Il costo della politica

Il finanziamento ai partiti è senza dubbio uno dei temi centrali di questo confuso periodo post elettorale, anche sulla spinta del successo del movimento che fa capo a Beppe Grillo, che ha sempre fatto dell’abolizione del finanziamento alla politica il suo cavallo di battaglia. È necessario partire da una premessa indispensabile: come ha fatto notare Alessandro Gilioli, il finanziamento pubblico è stato abolito da un referendum nel 1993, venti anni fa, sull’onda di Tangentopoli. E venti anni dopo, anche alla luce della fantasiosa invenzione operata dalla della legge  sui cosiddetti rimborsi elettorali del 2006 (un allegro finanziamento neanche troppo occulto), per cui si coprono di soldi i partiti per cinque gli anni di legislatura indipendentemente dalla sua durata effettiva, la misura è evidentemente colma. Di nuovo. La politica ha fatto l’impossibile per lavorare alla sua completa delegittimazione e minare uno dei capisaldi della vita democratica di un Paese: consentire a tutti i cittadini, sia come singoli che in forma associata, di fare politica e concorrere alla vita democratica della nazione (artt. 2 e 49 della Costituzione).

Continuo, infatti, a ritenere che una qualche forma di sostegno pubblico ai tanto disprezzati partiti debba esistere, pena il sorgere e l’affermarsi di formazioni che vivono del solo sostegno di qualcuno che i mezzi li possiede o che si basano sul più sfrenato populismo barricadiero. Sono due aspetti importanti. Il primo, di per sé evidente e preoccupante, è legato al potere del denaro in mano a pochi – singoli o lobby – e agli squilibri che inevitabilmente genera quando viene calato in politica. Il secondo, più sottile ma non meno allarmante, è connesso alla (apparente) partecipazione permanente: è bello ed apprezzabile fare campagna elettorale prima e politica poi grazie ai contributi dei sostenitori, ma la mobilitazione perpetua, che oggi sembra irresistibile, è soggetta a logorìo, interruzioni, sporadicità, manipolazioni mediatiche. E poi? La vita e la forza di valori ed idee all’interno dell’agone politico sono elementi troppo preziosi per essere soggetti all’esclusivo sostegno di uno o di pochi, per quanto mossi da nobili ideali. È la Repubblica che, in modo imparziale, deve farsene carico, perché i partiti, tutti i partiti, possano “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. A meno che, naturalmente, non si preconizzi una politica senza partiti, pericolosissimo terreno fertile per spinte totalitarie e massificanti.

È allo stesso tempo evidente che le forme sfacciate di depredamento del denaro pubblico cui negli ultimi anni abbiamo assistito, di fatto impotenti, non possono più essere tollerate: il versamento a titolo di rimborso (fasullo) di milioni di euro che ha sbattuto in faccia ai cittadini macchine blu, multe accumulate, ostriche, vacanze, barattoli di Nutella e forsennato privilegio, soprattutto in una fase di crisi economica e sociale acuta, ha fatto il suo tempo. Occorre allora ragionare su alcuni aspetti fondamentali, tentando di avere ad ogni passo a mente – e a cuore – il funzionamento complessivo del sistema. E ricordando, ad esempio, che ogni intervento sul finanziamento alla politica dovrebbe andare di pari passo ad una riforma costituzionale che riveda il bicameralismo perfetto, concentrando il potere legislativo in una sola camera: si tratterebbe di un passo concreto verso un migliore funzionamento del sistema rispetto al mero dimezzamento dei parlamentari, che di per sé non comporterebbe sostanziali vantaggi né in termini di risparmio nel bilancio dello Stato né in termini di efficacia e velocizzazione delle procedure. Insomma, sarebbe cosa buona e giusta tentare di rivedere i meccanismi generali dell’intera filiera della formazione della volontà popolare, così da fare le cose meglio e più velocemente, magari spendendo di meno. Naturalmente una qualche modalità di finanziamento non esclude forme di sostegno diretto da parte dei cittadini, così come previsto, ad esempio, nella proposta in materia di Cittadinanzattiva.

I punti fermi devono essere ricondotti a due principi basilari. Il primo: il finanziamento deve consentire a tutte le forze politiche, grandi e piccole, presenti o meno in parlamento, di condurre in piena libertà le proprie battaglie. La difficoltà è naturalmente quella di modulare tale finanziamento secondo una serie di parametri fra i quali, ad esempio, la consistenza e forza del singolo partito e il terreno minato della natura delle attività finanziabili. Un criterio è, tuttavia, irrinunciabile: la democraticità interna. Ecco perché una legge dei partiti che attui compiutamente il dettato dell’art. 49 della nostra Carta è fondamentale. Il secondo: ogni euro speso dai partiti politici deve essere in rete e verificabile da tutti i cittadini in ogni momento. Non basta, cioè, mettere on line bilanci verificati da società di consulenza ma occorre consentire a ogni elettore di valutare in modo trasparente come il partito abbia speso i denari, di porre domande, di fare delle critiche, di utilizzare questi elementi in ordine alla formazione della propria volontà all’interno della cabina elettorale. Informazioni chiare, puntuali, intellegibili. Sono due principi molto chiari nella teoria, molto complicati da attuare nella pratica, ma una base di partenza indispensabile per ri-avviare un dibattito di sistema serio – e rapido! – che coinvolga tutti gli attori del Paese sulla base di proposte diverse e impedisca dannose derive populiste.

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