Tanto peggio, tanto meglio

Sono un avido lettore degli editoriali di Michele Ainis, soprattutto perché ha a mio modo di vedere la capacità di spiegare con parole semplici questioni complesse, e per questo lo invidio molto. E lo invidio soprattutto oggi per il pezzo che trovate rebloggato qui sotto per come affronta il tema del pauperismo a tutti i costi, che parte da lontano e che è stata – anche – una delle basi su cui costruire una certa campagna contro i dirigenti pubblici. Che invidia: avrei voluto scriverlo io un articolo così.

Ogni stagione della storia genera uno spiritello che le soffia nell’orecchio. Si chiama Zeitgeist, lo spirito dei tempi. Ma nel nostro tempo è una creatura secca e allampanata come uno spaventapasseri, come la dottrina che propaga a destra e a manca: il pauperismo. Significa che la povertà non è più una sciagura, bensì un modello, un esempio, un ideale. Se negli anni Ottanta Deng Xiaoping cambiò la Cina con il messaggio opposto (Arricchitevi!),se negli anni Novanta in Italia Berlusconi celebrò le sue fortune promettendo a tutti la fortuna, ora uno stigma sociale perseguita chiunque abbia un ruolo pubblico o privato, e dunque un portafoglio senza buchi. Da qui la nuova frattura che divide gli italiani: da un lato, il cittadino sospetto; dall’altro, il cittadino perfetto (povero, e ancora meglio se nullatenente). Le prove? Basta accendere in un’ora qualunque la tv, dove ogni dibattito si trasforma in un alterco, ogni alterco erutta una domanda: «E tu, quanto guadagni? Troppo, allora zitto, non hai diritto di parola». O altrimenti basta tendere l’orecchio nelle strade. L’unica eccezione investe la gente di spettacolo: cantanti, calciatori, anchor men, soubrette, piloti, attori. Sicché lo stesso benpensante che non perdona al segretario comunale i suoi 3 mila euro in busta paga, è pronto a maledire il presidente della squadra per cui tifa, se lascia scappare il centravanti anziché accordargli un ingaggio di almeno 3 milioni.

In questo clima c’entrano assai poco i teorici della decrescita felice: Georgescu-Roegen, Latouche, Pallante. Intanto, le loro idee girano presso un pubblico ristretto. E soprattutto il desiderio dominante – qui e oggi – non è la (mia) felicità, bensì la (tua) infelicità. Non un sentimento ma un risentimento, un rancore collettivo. Come se anni di crisi economica e morale ci avessero lasciato in dote una cifra di disperazione, l’incapacità di volgere lo sguardo sul futuro, d’immaginarlo più propizio. E allora l’unico risarcimento consiste nel tirare dentro gli altri, tutti gli altri, nella miseria che inghiotte il nostro orizzonte esistenziale.

Infine questo malumore si trasforma in energia politica, in un vento che soffia sulle urne. Destinatario e interprete ufficiale: il Movimento 5 Stelle. Dove uno vale uno, ed è un’idea potente, il paradiso dell’eguaglianza nella terra più diseguale di tutto l’Occidente, dopo il Regno Unito e gli Usa. Ma quell’eguaglianza declina verso il basso, verso l’appiattimento dei destini individuali, e allora il paradiso diviene la porta dell’inferno. Un inferno sempre più affollato, perché ormai ciascun partito ambisce al ruolo di Caronte. Chi in nome dell’antica avversione dei cattolici nei riguardi del denaro («lo sterco del diavolo»), chi attraverso un’eco lontana del marxismo. Anche il presidente del Consiglio, sì: pure lui. Non per nulla ha esordito facendo dimagrire gli stipendi pubblici più alti, senza tuttavia sfilare ai grillini un solo voto. Nessuno può riuscirci: se il modello è questo, meglio l’originale della copia.

Dunque fermiamoci, finché siamo ancora in tempo. Certo, alcuni dirigenti si erano trasformati in dirigibili, gonfi d’oro anziché d’aria. Ma in primo luogo ogni correzione dovrebbe rispettare il principio di proporzionalità, elaborato sin dalla giurisprudenza prussiana di fine Ottocento: oggi Scilipoti guadagna più di un giudice costituzionale, e questo non va bene. In secondo luogo, se abbassi troppo le retribuzioni alzi le corruzioni; accadde già durante Tangentopoli, ammesso che sia mai finita. In terzo luogo, uno Stato debole, dove trovano alloggio soltanto le professionalità senza mercato, non saprà più opporre una trincea contro i poteri forti.

Da un malinteso ideale di giustizia deriva quindi la massima ingiustizia, ecco la lezione. E dall’ideologia del pauperismo sgorga un veleno che può uccidere le stesse istituzioni democratiche. Perché non c’è democrazia senza ceto medio, come ci ha spiegato in lungo e in largo Amartya Sen. C’è soltanto l’America Latina, con i poveri nelle favelas, i ricchi blindati nei propri quartieri, e un Caudillo che regna incontrastato. O sbagliava Sen, o stiamo sbagliando tutto noi italiani.

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