licenziabilità del lavoratore pubblico, per definizione privilegiato. Ecco, quindi, l’incredibile discussione sull’estensione delle norme del jobs act agli statali (sic!) e il formidabile passo falso di vigili e netturbini assenteisti nella notte di Capodanno, deflagrante a prescindere dai numeri (rimando su questo ad un interessante post su “Piovono Rane”). Ancora una volta, un po’ di chiarezza serve. Non per retroguardia o masochistica voglia di proteggere chi non compie il proprio dovere, il peggior nemico del lavoratore, pubblico o privato che sia. Ma esclusivamente per tentare di ricondurre sui binari del buon senso la solita, insopportabile deriva populista della caccia alle streghe quando si parla di pubblico. Una prima, indispensabile riflessione interessa tutti, ma proprio tutti: se sul settore pubblico pesano tante inefficienze (e ce ne sono, signora mia!) il principale motivo è la lunga e sfacciata serie di infornate di personale senza adeguata selezione fatta in quarant’anni di spadroneggiamento della classe politica (di destra, centro e sinistra) per procacciarsi voti. Ministeri, enti, partecipate, enti locali: tutto ha fatto brodo per creare consenso con una raccomandazione, una leggina ad hoc, una stabilizzazione, una progressione economica. E di questo, signore e signori, siete responsabili voi in prima istanza (me incluso, naturalmente) che avete votato turandovi il naso e coprendovi gli occhi. Si tuona indignati ma si chiede sussurrando.

Detto questo, partiamo dalla banale constatazione che chi non lavora, o lavora poco, o lavora male va sanzionato. Accade nel settore privato, vale anche per il pubblico. Anzi, lì pesa maggiormente perché il dipendente pubblico è pagato con i soldi dei contribuenti. Sono convinto che in buona parte il tema sia prevalentemente di tipo esperenziale: a fronte di un sistema che sostanzialmente regge (vedi la sanità, che nel suo insieme fornisce ottimi servizi a livello universale), anche una manciata di episodi di mala amministrazione pesano come macigni e scatenano – legittimamente – la rabbia dei cittadini. I furbetti che timbrano per altri assenti, le malattie ad orologeria, il tirar via sono comportamenti inaccettabili e fanno infuriare, anche se compiuti da una fisiologica minoranza. E questa rabbia, è bene ricordarlo, ormai cresce al crescere della crisi e sarebbe compito di classi dirigenti consapevoli gestire invece di eccitare. E’ impopolare dirlo, ma il coro “tutti a casa” è uno slogan da stadio che si scontra con le garanzie per i lavoratori e con la necessaria gradualità delle sanzioni a fronte di comportamenti scorretti che vanno provati e pesati. Si può licenziare un lavoratore pubblico, allora? Sì, certamente. Lo ripeto: sì. E per una cospicua rosa di motivi. Accade? Raramente. E per due ragioni. La prima, banale: poiché il licenziamento è l’extrema ratio della scala delle sanzioni a fronte di comportamenti reiterati o particolarmente gravi, può accadere che il lavoratore si rimetta in riga dopo le prime sanzioni più lievi. La seconda: i dirigenti sanzionano generalmente poco, un po’ per malsana solidarietà, un po’ per non impelagarsi in lunghi – necessariamente lunghi – procedimenti per i quali pensano di non aver tempo.

Senza entrare in tecnicisimi, che affronta con impeccabile analisi Luigi Oliveri, mi sembra che il nodo della tempesta mediatica dell’inizio 2015 sia davvero da sciogliersi nel più classico dei bicchieri d’acqua. C’è un cortocircuito delle intelligenze per il quale una struttura – in questo caso pubblica – cresce e offre migliori servizi se si licenziano i lavoratori. A questa follia organizzativa rispondo che intanto si pensi a reclutare con severità per il pubblico, restituendo al lavoratore pubblico la dignità di servire la collettività. E se questa rivoluzione copernicana potrebbe vedere i suoi effetti in una decina d’anni almeno, cominciamo a fare valutazione seria, mettendo da parte tutta quella ormai inutile sovrastruttura di obiettivi concordati tra politici e burocrati ma puntando sulla efficienza ed efficacia delle strutture che i dirigenti sono chiamati a dirigere. Noi burocrati non vendiamo polizze, non miriamo a surplus per i quali ci aspettano e ci aspettiamo premi favolosi. Anzi, non servono premi. Dirigenti e funzionari hanno compiti che la legge e il vertice politico indicano, e che devono raggiungere nel miglior modo possibile: ai dirigenti spetta assicurare che le cose vengano fatte grazie alla gestione di risorse umane e finanziarie, rispettando regole e ascoltando i cittadini ed i loro bisogni. Purtroppo una certa politica (in questo assecondata da una certa burocrazia) ha posto in secondo piano la cura e la crescita del capitale umano, vero motore della P.A., agendo solo attraverso il blocco delle assunzioni a tempo indeterminato in chiave di risparmio, trovandosi per le mani un’amministrazione sempre più vecchia e macilenta, lenta e farraginosa, ricorrendo a contratti a termine e ad esternalizzazioni, generando precariato e, inevitabilmente, stabilizzazioni senza concorso: peszo la topa del buso, insomma. E allora, per chiudere. Sanzioni a chi non fa il proprio dovere, ricordando che il pesce puzza dalla testa: il dirigente è il primo responsabile, con la – gravosa – responsabilità di attivare tutti gli strumenti a sua disposizione per ripristinare il corretto funzionamento della macchina. Ricordando, tuttavia, che il suo compito primario è gestire la fisiologia, motivando, stimolando, creando: la parte del poliziotto è quella patologica. Come patologia va considerata tutta quella rosa di comportamenti illegittimi o illeciti che vanno perseguiti dagli uffici e dalla magistratura con severità e serenità, senza chiacchiere e senza fanfare mediatiche. Un collega ha ricordato su Twitter che i militari che hanno salvato più di quattrocento vite umane dalla Norman Atlantic sono a tutti gli effetti dipendenti statali: è uno dei motivi per i quali vorrei che lo sforzo propositivo del Governo si concentrasse sulla crescita della qualità della più grande organizzazione del Paese, in tutte le sue forme. La Costituzione è limpida nella sua semplicità: i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione (art. 98, Cost.). Questo impone una specialità del lavoratore pubblico, la cui tutela è direttamente legata alla imparzialità della sua azione a tutela dei diritti di tutti. Ma pone, altresì, un onere del tutto particolare, che produce responsabilità contabili, amministrative, disciplinari e, naturalmente, penali. Le regole ci sono, signori. Usiamole a vantaggio di tutti. Ma pensiamo prima a rendere la P.A. leva di sviluppo per il Paese, non un inutile peso di cui disfarsi.

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2 thoughts on “Anno nuovo, solita minestra sulla P.A.

  1. eDue ha detto:

    “la parte del poliziotto è la quella patologica.” Forse c’è in “la” di troppo.

  2. Alfredo Ferrante ha detto:

    Corretto, grazie! 👍

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