Men in black: facciamo un minimo di chiarezza

Dirigenti, manager, apicali, direttori, grand commis di Stato: chiamateli come volete, ma sono al primo punto nell’agenda politica del Governo di Matteo Renzi. E se la confusione è grande sotto il sole, non importa: oggi sono “quelli là” i nemici pubblici numeri uno del Paese. Bene, facciamo però un passo indietro. Ricordate la campagna anti-fannulloni dell’allora Ministro Brunetta? Non molti anni fa, sulla scorta del celeberrimo libello di Pietro Ichino, il male d’Italia erano gli impiegati nullafacenti, i poliziotti panzoni, il pubblico inefficiente. Non che delle ragioni non ci fossero, ma la virulenza di quella campagna ha fomentato una nuova forma di odio sociale, mettendo contro lavoratori privati contro lavoratori pubblici, precari contro garantiti (o spacciati come tali), mentre i contratti pubblici erano bloccati e le diverse spending review facevano calare numero di dipendenti e dirigenti pubblici. E poi? Improvvisamente, proprio mentre crescono gli scandali della politica, soprattutto a livello regionale, la denuncia si sposta verso i dirigenti pubblici, gli uomini in nero, i men in black, i Paperoni del pubblico, i burocrati che fanno e disfano nell’ombra dei ministeri romani. Perché? Questa è una buona domanda: la neo ministra della pubblica amministrazione Marianna Madia dichiara semplicemente che “Va affrontata una riforma partendo non da quanto ha detto Brunetta, che i funzionari sono fannulloni, ma al contrario del ruolo dei dirigenti”. Ancora, perché?

Proviamo a capirci qualcosa di questo ginepraio. Di chi stiamo parlando, innanzitutto? Chi sono i dirigenti pubblici? In soldoni, un dirigente pubblico è chi, in possesso di laurea, a) ha vinto un concorso pubblico, b) non dipende direttamente dalla politica per il mantenimento del suo posto e c) lavora in una delle amministrazioni pubbliche individuate dalla legge (ministeri, enti pubblici, regioni, province, comuni). Ecco perché mettere a confronto questa specifica figura con i manager delle aziende pubbliche (Trenitalia, Poste, Terna,..) o della giungla di partecipate a tutti i livelli ha davvero poco senso: non solo perché le retribuzioni sono totalmente diverse, ma perché in questi casi la selezione avviene direttamente (o con una qualche forma di individuazione non concorsuale) da parte della politica. L’uscita di buon senso, seppure improvvida, di Mauro Moretti, AD di Ferrovie dello Stato, ha offerto un formidabile assist a chi ama gettare benzina sul fuoco: i dirigenti e manager pubblici guadagnano troppo, molto di più degli omologhi europei e fino a 12 volte il reddito pro capite del cittadino. E’ semplicemente immorale, si dice. E chi potrebbe non accodarsi ad un simile ragionamento? Le famiglie faticano ad arrivare alla fine del mese e c’è chi si porta a casa fino a 40.000 euro al mese grazie al padrino politico di turno? Purtroppo, le cose semplicemente non stanno così. Potrei argomentare che una cifra alta non mi scandalizza se parametrata ai risultati che un’azienda pubblica porta a casa in termini di numeri, vantaggi per i cittadini, posti di lavoro. Ma limitiamoci ai dirigenti pubblici “doc”: queste cifre esorbitanti, che vengono regolarmente riproposte dalla stampa, non esistono. A parte le critiche mosse alla costruzione di questi numeri, basta andare a guardare le retribuzioni in rete nelle sezioni “Amministrazione Trasparente” dei Ministeri per vedere che un dirigente di seconda fascia (il classico capufficio, per intenderci), percepisce mediamente uno stipendio di circa 3.000 euro al mese. Troppo? Troppo poco? Giusto? Voi che ne dite?

