Quel piedino dentro

Il nodo della c.d. stabilizzazione dei precari nel settore pubblico sembra essere uno dei punti di maggior criticità nei già difficili rapporti all’interno della maggioranza che sostiene il Governo di Enrico Letta. È di queste ultime ore, infatti, l’ultimatum che hanno lanciato avverso il decreto “salva-precari”, quasi all’unisono, l’ex Ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta del PdL (pardon, Forza Italia) e i parlamentari Ichino e Lanzillotta di Scelta Civica (in questo corroborati da una lettera di critiche “riservata” che il senatore Monti aveva trasmesso al Ministro D’Alia). Dopo una replica piccata del Ministro della Funzione Pubblica, è poi arrivato sul decreto il parere formalmente favorevole, ma di fatto recante pesanti condizionamenti, nella Commissione Lavoro al Senato, col voto di PD, FI e SC e l’astensione del M5S.

Precari brutti, sporchi e cattivi? Dopo aver sudato le proverbiali sette camicie nel districarmi fra articoli, commi, rimandi su rimandi (il tutto riservato agli iniziati della setta del drafting legislativo), ho capito che il decreto n. 101 del 31 agosto prevede la possibilità di tenere concorsi, al netto della mobilità da fare e dei tagli in corso, riservati a chi abbia lavorato almeno tre anni negli ultimi cinque come precario a tempo determinato nella P.A. Ma già l’ultima legge di stabilità disponeva la facoltà per le amministrazioni di effettuare concorsi con riserva del 40% a favore dei tempi determinati da almeno 3 anni, nonché per i titolari di contratto di collaborazione coordinata e continuativa nell’amministrazione che emana il bando (articolo 1, comma 400 della legge 228 del 2012. Sì, 400!). Insomma, già alla fine dello scorso anno, mentre al Governo sedeva Mario Monti, si era partiti con una stabilizzazione ben più ampia e col voto favorevole di coloro che oggi gridano allo scandalo.

Questo amarcord mi serve per tentare di fare alcune considerazioni atecniche sulla questione precari (per un’ottima ricostruzione tecnico-nornativa vi rimando qui), la prima delle quali è che tutta la vicenda è permeata da una gigantesca e sfacciata ipocrisia. Siamo, infatti, arrivati alla paradossale situazione in cui, nel corso di una feroce crisi economica e sociale, sono sulla bilancia, e oggetto di polemica politica, le vite di migliaia di lavoratori da una parte, e il principio della certezza delle regole dall’altra. Da una parte ci sono i precari di vario tipo che vivono nell’incertezza ma per i quali occorre domandarsi in tutta onestà come siano stati reclutati all’origine. Con una attenta comparazione dei profili? Con avviso in rete? O con la classica chiamata ad hoc grazie ad una qualche conoscenza? Ebbene, va detto senza infingimenti che la stragrande maggioranza ha cominciato grazie ad una amichevole segnalazione, bravi o non bravi. Inoltre, essi sanno bene che il loro contratto, qualunque esso sia, non fa scaturire alcun diritto all’assunzione definitiva. Ed ecco cosa troviamo sull’altro piatto della bilancia: la Costituzione che, all’articolo 97, statuisce che nella pubblica amministrazione di entra tramite concorso “salvo i casi stabiliti dalla legge”. Limpido. Eppure ben sappiamo come questi “casi” abbiano fatto da battistrada a legioni di infornati nella P.A., miracolati, fideles e tesserati, di fronte ai quali i precari del XXI secolo possono fregiarsi di aureole ed alucce.

Ma come ci siamo arrivati? Come siamo arrivati a dover scegliere fra un sacrosanto rispetto delle norme costituzionali a tutela del bene comune e le vite di un numero impressionante di donne e uomini, giovani ed ex giovani, cittadini italiani? Perché si è scelto – scientemente – di imbarcare decine di migliaia di giovani nelle amministrazioni (direttamente, nelle partecipate, con incarichi di vario tipo) offrendo loro una speranza? Perché non si è scelto di puntare a far lavorare bene chi è già nella P.A., senza riforme epocali una dopo l’altra ma avviando una riorganizzazione seria che permettesse di fare concorsi per reclutare giovani motivati? E perché perpetuare questo vizietto tutto italiano secondo cui intanto metti un piedino dentro che poi si vedrà?

Tanta politica ha da sempre utilizzato, con la complicità dell’alta burocrazia, i pubblici uffici come merce di scambio, senza scrupoli e giocando sul breve termine, utilizzando la cosa pubblica per premiare, gestire, scambiare. Poi qualcuno, tanto, ci avrebbe pensato. Ecco, ci siamo: dove sono gli innocenti e dove sono i colpevoli?

Pubblicato su Linkiesta

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One thought on “Quel piedino dentro

  1. Anonimo ha detto:

    Complimenti per l’analisi, fondata su fatti e norme e non su luoghi comuni.
    Ne discendono, come al solito, conclusioni intelligenti, equilibrate e non ipocrite.

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