Quel suicidio archiviato nella memoria

Sono passati esattamente due mesi da quando Dario, un giovane collega, dirigente presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, si toglieva la vita impiccandosi nel suo ufficio. Ricordo le telefonate e i messaggi quella sera ed il giorno dopo all’interno della comunità romana dei palazzi dei ministeri, cercando di capire, di sapere. E lo shock muto, incredulo. Quel suicidio ha guadagnato qualche trafiletto ed è poi sparito, quasi archiviato nella memoria collettiva, dimenticato. Eppure qualche domanda va posta. Non voglio né posso neppure tentare di entrare nei perché di quel gesto: posso però dire che vorrei capire. Capire, ad esempio, perché sia accaduto proprio in ufficio, cosa che potrebbe avere tutta l’aria di un segnale. Capire se, oltre ad insondabili e personalissimi motivi, possano esserci state delle situazioni di criticità di natura professionale e se qualche elemento legato alla quotidianità del luogo di lavoro possa avere in qualche modo contribuito a quella tragedia. Non intendo, certamente, trovare colpevoli che non esistono. Va però ricordato – sarà impopolare ma non mi importa – che fare il dirigente pubblico, checché tanti soloni possano pensare o pontificare, non è una passeggiata e chiunque faccia questo mestiere sa bene come ci siano momenti in cui ci si sente sovrastati da mille responsabilità, impegni, urgenze. Sa bene di come ci si porti spesso il lavoro a casa e che, al contempo, il clima nel Paese non ci pone esattamente al primo posto della lista dei simpatici. Ed allora quando si parla di clima e benessere organizzativo sul luogo di lavoro non ci si può limitare ad enunciare qualche bel principio: occorre lavorare, indagare, capire. Magari per evitare che possibili condizioni di stress o di tensione possano ripresentarsi. Probabilmente queste domande qualcuno se le è poste. E magari sono state fatte delle riflessioni e delle considerazioni, sulla base delle quali sono state prese o verranno prese, se del caso, iniziative preventive (per quanto umanamente possibile) a contrasto di ogni forma di criticità organizzativa. Il punto è che non lo sappiamo. E un minimo di chiarezza credo sia dovuta non solo alla memoria di Dario, ma alla comunità dei lavoratori pubblici.

Pubblicato su Linkiesta

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