Per servire

Era il 10 settembre del 1998 e mi trovavo sul bus numero 32, che mi riportava verso una stazione della metropolitana. Ero in uno stato che si avvicinava di molto al nirvana, avendo appena sostenuto il mio esame orale per accedere al corso concorso di formazione dirigenziale presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, che mi apriva la strada ad una carriera da dirigente nello Stato. Alla luce del voto, avevo la certezza di essere passato e ne ero felice: non solo perché era la terza volta che provavo quel concorso (siamo al dolo!), ma perché il dipendente pubblico lo volevo proprio fare, perché da sempre mi piaceva l’idea di fare qualcosa che mi desse un senso di appartenenza alla comunità. Ecco, ripensando a quel giorno di quindici anni fa, devo dire che mai allora mai avrei potuto immaginare la situazione in cui mi sarei trovato oggi a fare il mio lavoro di ‘impiegato dello Stato’.

L’Italia si trova alle prese con una crisi politica e di rappresentanza e, allo stesso tempo, con una crisi economica e sociale profondissima, una novità rispetto ad un momento storico che per alcuni versi presenta caratteri simili all’oggi, ovvero gli anni di Tangentopoli. Aggiungiamo una sofferenza della pubblica amministrazione che non riesce troppo spesso a fornire a cittadini ed imprese tutti quei servizi di cui hanno bisogno, ed il gioco è fatto. E se la P.A. è ancora preda di troppe vischiosità e fatica ad affermarsi un vero modello di valutazione e merito, va detto che una certa politica è riuscita, negli ultimi anni, ad operare una sorta di slittamento di percezione nel Paese e nelle opinioni pubbliche, per cui uno dei mali assoluti della Nazione sono i dipendenti pubblici. I quali, fannulloni (rectius, nullafacenti) per definizione, sono ormai assurti, in particolare i dirigenti, allo status di privilegiati e paperoni. Alimentando, così, una tensione sociale fra chi sta oggettivamente peggio e chi sta relativamente meglio, tra precari e dipendenti a tempo indeterminato, fra settore privato e settore pubblico, in un affastellarsi di luoghi comuni che sembrerebbe portare alla perversa soluzione dello “tutti peggio, tanto meglio”.

Che può fare allora la P.A., e cosa deve fare, in primo luogo, la dirigenza? Un paio di idee ce le ho. I dirigenti pubblici, non fa male ripeterlo, sono sempre soggetti alla legge che devono scrupolosamente rispettare (anche quando questo significa talvolta ritardare i pagamenti per rispettare norme scritte dal Parlamento), e rispondono alle direttive del decisore politico, le cui decisioni devono implementare. Ma debbono tenere in conto anche le esigenze dei cittadini, oggi sempre più pronti a far valere le loro ragioni e le loro aspettative anche grazie al cammino, per la verità appena intrapreso, verso principi di trasparenza moderna e assoluta. Se aspira ad essere parte della classe dirigente del Paese, la dirigenza pubblica ha il preciso dovere, soprattutto oggi, di fare massa critica e sviluppare quella dimensione di spirito di corpo che fa parte della tradizione di altri paesi, come la Francia. Rivendicando sempre e con forza l’autonomia dalla politica, della quale deve essere leale controparte, e non gruppo di meri yesmen (o yeswomen), e, allo stesso tempo, il diritto di essere valutati in modo serio ed efficace. E deve spalancare la porta degli uffici, adottando comportamenti, strategie e linguaggi che ripristinino il rapporto con le comunità ed i cittadini. L’obiettivo, in fondo, è quello che con scarna semplicità la nostra Costituzione richiama: servire la Nazione. E se si riuscirà a reimpostare un corretto rapporto fra politica ed amministrazione sotto il cappello di una valutazione seria e sulla base di obiettivi e risultati, allora potrà farsi strada il banale principio della persona giusta al posto giusto. Per servire, appunto.

(Pubblicato su Linkiesta)

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