Istruzioni per non perdere la madre di tutte le battaglie

Il nuovo presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha dichiarato che “la lotta alla burocrazia è la madre di tutte le battaglie”. Bella idea, ma cosa vuol dire esattamente? Su lavoce.info, Roberto Perotti ha messo il dito nella piaga di certe retribuzioni eccessive di cui beneficiano alti dirigenti pubblici e manager di Stato. Certo, una loro riduzione incontrerebbe l’immediato favore dell’opinione pubblica. Tuttavia, conseguire risparmi di spesa è un obiettivo minimo, e non adeguato all’ambizione di “cambiare l’Italia” che coltiva Renzi, il quale, per riuscire, dovrà ottenere che la pubblica amministrazione traduca, e celermente, le sue riforme in atti concreti.

Esiste una diffusa sensazione di impotenza della politica, che sente di non essere in grado di controllare la Pa. Di qui, atteggiamenti spesso denigratori (la campagna verso i “fannulloni”) o diffidenti, che di sicuro non creano un buon clima di lavoro. Riformare la “burocrazia” significa ripensare i rapporti tra il vertice politico e la sua struttura. Una efficace riforma della Pa dovrebbe avere semplici linee guida: un tetto per gli stipendi; accorciamento della catena di comando; distinzione tra politica e amministrazione, e tra amministrazione e giurisdizione; professionalizzazione della dirigenza, scelta con i criteri costituzionali del concorso e dell’imparzialità; esclusività degli incarichi; mobilità. In primo luogo, va rivista l’organizzazione della presidenza del Consiglio, che – invece di essere un’agile staff del premier – è una galassia di dipartimenti e ministri senza portafoglio, uffici di supporto, strutture di missione, comitati, commissioni e commissari straordinari, più la Scuola nazionale di amministrazione. Un kombinat che si occupa un po’ di tutto, dalle adozioni alla Tav, spesso duplicando le funzioni di altri ministeri. (1) Il nuovo premier potrebbe facilmente dimostrare le sue capacità di riforma iniziando a far pulizia in casa propria. Un altro settore d’intervento è certamente l’alta dirigenza. Qui il rinnovamento sarebbe semplicissimo: se i vertici dei ministeri non vengono riconfermati entro novanta giorni, decadono automaticamente per legge. Va poi affrontata l’incancrenita commistione tra politica, alta amministrazione e magistratura. Lungi dall’essere prigionieri dei loro capi di gabinetto, come vengono spesso dipinti, i ministri degli ultimi venti anni hanno fatto a gara per affidare a esponenti delle magistrature incarichi delicati, di gestione e di consulenza, e negli uffici legislativi. (2) In queste figure di magistrati-dirigenti-legislatori si è praticamente annullata la distinzione tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario, una causa non secondaria dell’eccesso di regolazione e del suo disordine. Andrebbe anche posto un freno, con una clausola di esclusiva, al collezionismo di lucrosi incarichi da parte di alcuni manager di Stato (di nomina politica, si noti bene), giunto, come ha evidenziato il “caso Mastrapasqua”, a livelli incredibili. Insomma, ognuno faccia il suo mestiere – e faccia solo quello.

Quanto alla commistione tra politica e amministrazione, la politica degli incarichi dirigenziali dirà molto sulla capacità innovativa del governo Renzi. Lo spoils system “all’italiana” – applicato finora – permette al politico di turno di affidare gli incarichi apicali senza alcun controllo e valutazione comparativa. Il fatto che la nomina dei dirigenti responsabili di importanti aziende dello Stato sia paragonata dalla stampa a una lotteria (il cosiddetto “totonomine”), che può beneficiare qualcuno piuttosto che qualcun altro senza ragioni apparenti, la dice lunga sull’opacità e arbitrarietà della procedura. Occorre dunque rendere contendibili i più alti incarichi della Pa, secondo metodi trasparenti e meritocratici. Come avverte il costituzionalista Michele Ainis: “i partiti (…) hanno divorato gli apparati burocratici, distruggendone l’imparzialità prescritta dall’articolo 97 della Carta, (…) pretendendo di scegliersi capi e sottocapi attraverso lo spoils system”, ma “il dirigente selezionato per meriti politici diventa giocoforza un politico lui stesso, acquista l’autorità per governare in luogo del governo, si sostituisce legittimamente al suo ministro”. (3) L’articolo 97 della Costituzione prevede il metodo del concorso pubblico per l’accesso agli incarichi. Se ne è data finora una interpretazione riduttiva, come se dovesse valere solo per le posizioni entry level. Perché dovrebbe essere un metodo buono per selezionare un bidello o un vigile urbano e non un direttore generale? Immaginiamo un sistema in cui le posizioni apicali della Pa siano coperte con procedure concorsuali, magari affidate a società di cacciatori di teste, e aperte su un piano di parità anche a non dipendenti pubblici. La legge Brunetta già prevedeva i concorsi per i direttori generali: che si aspetta ad attuarla? (4) La mobilità può essere infine conseguita rimuovendo i ruoli di amministrazione che da tempo bloccano i dirigenti nello stesso ministero, e imponendo una rotazione dopo alcuni anni nello stesso incarico.

Insomma, sono tutti risultati che si possono ottenere manovrando la leva legislativa e persino a legislazione invariata: se il nuovo governo vuole, può. Senza alibi.

Dario QUINTAVALLE e Alfredo FERRANTE
Pubblicato su lavoce.info

(1) Per esempio, c’è un dipartimento per le Politiche europee e pure una struttura di missione per la risoluzione delle procedure di infrazione Ue, quando al ministero degli Affari esteri è presente una direzione generale per l’Unione Europea.
(2) Alberto Alesina e Francesco Giavazzi “Purché si dica tutta la verità”, Il Corriere della Sera 21 febbraio 2014; Angelo Panebianco, “Il velocista e il pachiderma”,  Il Corriere della Sera 23 febbraio 2014
(3) Michele Ainis “La confusione e le inefficienze”,  Il Corriere della Sera, 19 luglio 2013
(4) Dlgs 30-3-2001 n. 165, art 28-bis “Accesso alla qualifica di dirigente della prima fascia”, introdotto con art. 47, comma 1, Dlgs 27 ottobre 2009, n. 150.

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