Meno e meglio: le politiche sociali, ad esempio

Un Governo ci sarà: questa è una delle poche certezze su cui è possibile contare in questa fase convulsa che qualcuno individua come inizio della terza Repubblica. Un Governo c’è sempre, sia esso di legislatura, balneare, traghettatore, del Presidente, di minoranza, di scopo, sfiduciato, dimissionario. E qualsiasi Governo avrà delle cose da fare, in ogni caso. E, poiché sono testardo, ritiro fuori una modesta proposta (si dice così, di solito) che è semplice da attuare, con una qualche razionalità burocratico-organizzativa e che comporta pure qualche risparmiuccio, così da assecondare l’onda lunga del taglia-taglia.

Parto da una premessa quasi banale: una delle sfide più importanti che questa (o la prossima) Legislatura si troverà ad affrontare è senza dubbio la necessità di contrastare gli effetti della crisi economica che ha colpito in primo luogo le famiglie e gli individui che si trovano in condizione di disagio o fragilità: donne e giovani, disoccupati, persone con disabilità e non autosufficienti. Aldilà di disegni di sistema più complessi, è noto che negli ultimi anni è avvenuto un progressivo depauperamento delle risorse destinate alle politiche sociali (qualche segnale di inversione di rotta va registrato per il 2013 per quel che riguarda il Fondo Nazionale Politiche Sociali ed il Fondo per le non autosufficienze), mentre occorre considerate con grande attenzione le conseguenze derivanti dalla introduzione dei principi di federalismo fiscale sulla gestione dei flussi provenienti dal centro. Accanto a questo elemento finanziario, naturalmente tutto politico, non va dimenticato che per affrontare in modo coerente il tema delle politiche sociali rileva un serio problema di dispersione di competenze e funzioni fra corpi amministrativi diversi, che non può non incidere negativamente sul complessivo governo del sistema e la qualità, la coerenza e l’efficacia delle politiche. Manca insomma, a mio modo di vedere, una regia comune, forte, efficace.

Dal 2001, a fronte del varo del nuovo Ministero del Welfare (lavoro, salute, politiche sociali) prevista dal d.lgs. 300 del 1999, le politiche sociali sono state oggetto di particolari ed amorevoli attenzioni da parte dei governi che si sono succeduti. Se sin dal 1987, con il primo Governo Goria, esse erano sostanzialmente riunite nell’alveo dell’allora Dipartimento Affari Sociali della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal secondo Governo Berlusconi in poi si è assistito ad una moltiplicazione di uffici, spesso sulla base di trasferimenti di competenze allora proprie del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che ben poco avevano a che fare con illuminati disegni di razionalizzazione della materia. Ecco, dunque, la nascita dei Dipartimenti presso la Presidenza del Consiglio in materia di Politiche Antidroga, Politiche Giovanili, Politiche per la Famiglia, Attività Sportive, accanto al permanere del Dipartimento per le Pari Opportunità e dell’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile, nonché di alcune direzioni generali all’interno del Ministero del Welfare. Un vero e proprio “boom amministrativo”, sopravvissuto anche alla istituzione del Ministero della Solidarietà Sociale durante il secondo Governo Prodi, successivamente “rimpacchettato” nella XVI legislatura nel ricostituito Ministero del lavoro e delle politiche sociali. È stato, infine, il Governo Monti a procedere ad un qualche significativo accorpamento, prevedendo che le funzioni in materia di politiche sociali fossero sostanzialmente suddivise fra tre ministri (Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione; Ministro del lavoro e politiche sociali con delega alle pari opportunità; Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport) e sei diverse strutture dipartimentali/ministeriali. Un’asciugatura necessaria, ma non sufficiente.

Se la strada è oggi quella di una risposta politica forte per contrastare efficacemente l’emergenza sociale che attraversa larghi strati della società italiana, uno dei prerequisiti va individuato nella (re)istituzione di un’unica struttura, affidata ad un Ministro con portafoglio, che riunisca finalmente tutti i diversi filoni del sociale, mettendo compiutamente a fattor comune tutte le aree delle politiche sociali come le pari opportunità, l’associazionismo e il volontariato, la lotta alla tossicodipendenza, l’immigrazione, le politiche giovanili e familiari, e così via. Una struttura unica e un unico vertice politico a fronte di una pletora di gabinetti, segreterie, addetti stampa, grands commis. Riorganizzando competenze in modo sistematico e ricomprendendo i diversi segmenti del sociale, si esalterebbe il ruolo di coordinamento ed impulso proprio delle amministrazioni centrali nel nuovo quadro costituzionale di larga deconcentrazione, contribuendo a processi decisionali più corti e meno defatiganti e, soprattutto, a riguadagnare coerenza e senso nei processi. Ed anzi, una scelta – anche questa, tutta politica – di (ri)dar vita un unico Dipartimento presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, improntato a criteri di agilità e intersettorialità, risponderebbe alla duplice esigenza di restituire alla Presidenza quel carattere di supporto alla attività di direzione della politica generale del Governo da parte del Presidente del Consiglio, troppo spesso appesantita da funzioni assai poco congruenti con tale visione e, al contempo, di dar corpo all’indispensabile ruolo di equilibrio e coordinamento che la Presidenza può autorevolmente esercitare non solo nei confronti delle amministrazioni nazionali ma, alla luce della riforma del Titolo V della Costituzione, delle regioni. Ad un patto, però: che questo disegno si accompagni al più ampio ripensamento della Presidenza del Consiglio che, da feudo dorato cresciuto a dismisura nell’ultimo ventennio, ritorni ad essere un nucleo compatto e snello con funzioni e competenze di supporto al Premier. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

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