Chiamiamolo Pinuccio, se suona meglio

Va sempre a finire così. Quando leggo le proposte del Governo in materia di riforma della pubblica amministrazione, mi trovo sostanzialmente d’accordo su diverse cose. Anche molte, ad essere onesto. E poi arriva puntualmente il rospo indigeribile per il quale non è possibile tacere. Sarò gufo, rosicone o quello che rema contro, ma anche l’intervista al Corsera di Angelo Rughetti, sottosegretario a Funzione Pubblica, non fa eccezione. Vi rimando al testo completo, ma c’è un passaggio che segna davvero uno spartiacque. Antonella Baccàro del Corsera chiede: “Quando sarà licenziabile un dirigente?“. E la risposta: “Non parlerei di licenziamento: dopo 2 anni se non avrà ricevuto nessun incarico dalla commissione, perché lo Stato dovrebbe ancora pagarlo?“. Ora, inutile entrare nei tecnicismi di quanto prevede il disegno di legge delega approvato qualche giorno fa e di cui ancora non si conosce ufficialmente il testo. Il punto è il seguente: si propone di filtrare l’affidamento dell’incarico da parte del Ministro (per i dirgenti apicali) e da parte del Direttore Generale (per i dirigenti capi di uffici) attraverso la scrematura che una Commissione dovrà fare delle candidature. Si prospetta, come presupposto, che tutti i dirigenti pubblici confluiscano in un grande calderone, il cosiddetto ruolo unico (bene!) per favorire mobilità e possibilità di candidarsi alle posizioni libere in qualsiasi angolo della PA (ottimo!). Ma se un incarico non arriva (e perchè non dovrebbe arrivare, ci sarebbe da chiedersi), la prospettiva per il dirigente è l’espulsione dal ruolo unico. Ciliegina sulla torta? Sereni e tranquilli i dirigenti in quota fiduciaria chiamati dalla politica. Tante, tantissime considerazioni da fare, per le quali valga per tutte il definitivo articolo di Luigi Olivieri. Qui una sola, amara constatazione: possiamo chiamarlo anche Pinuccio, se pensiamo suoni meglio, ma se al mancato incarico segue una pacca sulla spalla e un’uscita dall’Amministrazione, a casa mia sempre di licenziamento si tratta. Basta decidersi, in fondo: vogliamo una dirigenza precaria perchè così oggi vuole il popolo? Accomodatevi. Ma molti di noi non smetteranno per questo di dire che è profondamente sbagliato. Non per l’individuo che se ne va a casa, in nome di una perversa ideologia post-pauperista per la quale tutti devono star peggio: per la collettività, che non potrà più contare sulla imparzialità dell’azione amministrativa. Perchè ci sia Tizio o Caio a dirigere un ufficio, ci deve stare perchè ha vinto un concorso e perchè ha la serenità di prendere decisioni anche difficili, le stesse chiunque abbia di fronte. Se togliamo questo e lo mettiamo sotto scacco del politico di turno, tutto salta. Il resto, come si usa dire, è fuffa.

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