Tre consigli per rottamare i Mondi di Mezzo nella P.A.

E siamo al punto di partenza: corruzione e malaffare, con inquietanti intrecci fra criminalità, politica e burocrazia, sono di nuovo l’argomento del giorno. Le notizie su Mafia Capitale, tuttavia, gettano ombre pesanti non tanto sulle singole persone, le cui oggettive responsabilità sono tutte da accertare, ma sull’effettivo funzionamento di una impalcatura legislativa ed amministrativa contro la corruzione. Lo spaccato che esce dalle indagini ci rivela, purtroppo senza grosse sorprese, che siamo di fronte ad un problema di sistema che, oltre a preoccupare per lo strapotere di certa criminalità, rivela la drammatica debolezza di pezzi dello Stato e della società civile. Sbaglia chi declassa questa brutta storia a problema romano: è solo lo specchio dell’Italia. Fa bene Raffaele Cantone, Presidente dell’Anticorruzione, a invitare tutti a mantenere la calma e a non reagire sulla base dell’emotività, rifiutando facili generalizzazioni. Tuttavia, servirebbe ricostruire la tenuta civile di una società intera, nella quale siamo da un lato pronti a denunciare le malversazioni di politici, burocrati ed imprenditori ma, dall’altro, non esitiamo ad accettare una raccomandazione, una spintarella, un aiutino. Inutile cercare santi: è davvero illusorio aspirare ad una politica di puri ideali, ad una imprenditoria illuminata, ad un apparato amministrativo da orologio svizzero. Possiamo urlare a squarciagola come certo movimentismo, e fare un po’ di populismo di maniera, ma non cambieremmo la realtà delle cose.

Occorre, invece, lavorare sulle regole di sistema, migliorando la tenuta complessiva della comunità, che si regge proprio su quei pilastri che sembrano vacillare. Si regge sulla politica che contempera ambizione personale e ricerca del bene comune, sulle aziende che fanno profitto rispettando le leggi, sugli apparati burocratici che nel fare il loro dovere non si asserviscono alla politica o, peggio, ad altri interessi. Perché è bene ricordare che noi romani, noi Italiani, non possiamo permetterci di gettar via il bambino con l’acqua sporca. Il rischio è di precipitare sempre più nel vortice del rifiuto generalizzato alla partecipazione pubblica, lasciando – definitivamente – la cosa di tutti nelle mani di chi ha interesse a manovrarla per fini personali e criminali. Ma come si ricostruisce una casa comune? Intanto prendendosi ognuno le proprie responsabilità per intero, senza sconti e scaricabarile sul vicino di cordata. Cominci la politica, certamente, mettendo fine a quei comportamenti che, perseguibili o meno, corrodono il vivere civile. Siano gli imprenditori onesti i primi a rifiutare e denunciare comportamenti illegittimi e fraudolenti. E siano gli amministratori pubblici a tenere sempre la schiena dritta, dicendo quei no che costano ma che sono indispensabili. Eppure non basta ancora. Non è sufficiente affidarsi all’onestà e alla buona volontà dei singoli, pure preziosa. Si devono creare quelle condizioni per le quali l’illecito non sia conveniente. Basterebbe rifarsi alle tante sollecitazioni delle istituzioni internazionali, ONU in testa, introducendo, ad esempio, meccanismi di tutela e di anonimato per chi fa soffiate dall’interno (il cosiddetto whistleblowing). Ma, aldilà di questo, ci sono altre leve, nel legame politica-amministrazione, su cui lavorare.

La prima: rendere forte, capace e autonoma la classe dirigente amministrativo-burocratica di questo Paese. Reclutare e formare per la dirigenza pubblica giovani con voglia di fare attorno a valori comuni, moderni e repubblicani è la base irrinunciabile per ricominciare. Tuttavia, ogni Governo tentenna sul ruolo da dare alla Scuola Nazionale dell’Amministrazione la quale, pure tra mille difficoltà, in quindici anni ha sfornato un corpo di circa cinquecento dirigenti, quasi una anomalia nella storia amministrativa italiana. Non nascondiamoci dietro un dito: se ci sono tanti, tantissimi servitori dello Stato preparati e consapevoli della loro missione istituzionale, per tanti la domanda sorge spontanea, per citare un noto motto: “Ma chi te lo ha fatto vincere un concorso pubblico?“. La vicenda relativa al concorso di Roma Capitale, in cui dalle intercettazioni emergerebbe che un dirigente pubblico, membro di una Commissione di Concorso, si sarebbe “adoperato” per una facile promozione, merita tutto il nostro sdegno. E ancora, per citare un lapidario Sabino Cassese: “Troppi posti amministrativi sono coperti da persone scelte senza concorso, non per il loro merito, ma per «meriti politici». Costoro non si sono guadagnati il posto con le loro forze, ma l’hanno avuto grazie ad appoggi di partito o di fazione. Quando chiamati, debbono «contraccambiare» il favore reso loro da quel sottobosco di vassalli che si nasconde sotto il manto della buona politica”. Banale, ma indigeribile da certa politica che, invece, aumenta i posti di nomina fiduciaria proprio negli enti locali.

