L’insostenibile leggerezza del MoVimento 5 Stelle

Gran parte delle recenti cronache politiche sono state dominate dalle gesta dei “Cittadini” a 5 Stelle eletti in Parlamento che, a loro dire, hanno solamente fatto opposizione come mai accaduto in passato. Sarà. Tuttavia, quanto accaduto rende opportuna una qualche riflessione sul MoVimento, che sarebbe troppo semplicistico, oltre che falso, bollare come parafascista. La premessa è d’obbligo: milioni di Italiani non decidono di votare per Grillo dalla sera alla mattina perché si alzano col piede sbagliato. Decidono di farlo, rendendo il Movimento 5 Stelle una delle tre principali forze politiche in Italia, perché sono stufi di un sistema politico-partitico che va per la propria strada e non vuole (o non può) dare le risposte che buona parte della pubblica opinione ritiene indispensabili per migliorare la situazione che vive tutti i giorni. Aggiungerei che le forze tradizionali hanno perso quella capacità di selezione del personale politico che, piena di storture quanto di vuole, avevano fino a qualche anno fa esercitato: la soluzione del M5S è dunque quella di saltare tutte le forme di selezione ormai squalificate e portare nei Comuni, nelle Regioni e in Parlamento i Cittadini che si sono auto-organizzati a dimostrazione che tutti possono e devono fare politica senza sottostare alle liturgie dei sacerdoti della partitocrazia. Messa in questi termini, difficile dar torto a Grillo & co.: la gente nelle istituzioni, il sogno di tutti i sinceri democratici.

La prova dei Cittadini in Parlamento, tuttavia, non mi sembra delle migliori e gli ultimi episodi sono la palese dimostrazione di un approccio sistematico (e semantico, aggiungo) che deve destare forti preoccupazioni. C’è molto di vero nella critica, pure per qualcuno strumentale, che si rivolge ai 5 Stelle quando li si accusa di dire no a prescindere: il loro leader e gli eletti hanno detto a più riprese che non possono e non vogliono fare accordi con chi, secondo loro, ha portato il Paese allo sfascio. La famosa sessione in streaming con Pierluigi Bersani ne resta la più evidente dimostrazione. La soluzione? Un anarchico #tuttiacasa, anche se non si capisce chi dovrebbe poi restare nelle istituzioni, come se il voto di altri milioni di Italiani valesse zero. Domina, cioè, nella visione grillina del mondo una semplificazione dei noiosi problemi della gestione della cosa pubblica, in questo, paradossalmente, ricalcando la vulgata berlusconiana e in netta opposizione con la stantìa iperproblematizzazione della sinistra, arrivata a parlare un linguaggio incomprensibile ai più. Ecco allora la soluzione: #vinciamonoi. Non state a sentire nessuno, tutti gli altri sbagliano o sono in malafede, i duri e puri siamo noi e ve lo diciamo sorridendo. Un sorriso che si trasforma, però, troppo spesso in un ringhio: “State qua perché sapete solo fare i pomp***” è stata l’oltraggiosa ingiuria rivolta ad alcune parlamentari del PD da parte di un Cittadino, il quale poi leggiadramente aggiunge che tanto lo pensano tutti e che parlava in generale, peggiorando, se possibile, la sua posizione. Anche il veemente alterco con Roberto Speranza scatenato da Alessando Di Battista ricalca questo schema: si abbaia nelle aule del Parlamento, negando qualsiasi dialogo, aldilà di ogni legittima e doverosa critica che deve sempre trovare piena cittadinanza nelle Camere. Questa “violenza casalinga”, basata sulla legittimazione della gente comune che li sostiene nella lotta là fuori, respinge in nuce la indispensabile dimensione di compromesso propria del Parlamento e dei luoghi di rappresentanza politica. Nel Parlamento si parla, pur sulla base di un confronto duro, e l’opposizione ha il dovere di fare tutto quel che le norme, la prassi – e, aggiungo, quella cosa che si chiama buona creanza – consentono per affermare i propri principi: dopodiché saranno i cittadini a decidere.

Non voglio per principio dare addosso a tutti coloro che in buona fede e con voglia di rimboccarsi le maniche si sono messi in gioco. Anzi, voglio ricordare che ero fra coloro che circa un anno fa pensavano che fosse opportuno un governo PD-M5S. Ma non posso non trovare inquietante l’utilizzo da parte del MoVimento di approcci e linguaggi che gli studiosi di scienza della politica hanno individuato come propri dei regimi totalitari: la propaganda portata all’estremo, anche grazie all’uso della rete; la derisione dell’avversario; lo sloganismo a tutti i costi; e, soprattutto, la creazione ad arte di un clima da rivoluzione perenne. Sia chiaro, a scanso di equivoci: non penso che il M5S sia un movimento totalitario-dittatoriale o sic et simpiciter violento. Penso, tuttavia, che ci sono aspetti che vanno valutati con molta attenzione. In questo senso, mi sono trovato totalmente d’accordo con Corrado Augias che ha denunciato uno squadrismo inconsapevole: impedire lo svolgimento dei lavori parlamentari e presentarsi a mo’ di falange spartana difficilmente si concilia con la cultura democratica di un grande Paese come deve essere l’Italia. E attenzione: è pelosa l’obiezione che si avanza sostenendo che si sono sempre verificati episodi del genere. A parte che, in ogni caso, non è una giustificazione per atteggiamenti violenti da ripetere, mai si sono verificati sommovimenti come quelli accaduti e mai in un’aula parlamentare sono state pronunciate con tanta noncuranza e tanta rabbia frasi sessiste in faccia a delle donne. È l’aspetto semantico che mi sembra particolarmente interessante: a parte l’utilizzo con grande leggerezza di espressioni proprie del regime fascista (“Boia chi molla”), o vere e proprie espressioni ingiuriose verso il Capo dello Stato, penso al recente lancio dell’hashtag #maxiprocesso per indicare il procedimento istruttorio interno che deve valutare i comportamenti tenuto da molti deputati. Si utilizza con sfacciata serenità un termine che sta a significare la lotta alla mafia per antonomasia da parte dello Stato per indicare un legittimo procedimento disciplinare previsto nei regolamenti parlamentari. Questa, va detto, è un’aberrazione: e non stupisce che un deputato audito nel corso del procedimento abbia placidamente detto che non riconosce l’autorità del Presidente della Camera e che della cosa se ne infischia. Ecco, questo è populismo allo stato puro. Forse inconsapevole. Ma spero che venga consapevolmente messo ai margini dagli elettori ed eletti del MoVimento, perché un vaffanculo non è per sempre.

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