Ed ecco il punto. Impostare così un’analisi che voglia essere seria è sbagliato. Premesso che sfido chiunque a definirlo uno stipendio da Paperone, occorre capire cosa si fa, come lo si fa, in base a quali obiettivi e con quali risultati. E ancora: i risultati non sono il numero di bulloni sfornati dal rullo di produzione. Una pubblica amministrazione centrale lavora sulle politiche e fantasticare sui mezzemaniche che vanno di timbro e ciclostile dalle 8 alle 14 inchiodati alla scrivania è uno stereotipo che non ha riscontri nella realtà. In una società complessa come quella italiana i bisogni sono molteplici e le amministrazioni, che sono in rete con tutta una serie di attori pubblici e privati, si sono negli anni attrezzate per (tentare di) dare una risposta. Lo fanno bene? Spesso. A volte lo fanno male, per una moltitudine di motivi legati, innanzitutto, all’utilizzo spregiudicato che una certa politica ha fatto della PA nel corso della storia d’Italia: feudo di voti, ammortizzatore sociale, braccio armato. Una PA oggetto di una sempiterna riforma, mai soggetto. Eppure qualsiasi cittadino oggi può consultare on line i piani della performance dei ministeri, che dicono cosa è stato fatto, con quali risorse, con quali risultati. Farraginosi, certo. Complicati, non c’è dubbio. Ma così voluti da una normativa che, pur con tante buone intenzioni ha imposto una mole di adempimenti che gravano su uffici sui quali grava il blocco del turn over, la formazione è stata dimezzata, il personale cala drasticamente. E se nella P.A. occorre investire a lungo termine a vantaggio di tutti, il clima che si respira è invece quello in cui si alimenta la rabbia legittima dei cittadini stremati dalla crisi, che a tutti i costi vogliono dei responsabili. Attenzione, però. Attenzione a mettere lavoratori contro lavoratori, con l’assurda mira di far stare tutti peggio invece di cercare di far stare tutti un po’ meglio.Una società lacerata non è più comunità, e una politica spregiudicata che giochi d’azzardo rischia di far bloccare definitivamente la società Italiana, impantanandola in una pericolosa dinamica del tutti contro tutti.

Tutti assolti, allora? Affatto. Le Amministrazioni hanno tanti difetti, che molti fra gli stessi dirigenti e dipendenti da anni denunciano. Ci vuole più trasparenza, maggiore severità nel reclutamento e nella formazione del personale, servono strumenti più flessibili per reprimere i comportamenti illeciti (pochi, fortunatamente) e premiare quelli virtuosi, senza cadere nei luoghi comuni che possono essere efficaci nei dibattiti televisivi ma inutili nel lavoro di tutti i giorni. Occorre intervenire sulla giungla retributiva che investe ministeri, agenzie, enti, Presidenza del Consiglio, ancorando efficacemente gli stipendi a carichi di lavoro e effettivi e a risultati reali. Un quadro complesso, senza dubbio, che richiede una visione d’insieme drammaticamente carente nella politica traballante che mira al risultato di breve periodo che garantisca consenso e la rielezione. Oggi, quindi, tocca ai dirigenti: il pesce puzza dalla testa, si dice. Sono d’accordo, la figura del dirigente è una figura chiave nel gestire efficacemente risorse umane e mezzi finanziari: deve fare squadra ed è il responsabile dell’andamento della struttura che gli è affidata. Se c’è da rimboccarsi le maniche, i dirigenti pubblici devono essere i primi: non i soli, però. Servono (ancora) tagli? Siano equi, per il settore pubblico nel suo complesso, politica inclusa, e per il settore privato nel suo complesso. E non voglio più leggere nelle ormai celebri diapositive di Cottarelli che nel 2014 sono previsti 500 milioni di tagli ai dirigenti a fronte di soli 400 milioni per tutto il settore della politica. Serve mobilità? La politica abbatta i muri che da dieci anni circondano i ministeri istituendo nuovamente un ruolo unico della dirigenza che permetta scambi e merito. Soprattutto, non si persegua l’idea di precarizzare la dirigenza, sottoponendola ad uno spoils system generalizzato e rendendola dipendente dalla politica. Un dirigente ha tre punti di riferimento nella sua azione quotidiana: le direttive del politico, legittimato dal voto e dal Parlamento; le aspettative ed i bisogni dei cittadini; quel che stabiliscono, per tutti noi, la Costituzione e le leggi. Il risultato dell’azione pubblica è un combinato ponderato di questi tre fattori ed un dirigente deve essere capace di dar seguito in modo efficace alle direttive della politica, potendo e dovendo anche dire dei no, se necessario, suggerendo le vie migliori per percorrere quelle direttive. Ma se la dirigenza venisse sottoposta al placet della politica, e se da essa dipendesse per ottenere un posto, cosa accadrebbe? Il cittadino godrebbe di una tutela piena dei suoi diritti? Sarebbe garantita l’imparzialità dell’azione amministrativa? Val la pena arrivare  ad un confronto serio su questi aspetti? O la via più comoda è dare addosso ai maledetti men in black?

Pubblicato su Linkiesta

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2 thoughts on “Men in black: facciamo un minimo di chiarezza

  1. dora ha detto:

    Il 21 marzo, Fabrizio Barca, nel corso di una bella intervista fatta su La7 dalla Gruber nel corso di Otto e Mezzo, ha sostenuto con un ottimo argomentare e con chiaro eloquio le ragioni che qui esponi.
    Provo a copiare qui il link, se non funzione potrai rivedere la trasmissione al sito della 7.
    Mi chiedo però, sconsolatamente, a quante persone saranno giunte queste necessarie parole chiarificatrici.

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