La seconda leva è sulle leggi: i fatti ci dicono che tutto quel complesso di norme, decreti legislativi, decreti ministeriali, circolari e atti di indirizzo che dal 2009 in poi hanno inondato le scrivanie dei dirigenti pubblici in materia di performance, trasparenza e lotta alla corruzione non hanno funzionato come dovevano. La nuova ondata di innovazione e apertura della macchina pubblica avrebbe dovuto fare una rivoluzione: è diventata, immancabilmente, adempimento, peraltro oneroso in termini di tempo, costi ed energie. Come rileva Luigi Oliveri, la legge 190 del 2012 contro la corruzione “nella sua prima parte, quella dedicata alla prevenzione di tipo amministrativo della corruzione, non dedica nemmeno una virgola agli organi politici e prende in considerazione solo i dipendenti pubblici. Come se i corrotti fossero o possano essere solo questi”: qualche domanda vogliamo porcela? D’altronde, continuiamo a bearci del miraggio che una norma di legge faccia di per sé scattare una modifica della realtà che ci circonda: è un equivoco che drammaticamente accomuna tanta politica e tanta pubblica amministrazione, aggravato dalla illusione per la quale, approvata quella tal legge o firmato quel tal atto, abbiamo fatto il nostro dovere, la palla passa a qualcun altro. Quante volte, poi, ci siamo stracciati le vesti contro l’eccesso di leggi in Italia, che non fa altro che dare agio all’elusione dei soliti furbi? Non si sfugge, ad ogni problema si porta la medesima, schizofrenica soluzione: una nuova legge. Se poi tutto crolla, la via maestra è quella di affidarci al potere taumaturgico dei giudici, chiamati a salvare la Patria sia con la toga che senza. Stato di emergenza o prassi quotidiana, siamo ormai persuasi che affidare un incarico ad un magistrato risolva d’incanto i problemi. Alla bulimia normativa si aggiunge una vera e propria abdicazione dello Stato-Istituzione e dello Stato-Apparato ai propri doveri costituzionali.

E siamo alla terza leva: senza una vera ed efficace trasparenza non otterremo mai risultati concreti in termini di lotta alla corruzione ed efficacia dell’azione pubblica, che sono inscindibilmente legate. Mettere in grado i cittadini di esercitare un controllo diffuso, maturo e consapevole sui comportamenti di chiunque abbia responsabilità pubbliche è il primo antidoto al malaffare: assoluta trasparenza dei finanziamenti alla politica, controllo serrato sulla concludenza dei comportamenti, politiche pubbliche chiare e misurabili, con individuazione del chi, del cosa e del come. Siamo, purtroppo, ancora nella fase neonatale. Sinora ci siamo baloccati con lo stipendio dei burocrati o con l’annuncio ed i primi timidi passi della stagione della trasparenza 2.0, ma in un Paese dove ancora il 41,7% delle famiglie dichiara di non possedere l’accesso a internet perché non ha le competenze per utilizzarlo, diventa davvero difficile parlare di trasparenza assoluta. Se, tuttavia, aprire tutti i cassetti è un imperativo,la trasparenza, quella vera, è uno strumento potente: difficile da mettere in piedi, ancora più difficile da maneggiare da parte dei cittadini. Perché solo quando saremo in grado di passare dal controllo fine a sé stesso all’utilizzo della trasparenza per compartecipare alle scelte pubbliche e contribuire alla costruzione delle politiche avremo compreso che la trasparenza non è un fine: è un mezzo per compiere scelte consapevoli e mirate, esercitando una cittadinanza attiva che alimenti la vita democratica di un Paese. Perché mettere una scheda in un’urna una volta ogni cinque anni e poi farsi gli affaracci propri non è essere cittadini: è essere complici.

Pubblicato (tranne qualche aggiornamento) su Formiche.net

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