La Repubblica dei Capitreno (ovvero la la generazione del “sì, però”)

Quella che riporto di seguito è la reazione di Nandokan, collega geniaccio e vulcanico, al mio postarello sulla Repubblica dei Mandarini, passando per politica, capitreno, P.A., forconi e libero mercato. Non commento, buona lettura e buon 2014.

NANDOKAN: All’uopo ne approfitterei per suggerire questo pezzo di quel bravo tomo che è Gianfranco Polillo, che già ricordiamo con affetto per essere un ferreo seguace della teoria secondo cui l’Italia si sarebbe rilanciata riducendo i giorni di ferie. Polillo si comporta come tutti i ricchi quando succede loro qualcosa e dunque sono frementi di indignazione – un po’ come Paola Ferrari che twittava indignata per il black out a Cortina. Ma mentre la donna che ad ogni puntata consuma 19Mw di illuminazione facciale dagli studi della DS limita il suo sdegno a 140 caratteri, Polillo riceve – incomprensibilmente ma anzi no, vista la raggelante inutilità del Fuffington Post – uno spazio quasi fisso. Qui linko.

Ma leggiamo insieme il pezzo, un autentico capolavoro di grillismo (nel senso di marchese, ma anche no) con in più una marcata vena teppistica:

La “Freccia argento” che dovrebbe trasportare passeggeri, già imbestialiti, è vecchia di anni. I sedili sono stretti. Non c’è posto per mettere i bagagli che sono ammucchiati alla meglio: lungo la corsia o davanti ai bagni. Non è rilassante per un viaggio che deve durare quasi otto ore.

Il problema è oggettivamente drammatico. Ma egli non si scoraggia.

Cerco il capotreno e gli faccio presente la situazione.

I capitreno, si sa, stanno lì, sempre pronti a superare con attitudine collaborativa il principio dell’impenetrabilità dei corpi solidi.

Mi risponde: il treno è vecchio. Non ci posso fare niente.

Risposta per nulla assertiva e che tradisce, anzi, una efferata voglia di fancazzismo.

Quando si viaggia, si dovrebbero portare meno bagagli. Gli faccio presente che il treno porta verso le stazioni di sci e i vestiti sono ingombranti. Ma lui si limita a scuotere la testa. Eppure non ci voleva molto. Bastava solo pensarci prima. Togliere, ad esempio, quattro sedili per avere uno spazio sufficiente per borse e valige.

Bastava avere una chiave inglese e smontare quattro sedili. Certo, poi ci sarebbe stato il problema di dove riporli. Beh, non sarà mica un problema per Polillo: sarebbe bastato lanciarli in corsa dalle parti di Chiusi-Chianciano. E se no che ce sta a fa’ ‘a direttissima?

È il metodo usato dai traghetti verso le isole del Tirreno. Quelle navi sono ancora più vecchie del treno che dovrebbe essere “super – lusso”, almeno a giudicare dal prezzo e invece somiglia a una tradotta. Indispettito, gli faccio presente che nel mio biglietto non esiste alcuno sconto per la vetustà del mezzo di trasporto. Ma lui continua a scuotere la testa. Indifferente. Me ne vado augurandogli che presto l’Italia possa finalmente avere una signora Thatcher, come presidente del Consiglio. Non raccoglie.

Polillo sarà delusissimo se azzardiamo che al 99% il capotreno avrà certamente raccolto. Ma è abituato a subire le offese, per cui si è ben guardato dall’aprire bocca.

Questo è il punto vero. Abbiamo una struttura pubblica che gronda dipendenti e inefficienze. Che non sente l’obbligo di fornire a chi paga un servizio decente. È il sommarsi di due difetti: la logica del monopolio e quella del pubblico. Dove i vincoli del libero mercato non fanno presa. E tutto si risolve nel tirare a campare.

Le strutture sono pubbliche a giorni alterni, si sa. Ma ciò che conta è l’equazione pubblico = brutto.

Colpa di retribuzioni inadeguate? Non si direbbe. L’AD di FFSS, se non ricordiamo male, ha un appannaggio di circa un milione l’anno. Dovrebbe essere un incentivo sufficiente per usare quel cacciavite che, stando almeno a quel che si vede nella politica governativa, sembra introvabile.

L’AD di FFSS. Ma sta dicendo: il capotreno.

Ma per fortuna l’Italia non è tutta così. Contro un quarto circa di lavoratori che pretendono solo diritti e scarsi doveri, c’è un mondo che si affanna per sbarcare il lunario. Artigiani, commercianti, liberi professionisti, imprenditori, dipendenti privati e popolo delle partite IVA. Sono costretti a correre tutto il giorno per arrivare, quando ci arrivano, alla fine mese.

I capitreno, invece, passano la vita sorseggiando cocktail in barca, come nella scena finale di “Una poltrona per due”.

Alcuni, specie se professionisti affermati, guadagnano bene. Non tanto – salvo straordinarie eccezioni – per emulare il top management di FFSS.

Magari perché evadono dal 50 all’80% di quanto incassato?

Con il loro lavoro e le grandi difficoltà quotidiane compensano il bel vivere degli altri.

Maledetto capotreno, maledetto statale garantito, tu che non conosci l’odore del napalm del rischio alla mattina.

Questo grande mondo, minoritario nei numeri, ma decisivo ai fini della crescita complessiva del Paese, non ha voce. Appartiene il più delle volte alla categoria dei desparacitos. Salvo quando blocca le strade e alza i forconi.

Il mondo della produzione, quello vero, quello dell’incertezza, della scommessa su sé stessi, dove bisogna lottare senza un attimo di tregua investendo e lavorando sul libero mercato. Proprio come ha fatto ogni giorno della sua vita Polillo, come leggiamo dalla sua sapida biografia di Tarzan del libero mercato.

Questa, signore e signori, è la cosiddetta classe dirigente. Quella che non abbiamo mai contraddetto tirando loro un mocassino ogni volta che aprivano bocca, come fece quell’iracheno contro Dabliu Bush, ma rispetto a cui ci siamo sempre limitati a dire “sì, però”. I diritti? “Sì, però”. I servizi sociali? “Belli, però”. La previdenza? “Eh, ma è insostenibile, però”. Il lavoro garantito? “Eh, ma I fannulloni, però”. Un salario decoroso? “E’ l’Europa che non ce lo chiede, però”.

Siamo stati la generazione del “sì, però”. Di noi, però, si ricorderanno solo il “sì”.

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