Il nemico oggettivo

Un laboratorio a cielo aperto per gli appassionati di diritto costituzionale e un incubo per buona parte della politica: i risultati elettorali all’insegna del “tripolarismo incomunicante” rendono molto difficile uscire dallo stallo senza ricorrere, comunque in tempi relativamente brevi, a nuove consultazioni, fatte salve tutte le ipotesi di Governi minoritari, balneari, di scopo o del Presidente. In questo quadro pieno di tanti e gravi problemi, è rimasta ancora senza riposta una questione, che pure è nell’interesse di tutti noi: che ne sarà del settore pubblico? Lasciata dietro le spalle una campagna elettorale che ha affrontato poco o per nulla il tema pubblica amministrazione, che cosa dobbiamo aspettarci da questo Parlamento e dal (possibile) futuro Governo su Stato e servizi, su efficienza e trasparenza, su sviluppo e capacità di risposta della cosa pubblica? Insomma, alligna da qualche parte una visione che possa tendere a fare delle amministrazioni pubbliche una delle leve per risollevare le sorti del Paese? Il mio timore a questo proposito è che il “pubblico” corra il rischio di guadagnarsi, una volta per tutte, il ruolo di nemico oggettivo, colpevole a prescindere. Lo ripeto ormai fino alla nausea: i problemi dell’amministrazione pubblica italiana sono enormi e pezzi importanti delle amministrazioni hanno fatto di tutto per rallentare, invischiare e annacquare qualsiasi tentativo di riforma, ma chi ha la volontà – o è semplicemente in grado – di fare i necessari distinguo? Il Popolo della Libertà, che ha cavalcato la propaganda del fannullone per anni? Il Movimento 5 Stelle, al grido di tutti a casa e che  mette assieme in un blocco sociale dipendenti statali, evasori e chi vuole mantenere lo status quo? Il Partito Democratico, che unico ad avere espresso un ragionamento articolato su questi temi, è però stiracchiato fra tendenze conservatrici e troppo legate ai sindacati e mire deregolamentatrici di qualcuno? Eppure giustizia, sanità, servizi sociali, istruzione non sono elementi di contorno di un Paese, ma elementi costitutivi di una vera e propria infrastruttura irrinunciabile perché ci si possa dire comunità. Si tratta di una delle gambe su cui una società moderna deve reggersi, al pari di un sistema di impresa competitivo e di un terzo settore che coniughi solidarietà e partecipazione. Spetta a tutte le forse responsabili – e allo stesso settore pubblico in primo luogo – perseguire l’obiettivo di una amministrazione che parli la lingua dei cittadini a cui eroga servizi, aperta e trasparente, che non nasconda ma includa, e che abbia le carte in regola per fare fronte alle sfide che una società complessa come quella italiana pone.  Senza ipocrisie e manie da riforme millenariste. Insomma, c’è lo spazio per un ragionamento di largo respiro? O sarà più comodo sparare ad alzo zero?

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