I tre presupposti per fare davvero sul serio sulla PA

La conferenza stampa del Presidente del Consiglio e della ministra Madia sulla riforma della PA di qualche tempo fa ha avuto sicuramente un merito, ovvero quello di aver messo finalmente un punto ad una sorta di giochino poliziotto buono-poliziotto cattivo che aveva creato malcontento e irritazione. Fino ad allora, infatti, l’Italia aveva assistito ad una sorta di baruffa chiozzotta permanente sulla pubblica amministrazione: da una parte, la ministra per l’Innovazione e la PA che illustrava le sue linee programmatiche al Parlamento, con idee e proposte di buon senso; dall’altra, uscite assai discutibili del Premier su palude, ruspe e burocrati e dirigenti colpevoli d’ogni male. A leggere la lettera che Renzi e Madia scrivono ai dipendenti pubblici, dal titolo “Vogliamo fare sul serio” (qui sotto la versione in Wordle), il fatto che “non si fanno le riforme della Pubblica Amministrazione insultando i dipendenti pubblici” sembra allora preludere ad un cambio di passo nell’approccio tenuto dal Governo sulla questione. Frenata dettata da avveduti consigli di qualche eminenza grigia o dall’imminenza della tornata elettorale non importa: è ora dovere di chi sta sul pezzo, dirigenti in primo luogo, discutere seriamente delle proposte sul tappeto, molto dense, che investono moltissimi aspetti rilevanti del funzionamento della macchina dello Stato. Come Associazione dei dirigenti e manager ex allievi della Scuola Nazionale della P.A. ne parleremo al Forum PA di quest’anno, ma ci sono tre aspetti sui quali vorrei fare qualche osservazione utile a questo mese o poco più di consultazione pubblica.

La prima. Nessuno si tiri indietro: nessun giustificazionismo ma presa di responsabilità comune. Inutile dire che nella PA tutto vada bene: non è così. Ma se è finalmente arrivato il momento di lasciare stare certe prove muscolari, a tutti i pezzi della società italiana è richiesto un contributo di serietà. La PA non può che essere di tutti e a tutti deve interessare una amministrazione efficiente, trasparente, fatta di persone che siano messe in grado di lavorare per bisogni sempre più numerosi e sempre più complessi. Allora se ai lavoratori pubblici, pagati dal denaro pubblico, è richiesto un sereno esame di coscienza, spetta alla politica, all’impresa e al giornalismo fare lo stesso. Se non si firma una tregua che ponga la parola fine al clima da tutti contro tutti e permetta un ragionamento di lunga lena non andremo da nessuna parte. La seconda. Bene fa il Governo ad aprire una consultazione pubblica, al netto di qualche peccatuccio para-populista (rivoluzione@governo.it?). Tuttavia, la gestione di questo processo deve essere improntata alla massima trasparenza e assunzione di impegni. Ogni cittadino ha il dovere di dire la sua, così come le associazioni della dirigenza e i sindacati, ma è importante che il Governo sia pronto ad ascoltare e che siano messe a disposizione informazioni corrette e intellegibili. Non mi stanco mai di richiamare il dossier che come AllieviSSPA abbiamo messo a punto sui falsi miti della PA (l’ormai famigerato decalogo “Signora mia”) perché è utile per capire che i luoghi comuni ammazzano la comprensione delle dinamiche pubbliche e spianano la strada al pregiudizio e, in molti casi, all’odio sociale. Il caso dei numeri sparati dell’OCSE è e resta un esempio lampante di come possono essere usati male i dati. Non ne abbiamo bisogno: la partecipazione sia vera e fatta di mutuo ascolto, con posizioni di reciproco spirito collaborativo.

La terza, forse la più importante. Non mi è mai piaciuta la cornice emotiva costruita attorno al dossier dirigenza pubblica, messa su mattoncino dopo mattonicino da più di un anno, ormai: paperoni, vecchi, corrotti, incapaci, col deretano incollato alla sedia. Basta ora. Tuttavia, il tema del rinnovamento della dirigenza esiste e un corpus di donne e uomini che gestiscano le leve dell’azione amministrativa con la massima competenza ed efficienza è centrale per la ripartenza del Paese. Ecco perché l’auspicio della ministra Madia di far passare il 100% della dirigenza attraverso la Scuola Nazionale dell’Amministrazione segna un punto fondamentale della riforma: come “prodotti” viventi di quel sistema, per noi ex allievi della SNA è l’approdo di una lunga battaglia. Tuttavia due cose vanno letteralmente inchiavardate su quell’asse: basta con i dirigenti nominati dalla politica che devono render conto al referente di turno (il caso Expo vi dice nulla?) e si crei un vero mercato pubblico delle competenze, su base competitiva, per fare emergere il merito, facendo sì che la persona giusta approdi al posto giusto, senza fossilizzarsi nella medesima posizione. Attenzione però: se questa è la ratio del riscoperto ruolo unico, esso deve servire a fare bene e meglio e non a far fuori chi per qualsivoglia motivo non riceve un incarico. L’incarico per il dirigente vincitore di concorso sia garantito e lo si faccia lavorare al meglio, valutando seriamente obiettivi e azione. Perché il vero scandalo non è che un dirigente abbia le dovute garanzie per operare senza ricatti della politica: è che a tanti, troppi lavoratori inchiodati alla precarietà non sia garantita la stabilità minima per costruirsi un futuro e una famiglia. O giochiamo al tanto peggio, tanto meglio? Io non ci sto.

Pubblicato su Linkiesta

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2 thoughts on “I tre presupposti per fare davvero sul serio sulla PA

  1. […] amministrazioni pubbliche. Non pochi gli aspetti potenzialmente critici su cui ho avuto modo di esprimermi in diverse occasioni, e che possono essere riassunti nel rischio della precarizzazione della […]

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